tempi.cultura Venerdì 30 Luglio 2010 
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La sicurezza di Flannery

L’Italia riscopre la O’Connor, la scrittrice americana che guardava l’abisso del male con gli occhi fermi, limpidi e ironici di chi è certo che tutto sarà redento

di Lorenzo Fazzini
Amava il pensiero di Romano Guardini («il suo libro Il Signore non ha uguali»), ammirava l’eroicità di Edith Stein, prevedendone profeticamente la canonizzazione, e teneva in alta considerazione la filosofia di Simone Weil («può aiutare a capire l’epoca»). Difendeva «con le unghie e con i denti il diritto dell’artista a scegliere un aspetto negativo del mondo da ritrarre», come scrisse in una lettera contenuta in Sola a presidiare la fortezza (Einaudi). Perché il problema di ogni scrittore, a suo dire, «non è tanto se una cosa è positiva o negativa, quanto se è credibile». La sua eccezionale caratura letteraria pone le sue opere perfettamente nella categoria dei “classici”, libri che «non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire», come recita la celebre definizione di Italo Calvino.
Flannery O’Connor (1925-1964), la scrittrice più importante della letteratura statunitense, è tornata alla ribalta italiana grazie a un convegno internazionale di tre giorni (il più grande mai organizzato su questa autrice e le sue opere) tenutosi la settimana scorsa a Roma, presso la Pontificia Università della Santa Croce. Oltre sessanta speaker provenienti da ogni parte del globo; conferenze in tre lingue, inglese, spagnolo e italiano; due spettacoli teatrali inediti ispirati ai suoi racconti; presentazioni di quadri da lei dipinti («molto simili a Chagall», commentano i fortunati che li hanno ammirati) fino ad oggi mai visti in pubblico. Sul palco a parlare, i massimi specialisti dell’autrice del bellissimo Il cielo è dei violenti, anch’esso pubblicato da Einaudi (nei Libri dello spirito cristiano-Bur si trova la raccolta di racconti La schiena di Parker).
«Negli Stati Uniti la O’Connor è conosciutissima, non solo dai cattolici, ma da chiunque si interessa di letteratura: al nostro convegno l’intervento più brillante è stato fatto da un relatore battista, una speaker era ebrea, la regista di uno spettacolo presentato durante l’evento è una non credente». Sorride soddisfatto padre John Paul Wauck, che del congresso letterario è stato l’ideatore e l’organizzatore infaticabile. Figura singolare, questo sacerdote dell’Opus Dei, americano e con un passato nella politica yankee (è stato ghost writer del ministro della Giustizia nel governo di Bush padre e del governatore democratico della Pennsylvania). A suo dire, con l’evento romano è stato reso un servizio eloquente alla conoscenza internazionale della O’Connor: «In Europa la sua opera non è particolarmente nota, forse perché è difficile da capire fuori dal contesto culturale statunitense. È una scrittrice che esprime un punto di vista cattolico su una realtà protestante usando un linguaggio protestante: una modalità di scrittura che mantiene le distanze da quanto raccontato e che le permette molta ironia e anche un pizzico di comicità».

Quelle convinzioni ratzingeriane
Flannery O’Connor rifuggiva l’etichetta di scrittrice cattolica: «Le sue qualità letterarie maggiori sono, a mio giudizio, l’intensità di visione che emerge da ogni elemento del racconto, le immagini, i dialoghi, le descrizioni dei personaggi. Spesso tutto questo tende a un’epifania conclusiva negativa, frequentemente con la morte». Di fronte a questo “negativo” che sembra permeare i suoi scritti non si può non evidenziare la matrice cristiana, precisamente cattolica, della narratrice della Georgia: «Credo che il suo elemento più cattolico – annota Wauck – sia il coraggio di guardare la realtà senza distogliere gli occhi dalle cose più negative. E questo può farlo grazie alla fiducia della fede, una fiducia che guarda anche l’omicidio di un innocente con occhi chiari e limpidi. Non significa che tutto viene spiegato, nei suoi libri, ma che la O’Connor si mette di fronte al mistero del male avendo davanti anche la possibilità della redenzione, proprio come se si guarda tutta la realtà con gli occhi aperti».
Il congresso di Roma ha permesso di indagare aspetti inesplorati dello scrivere o’connoriano, come – curiosità – il legame tra Joseph Ratzinger e la narratrice che amava i pavoni. “Flannery O’Connor, Benedetto XVI e l’eros divino” era il titolo di uno degli interventi più applauditi a Roma, relatore Raph Woods, professore (battista) di Letteratura inglese alla Baylor University. «Sia in Benedetto XVI che nella O’Connor i regni della natura e della grazia si compenetrano e si incastrano in una Salvezza perfetta, ma lo fanno in maniera radicalmente sorprendente», ha osservato l’autore di Flannery O’Connor and the Christ-Haunted South (Eerdmans Publi-shing). A parere di Woods «entrambi, il Papa e la scrittrice, conservano lo scandalo reale del Vangelo immaginando l’amore di Dio come Eros non meno di quanto sia Agape. L’amore divino non solo si offre in oblazione per il peccato del mondo. Esso brucia e salva miriadi di persone, immettendosi nella loro vita e facendo in modo di salvarle, se possibile, dal perdersi con falsi amanti e falsi amori». Woods ha poi tracciato un parallelismo tra l’interpretazione ratzingeriana della realtà divina e quella della O’Connor: per entrambi «nella creazione Dio ha stabilito la sua presenza nella totalità dell’essere e nell’incarnazione ha piantato se stesso dentro l’intera umanità assumendo la nostra condizione mortale e fallibile. Dio è terribilmente vicino ai personaggi della O’Connor proprio perché Egli è sempre e già molto più vicino a loro di quanto loro sono vicini a se stessi, come già Agostino amava ripetere».

A lezione da T. S. Eliot
È toccato a William Sessions, docente alla Georgia State University, evidenziare i lasciti eliottiani nella scrittura della O’Connor, nella cui biblioteca ancora oggi sono rintracciabili ben 14 volumi di o su Thomas Stearns Eliot: «Due anni prima che Flannery si trasferisse nello Iowa, Eliot pubblicò i suoi Quattro quartetti. Fu il linguaggio più audace su Dio usato nel mondo anglosassone di allora: la O’Connor lo comprese in questi termini. Era una lingua che parlava della realtà di Dio nel mondo moderno, anche nella Germania o nella Londra colpite dai bombardamenti aerei della Seconda guerra mondiale». Centrale, secondo Sessions, che è in procinto di scrivere la prima biografia autorizzata della romanziera di Savannah, fu l’apporto di Eliot nel formare la lingua della O’Connor: «In questo lungo, contemplativo ma sempre moderno poema, Flannery vide immediatamente ciò di cui aveva bisogno. Esso la aprì a una comprensione più profonda della sua arte e del più grande mistero del linguaggio. Le offrì nuove, radicali fonti per l’azione di “contemplazione”, che, secondo una definizione di Flannery, era il vero “affare dello scrittore”».

 

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