tempi.cultura Martedì 09 Febbraio 2010 
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Il Louvre non vale una messa

Perché rinchiudere il sacro in un museo come una tigre allo zoo quando in una chiesa di Urbino lo si può perfino vivere?

Leggi: Però basta sarabande e santuari-garage. Appello al Papa per un’arte cattolica

di Camillo Langone
«Fate questo in memoria di me». (Vangelo secondo Luca 22, 19)

Che cos’hai fatto domenica? Ho visto una bella mostra. Questa è la risposta che sento sempre più spesso, specie se faccio la domanda a una donna. Certamente alle mostre non ci vanno solo gentili donzelle ma sono arciconvinto che la presenza maschile sia dovuta in massima parte a mariti, fidanzati, amici più o meno trascinati. È difficile rispondere no alla proposta di andare a vedere Picasso o Tiziano: si rischia di fare la figura del buzzurro. Se poi la mostra è di un pittore impressionista, rifiutando di andarci si passa per belve insensibili. A me piace vivere pericolosamente e dichiaro di non andare a vedere mostre da molto tempo, e precisamente da quando ho deciso di andare a messa tutte le domeniche. Che c’entra, direte voi, le due attività non sono incompatibili. E invece ho scoperto che lo sono, che la mostra uccide la messa e se non la uccide la danneggia.
È noto che la moneta cattiva scaccia quella buona, che le imitazioni vendono più degli originali, che il made in China soffoca il fatto in Italia. Bene: le mostre d’arte sono imitazioni, surrogati, sottoprodotti della vera bellezza, che si produce e si venera altrove. Se n’è accorto perfino Mario Botta, l’architetto noto ai milanesi per avere sfigurato la Scala piazzandovi sul tetto una specie di parcheggio multipiano. Lui che di musei ne ha costruiti un mucchio, nel suo libro Dove abitano le emozioni sembra essersi pentito: «Una società forte non avrebbe bisogno di musei per segnalare i propri valori». Siccome siamo una società debole, su questo non ci piove, ogni capoluogo di provincia sogna il suo mini Guggenheim la cui funzione è inconsapevolmente religiosa. Lo dice sempre lui, il Botta, che i musei «sono spazi per la ricerca di spiritualità, dove il fruitore va per ricercare valori e significati del suo essere».
Già la parola fruitore dovrebbe mettere sull’avviso. Assomiglia molto a cliente, a consumatore. Come se lo Spirito potesse vendersi nei cosiddetti bookstore, fra i cataloghi, le magliette con le riproduzioni dei quadri e i braccialetti artistici della felicità (esistono davvero, sono fra gli oggetti più venduti alla Tate Gallery di Londra).

L’inflazione degli “Untitled”
Per quanto fra i preti italiani non manchino i soggetti bizzarri, a nessuno di loro è mai venuto in mente di chiamare fruitori i partecipanti alla messa. Perché il cattolico praticante non è uno spettatore passivo come il mostrista praticante: in chiesa si può cantare, si può leggere la Bibbia dal piccolo pulpito a fianco dell’altare, si possono raccogliere le offerte, si possono accendere ceri e candele, si può anche suonare l’organo, qualora si sia in grado di farlo. Alle mostre invece si può guardare ma non toccare. Alle messe si può addirittura mangiare (l’ostia consacrata, previa confessione) e insomma vengono coinvolti tutti i sensi, finanche l’odorato con l’incenso e il tatto col segno di pace. pag. 1 | |

 

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tempi.commentati
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il louvre non vale una

Inserito da Stefano88 il 20 Novembre 2009 - 6:34pm

il louvre non vale una messa, e concordo in pieno, ma attenzione a non scambiare la messa con una doccia emozionale. La liturgia e la comunione con Cristo sono gli elementi vivificanti. Senza questo anche la messa diventa un ricettacolo morto di sensazioni. Morto come sono morte le opere nei musei.
L'arte moderna, come si diceva in quest'articolo, nichilista, ha più che altro rifiutato la volontà di comunicazione, ed è per questo che gli artisti si rifiutano di nominare le opere, il nome è già un tentativo di rapporto con l'oggetto e quindi di comunicazione.

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Grazie dr. Langone della Sua

Inserito da cama63 il 18 Novembre 2009 - 11:48pm

Grazie dr. Langone della Sua testimonianza!
E'una verità disarmente quella che Lei mi aiuta a cogliere, tale che mi fa prendere coscienza di quanto io sia imbevuto di luoghi comuni che mi propinano le cosiddette "grandi firme della cultura", cioè dei poveracci ignoranti della vera bellezza che Lei invece mi descrive in maniera tale da farmi venire voglia di scorgerLa anch'io da subito, già dalla prossima domenica a messa...

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