tempi.cultura Martedì 09 Febbraio 2010 
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Il finale inatteso di una tragedia

Così Umberto Marotta ha interrotto un curriculum pieno di successi per dedicare al disagio degli altri quella vita che suo figlio aveva deciso di togliersi

di Fabio Cavallari
Alvise Marotta aveva venticinque anni. Era un ragazzo vivace, pieno di interessi e passioni. Adorava il teatro e i libri. Laureando in Lingua e letteratura spagnola all’Università Cà Foscari di Venezia, aveva anche trascorso, fra il 2000 e il 2001, un periodo di studio all’estero, in Erasmus, presso l’Università Paul Valery a Montpellier in Francia. In suo nome oggi è nata una fondazione che si occupa del disagio giovanile.
Alvise è scomparso il 22 marzo 2002, per mano di una buia depressione che lo ha portato a compiere il più drammatico dei gesti: togliersi la vita. Oggi il padre di Alvise, Umberto Marotta, è il presidente di quella fondazione. Umberto è un uomo sereno, determinato, sicuro, ma è stato lungo e impervio il cammino che lo ha portato a non lasciarsi andare dentro un dramma che rischiava di travolgerlo. «Ammetto che ci sono notti difficili», racconta a Tempi, «ma, un po’ alla volta, sono i ricordi positivi ad avere la meglio. È la memoria dei 24 anni vissuti con mio figlio quel che mi tiene desto sulla vita».

La morte di qualcuno che ci sta accanto lascia sempre dietro di sé un dolore senza possibili palliativi. Nel suo caso, poi, oltre al dolore chissà quanti pensieri, rimorsi, dubbi, sensi di colpa. Quale è stato l’elemento che le ha permesso di tramutare lo sconforto e la disperazione in un progetto di aiuto nei confronti degli altri?
Quando è successo, io ero un uomo di 50 anni al culmine della sua carriera professionale. Ero direttore generale di una delle più grandi fondazioni bancarie del nostro paese ed ero presente in molti consigli di amministrazione e in parecchie istituzioni nazionali. In un attimo la mia vita è cambiata. Pochi giorni dopo la scomparsa di Alvise ero nella sua stanza a chiedermi se valeva ancora la pena vivere. Ho deciso, non senza sensi di colpa, che avrei dovuto continuare a calpestare questa terra ma dovevo dare un senso al mio agire quotidiano.

Cosa è accaduto al quel punto? E quando è nata la fondazione Alvise Marotta?
Ricordo ancora il suo volto in quel pomeriggio del 22 marzo 2002. Lo accarezzavo e gli parlavo. Era sereno, gli dissi che lo avrei raggiunto presto. Così non avvenne. Dieci giorni dopo decisi di costituire una fondazione a lui dedicata. Non un’associazione che può rimanere in vita solo fino a quando i soci pagano una quota, ma una fondazione come quelle anglosassoni, che rimangono per sempre. Ma quale progetto dovevo costruire? Con quali finalità? Mi misi al lavoro e il 21 dicembre 2004 nacque la Fondazione Alvise Marotta Onlus con 250 mila euro di patrimonio e con un primo progetto di intervento a favore di iniziative nell’area del disagio esistenziale.

La fondazione, i progetti, ma anche una vita, la sua, che pur nel dolore ha trovato la maniera di essere vissuta.
Decisi di cambiare casa e di pensare a un’adozione. Nei primi mesi del 2004 andai in Russia. Da lì tornai con due bambini abbandonati in un istituto. Ora ho due figli per mano e uno nel cuore. Dopo quel viaggio carico di emozioni, difficoltà e tanti pensieri legati ad Alvise, si aprì un nuovo orizzonte. Decisi di lasciare il mio lavoro, il mio ruolo sia come direttore generale sia come amministratore. In pochi mesi diedi le dimissioni da tutti i posti che occupavo. Quasi casualmente ottenni un incarico a contratto di economia aziendale all’Università Cà Foscari di Venezia, dove da anni ero presidente dell’associazione dei laureati. Con l’aiuto di alcuni amici, sono riuscito a trovare occupazione come manager e come consulente. Dal 2005 la mia vita è completamente cambiata.

La vostra attività si concentra sul disagio giovanile e psicologico. Concretamente quali sono le iniziative che avete portato avanti in questi anni?
La Fondazione AlMa, dal nome di Alvise, ha avviato ventuno cantieri in tre aree di intervento. La prevenzione del di-sagio esistenziale, il sostegno ai minori e un progetto socio-culturale. Offriamo consulenze gratuite, con l’ausilio di psicologi e psichiatri, a tutti coloro che ci contattano. Organizziamo incontri pubblici e abbiamo anche avviato una serie di iniziative a sostegno e alla formazione di disabili, per aiutarli a inserirsi nel mondo del lavoro. Da subito abbiamo manifestato una particolare attenzione verso il mondo dei minori e così, grazie alla conoscenza di don Franco De Pieri, un eccezionale “uomo” della Chiesa veneziana, siamo intervenuti finanziando un centro per bambini poveri, sito a Vitoria, in Brasile, per aiutare l’istruzione e il sostegno psicologico.

La vostra attenzione si è molto concentrata sul disturbo bipolare.
Sin dall’esordio abbiamo avviato alcune iniziative importanti finalizzate ad aiutare chi è colpito dal disturbo bipolare anche per combattere la vergogna che colpisce chi ne è affetto. Il disturbo bipolare è una malattia mentale che, assieme alla depressione maggiore e alla schizofrenia, può raggiungere livelli di tale gravità da rendere completamente invalida una persona. Quando si manifesta nelle forme gravi, un’alta percentuale (30 per cento) di pazienti rischia la morte per suicidio: senza contare il grave ritiro sociale caratterizzato dall’abbandono del lavoro o degli studi, e dall’assenza di una vita sentimentale. Oggi la malattia è ben conosciuta e gli psichiatri sanno distinguerla e curarla sia con mezzi farmacologici sia con l’ausilio della psicoterapia. Confessare di soffrirne, riconoscerne i sintomi, non significa dunque coprirsi di vergogna. Anzi, è giusto ricordare che soggetti con disturbo bipolare presentano spesso capacità creative notevoli. Dichiarando la propria condizione di depressi bipolari si ha la possibilità di trovare velocemente gli strumenti per arginare gli effetti disastrosi che la patologia, se non diagnosticata e curata, purtroppo comporta per il malato e per i familiari.

 

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