tempi.cultura Giovedì 02 Settembre 2010 
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Il tratto umano di Longoni

Il pittore che raccontò senza retorica le contraddizioni della grande Milano dell’Ottocento

di Vladek Cwalinski
Quello che traspare dalle opere di Emilio Longoni e che ancor oggi è di esempio a chi vuole intraprendere il mestiere di pittore, è il suo grande cuore. È quel cuore che emerge nel modo in cui dipinge il mondo. Longoni nasce nel 1859 a Barlassina da una famiglia molto povera, mamma contadina e papà maniscalco che oltre a lui deve mantenere altri undici figli. Come i suoi fratelli maggiori andrà ancora bambino a Milano a cercare lavoro e, visto che sin da piccolo aveva una particolare attitudine per il disegno, fu ben felice di trovare impiego nella bottega d’un pittore di cartelloni pubblicitari. I primi anni sono duri, segnati da emarginazione. Ciononostante, grazie al suo talento, Longoni riesce a iscriversi alla scuola serale di disegno a Brera dove conosce Giovanni Segantini, con il quale dividerà l’alloggio nell’allora periferica via San Marco. Nel 1876 è ammesso ai corsi regolari dove incontra Gaetano Previati, Cesare Tallone, Medardo Rosso, Giovanni Segantini, Ernesto Bazzaro e l’ebanista Carlo Bugatti. Per rimanere in quell’ambiente culturalmente assai vivace che già guardava alla Francia e in quella nascente “comunità” d’artisti di belle speranze, solidali in tutto, Longoni si mantiene dipingendo trottole, marionette, giocattoli, ritratti da fotografia.
Rientrato a Milano nel 1881, dopo un viaggio a Napoli, ritroverà il suo amico Segantini che lo presenterà ai fratelli Grubicy, galleristi che offriranno ai due di dipingere in Brianza. Per Longoni è l’inizio di una serie di rapporti e committenze, che gli permetteranno di vivere di pittura. Collezionisti, industriali, mecenati, come Giuseppe Treves, Giovanni Torelli e, più tardi, quando finalmente affitterà un povero studio a Milano in via Corridoni, i conti Maraini, i Melzi d’Eril, Soragna, Jacini, Belgioioso, Resta, Crivelli affascinati dalla sua eccelsa qualità cromatica, lucente e pastosa, e dal suo sguardo vero, né sdolcinato né ideologico, gli commissioneranno una gran quantità di ritratti. Longoni, come il suo amico Segantini, è un asceta, ma lo è stando a Milano, dipingendo il popolo, la povera gente con opere che sono veri e propri atti di carità, sincera, commossa. Melanconie (1895) e Giovinetta in rosa (1890-91) ben ci mostrano questa sua indomita passione che si manifesta in uno struggente cromatismo vibrante. Per questo motivo una delle più amate è Fuori da scuola (1888), con questa straordinaria coppia di monelle, poverissime, che a scuola non ci sono andate. Una nicchia timida appoggiata a uno stipite, mentre, accanto, la più piccola, sorride apertamente, sfrontata. Un quadro che è un mondo, quello della “grande Milano” di fine Ottocento. È un periodo di soddisfazioni, di incontri sinceri con poeti, letterati, intellettuali, come Ada Negri, Alessandrina Ravizza, Sibilla Aleramo, Anna Kulishoff e Filippo Turati. Sono gli anni in cui si parlava di Gustave Courbet e del problema del “realismo” nelle arti italiane, dove la fotografia stava già prendendo piede. Tutto il divisionismo lombardo – dove Longoni si distinguerà subito da un Pelizza da Volpedo o da un Previati per un’attenzione insistente al dato reale, senza mai idealizzarlo o enfatizzarlo – partiva infatti dalla conoscenza degli studi sui complementari di Goethe e, in particolare, dalla teoria sul “contrasto simultaneo” dei colori elaborata nel 1839 dal chimico Michel Eugène Chevreul. Longoni si dedicherà a temi molto diversi da quelli dei pointillistes francesi come Georges Seurat e Paul Signac, con attenzione agli aspetti sociali, alla realtà urbana, ma anche alla vita rurale.
Sarà così fino alla fine, quando l’asceta lo farà per davvero, ricalcando le orme d’un Friedrich, dipingendo con silenzioso stupore i monti ad alta quota, come in La cascata (1919), l’aria rarefatta, l’effetto dei colori sulle nevi della Valtellina o dell’Engadina con una pittura ormai diventata puro respiro.

 

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