16 Febbraio 2009
Quel pagano senso del destino
Uomini e dèi nelle mani del Fato. «Niente è più estraneo alla saggezza antica dell’idea di essere padroni della vita e della morte». Un classico equivoco risolto dagli studiosi Regoliosi e Morani
di
Roberto Persico
«Il mondo antico amava la vita, altro che la morte!». Scatta come una molla Giulia Regoliosi. Una vita passata a insegnare greco e latino nei licei, da oltre vent’anni è direttrice di Zetesis, trimestrale di storia e letteratura nel mondo classico. Accanto a lei Moreno Morani, ordinario di glottologia all’università di Genova, responsabile del sito della rivista. Giulia e Moreno amano immensamente e conoscono la letteratura antica come le loro tasche, sono le persone giuste a cui sottoporre il ritornello rimbalzato più volte sui giornali in margine alla vicenda Englaro, la soppressione di Eluana accostata all’atteggiamento del saggio stoico, che vuol essere padrone della propria morte. «Non è vero niente. Niente è più estraneo alla saggezza antica dell’idea di essere padroni della propria vita – e perciò della morte. Gli antichi avevano vivissimo il senso della dipendenza, l’idea che la vita è nelle mani del Fato, che non le puoi aggiungere neanche un’unghia. Non è tua, e non ne puoi disporre».
«Due immagini fotografano la posizione del mondo antico nei confronti della morte – rincalza Moreno Morani. Una è l’incontro tra Ulisse e Achille nell’oltretomba, nel canto XI dell’Odissea. Al primo che lo esorta a non rattristarsi di essere morto, l’altro risponde: “Non cercare di consolarmi della morte, glorioso Odisseo. Preferirei da vivo sulla terra essere servo di un altro, vivere presso un uomo povero e privo di mezzi, piuttosto che dominare su tutti i morti”. Anche una vita di stenti, sembrano volerci dire, è comunque meglio della morte. La seconda immagine è Gesù che piange davanti al sepolcro del suo amico Lazzaro: sta per resuscitarlo, sa che tra un momento lo farà risorgere, ma piange, piange ugualmente. La morte è la sconfitta suprema».
Eppure i saggi antichi tessono l’elogio del suicidio. Seneca stesso si è suicidato per sfuggire alla condanna di Nerone che lo accusava di aver partecipato alla congiura per ucciderlo…
Non ne tessono l’elogio. Seneca si suicida perché non c’è alternativa, Nerone lo farebbe uccidere comunque. Gli antichi avevano piuttosto una percezione nettissima della tristezza della vita. «Ogni giorno un pezzetto di noi se ne va» scrive proprio Seneca. E nel bel mezzo di un romanzo umoristico, il Satyricon di Petronio, nell’osteria di Trimalcione, in mezzo al cibo, al vino, agli scherzi e alle risate, un servo ha l’incarico di ripetere all’oste a intervalli regolari: «Un’altra ora se n’è andata. Sei un’ora più vicino alla morte».
Una concezione piuttosto cupa dell’esistenza. Non era il caso di andarsene da sé?
Certo, gli antichi hanno il senso vivissimo del limite, della fragilità della condizione umana. «L’uomo è il sogno di un’ombra», scrive Pindaro. «L’ideale per l’uomo sarebbe non essere mai nato; ma per chi è nato, l’ideale è lasciare questa vita il prima possibile» gli fa eco Sofocle. Ma anche dentro questa tristezza non incitano mai ad abbandonare la vita; piuttosto ad apprezzarla per quanto possibile. Il «carpe diem» di Orazio non è l’esaltazione becera dell’effimero a cui lo ha ridotto la cultura moderna, ma l’esortazione a valorizzare tutto quel che c’è di bello e di buono della vita perché è precario, oggi c’è e domani chissà. La morte è guardata con rispetto, è il destino tragico che attende tutti, «a’ livella», direbbe Totò, che accomuna poveri e signori; ma è nelle mani degli dei.
Ma c’è anche chi, come Antigone, sceglie di morire; non a caso in questi giorni avete riproposto sul vostro sito la sua vicenda…
È tutt’altra cosa. Antigone ama la vita, non vorrebbe morire; ma sceglie di farlo pur di non «violare le leggi non scritte, incrollabili, degli dei, che non da oggi né da ieri ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce. Io non potevo, per paura di un uomo arrogante, attirarmi il castigo degli dei». Ci sembra drammaticamente attuale: ieri come oggi è in gioco la lotta fra le leggi non scritte, poste dagli dei nel cuore degli uomini, e un potere presuntuoso che si arroga il diritto di decidere del bene e del male. Un conflitto che spesso si sente attribuire alla Chiesa, come se il mondo antico fosse il regno della libertà, nel senso di una legge totalmente fatta dagli uomini, e poi il cristianesimo avesse inflitto agli uomini il giogo di una norma divina: tutte balle. Quattrocento anni prima di Cristo la questione è già tutta lì.
Le “leggi non scritte” non impedivano però loro di uccidere gli infelici, per esempio i neonati deformi…
Certo, l’affermazione del valore di ogni persona umana si compie solo col cristianesimo. Però è interessante osservare che se gli antichi praticavano l’eugenetica – l’eliminazione appunto dei bimbi giudicati inadatti alla vita – si sono sempre tenuti alla larga dall’eutanasia: la vita va conservata fino a che agli dei non piaccia riprendersela.
In certi ambienti si diffonde anche un’idea più serena dell’aldilà…
Sì, soprattutto con il successo dei culti misterici si diffonde anche un’immagine del corpo come prigione dell’anima e dell’aldilà come speranza di liberazione. Ma questo non sposta l’idea che il momento della morte rimanga nelle mani del Destino. Prendiamo il Somnium Scipionis di Cicerone. Qui Cicerone immagina che a Scipione appaia in sogno una visione dell’aldilà: un mondo beato, in cui le anime dei defunti vivono felici, libere dalle preoccupazioni del mondo. «Ti prego, padre mio santissimo e ottimo – dice a un certo punto Scipione – se questa è la vera vita, a quanto sento dire, come mai indugio sulla Terra? Perché non mi affretto a raggiungervi qui?». «No – è la risposta dei beati, che evidentemente Cicerone fa propria. Se non ti avrà liberato dal carcere del corpo quel dio cui appartiene tutto lo spazio celeste che vedi, tu non puoi avere accesso a questo luogo. Gli uomini sono stati infatti generati col compito di custodire quella sfera lì, chiamata Terra, che tu scorgi al centro di questo spazio celeste; a loro viene fornita l’anima dai fuochi sempiterni cui voi date nome di costellazioni e stelle, quei globi sferici che, animati da menti divine, compiono le loro circonvoluzioni e orbite con velocità sorprendente. Per cui a te, Publio, come a tutti gli uomini pii, spetta il compito di tenere l’anima sotto la custodia del corpo, né è possibile migrare dalla vita degli uomini senza il consenso del dio da cui l’avete ricevuta, perché non sembri che intendiate esimervi dal compito umano assegnato dalla divinità». La morte sta comunque nelle mani del dio.
Inserito da marcopedroni il 19 Febbraio 2009 - 9:03am
Un'altra bella dimostrazione che la volontà di morire non esiste. Nell'uomo, religioso , laico e pagano che sia esiste solo la volontà di vivere come in tutti gli esseri viventi. Il termine volontà sinonimo del termine vita. In nome della libertà sarà, giusto che ci sia anche il testamento biologico. Ognuno si assumerà così la propria responsabilità.