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Cuffaro a Tempi: «Vivo nell’offerta e nell’affidamento a Dio, questo i giudici non possono impedirmelo»

marzo 17, 2014 Totò Cuffaro

L’ex governatore scrive da Rebibbia una lettera a Tempi dopo che il tribunale gli ha negato l’affidamento ai servizi sociali. «Il carcere non è storie di corpi ma soprattutto di anime. Se solo lo capisse lo Stato»

cuffaro-servizio-pubblicoCaro direttore, scrivo per ringraziarti del tuo graditissimo e prezioso pensiero di spedirmi in carcere Tempi, che è per me e per tanti altri compagni detenuti un riferimento importante. (…)

Ogni vita, sia laica che religiosa, non può fare a meno di tre convinzioni: credere, sperare e amare. Sono proprio queste tre determinazioni che animano la mia vita di detenuto, protagonisti veri ed entusiasti della vita che scorre, con i suoi colori, immagini, storie, realtà, fantasie, sogni, illusioni, aspettative, ansie, paure, sofferenze e fiducie. Vita vissuta, vita che vivo, vita che sarà ancora buona per ascoltare e capire e fare quando tornerò libero tra la gente. Vita utilizzata per le parole ascoltate e per quelle dette. Una vita ancora buona per sorridere, per cercare il futuro, per contribuire a costruire una realtà insieme a tutti quelli che hanno voglia di vivere, amare, credere e sperare.

Il carcere è un baratro profondo di miserie e di bisogni. Questo mio tempo del carcere, che io mi sforzo e faccio di tutto per pensare e rendere buono e utile, soprattutto per gli altri, non riesco a considerarlo sino in fondo un tempo donato. Resta in me la sensazione come di un tempo, sì che offro, ma come di una offerta scelta non per intera dalla mia volontà, ma pretesa dalla giustizia e impostami dallo Stato.

Il dono e l’offerta che faccio sono sì positivi e sinceri, ma l’essere essi voluti non totalmente e liberamente non mi soddisfa del tutto. Allora aspetto di provare questa mia capacita di dono e di offerta quando sarò libero, per poterla fortificare ed essere completamente sicuro e consapevole e soddisfatto della importanza di fare qualcosa per gli altri, e così attendo con ansia e con pazienza di potermi dedicare a chi ha più bisogno, conscio che così mi dedicherò anche alla mia anima.

Purtroppo i giudici, non concedendomi l’affidamento ai servizi sociali credo all’insaputa della Giustizia, hanno deciso che dovrò finire la mia pena in carcere, non la condivido ma rispetto la sentenza; ancora due anni di sofferenze e di privazioni, il Buon Dio mi aiuterà.

È un tempo di ulteriore prova, e la fede è balsamo e conforto, e per essa l’amore mi consegna, amato, all’affidamento dell’abbraccio di Dio, questo “affidamento” i giudici non possono impedire, e la fede mi dà nell’amore dei miei la forza della resistenza. La preghiera schiuderà il blindo della mia cella interiore, nella quale potrò intrattenermi, sempre non impedito, cuore a cuore, in dialogo di intima amicizia con Lui, dal Quale so di essere amato e accolto come figlio, e potrò in questa mia resistenza non cedere il passo alla resa.

Concetti questi che ho preso da Tempi.

Immobili le cose, fermo il tempo
Ho finito di scrivere il mio secondo libro in carcere, Le carezze della nenia, sarà nelle librerie a fine marzo, credevo fosse finita la mia esperienza di scrittore improvvisato, la mia forzata permanenza in carcere mi darà la possibilità e il tempo di scrivere un altro libro. Scrivo, così, non potendo in carcere rincorrere le cose, faccio sì che mi sembri siano esse a corrermi incontro, e ciò non è libertà, è la sola cosa possibile. Invece nella cella ogni cosa è ferma, al pari della mia vita, immobili gli oggetti e fermo il tempo, e non so decidermi se considerare ciò un bene o un male. Sono fermo anch’io e parafrasando Bertolt Brecht penso: «Sono seduto dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti sono occupati».

Rifletto sulla catena che mi ha avvinto in questi anni e che, così hanno deciso, dovrà avvincere ancora la mia esistenza, e mi interrogo, su quali mutamenti stia portando in me, e su come mi farà differente. Guardo indietro e nonostante siano stati anni lunghi e pesanti, mi sembra che il tempo sia passato rapido. E mentre ogni cosa, nella cella, resta ferma, non è così nella mia vita, perché, vero è che dipendo dal volere degli altri, e però, per vivere, devo metterci la mia volontà.

La vita è fatta di tante cose legate insieme, buone e brutte che siano, e tutte bisogna affrontarle quando si presentano, il domani non si ferma. Ringrazio Dio per le tante cose buone e belle che mi ha date, e quando sono un po’ più fido credente, lo ringrazio per le cose brutte, a cominciare da questa che vivo, perché in essa c’è l’amore e vi dimora la speranza.

È passato ed è finito il mio tempo per la “politica”, ma non quello per il lavoro e per l’impegno di volontariato e di solidarietà nel sociale. La vita deve cercare il motivo del suo senso, richiederne il bisogno, capirne il valore, saperne cogliere l’essenza, altrimenti è una non vita o quantomeno inutile.

Caro Luigi, in carcere ho imparato che la vita va accettata così com’è e che la ricompensa che essa ci da è vivere, e poter così continuare a credere, sperare ed amare. Ho capito vivendolo che il carcere non è storie di corpi, ma è soprattutto storie di anime. Se questo lo percepisse l’opinione pubblica e lo capisse lo Stato e si comportassero di conseguenza, le condizioni delle persone detenute certamente ne trarrebbero giovamento, si riuscirebbe a salvaguardare la dignità dell’uomo detenuto, ne trarrebbero un beneficio le loro famiglie, e vantaggio la società e le nostre istituzioni.

Purtroppo l’ultimo decreto falsamente chiamato “svuota carceri” e ora convertito in legge non va in questa direzione, e avvertiamo che in questi ultimi giorni ci sia dentro le carceri non una apertura ma una stretta. Nonostante tutto siamo fiduciosi che il nostro paese saprà maturare una nuova consapevolezza, e papa Francesco sta certamente portando un contributo straordinario di amore e di esempio.

Con amicizia, stima, gratitudine, preghiera
Totò

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1 Commenti

  1. paolab says:

    signor Tossani, legga bene. l’articolo che lei cita non dice che cuffaro ” è condannato contro il parere dell’accusa” ma che non ha ottenuto i domiciliari nonostante il parere favorevole della procura della repubblica. fa una bella differenza. dopo di che – e al netto di tutta la comprensione per chi patisce il carcere che è appunto una pena – sono sempre sorpresa dal fatto che persone con responsabilità pubbliche che hanno commesso crimini così odiosi verso la società dipingano sé stesse come santi e non riescano mai a dire una esplicita parola di pentimento. io vorrei ricordare che ci sono persone che hanno dato la vita gratuitamente per combattere la mafia che alla sicilia dà e ha dato tanto dolore. gente coraggiosa e giusta. invece non ha una parola di pentimento il signor cuffaro condannato per favoreggiamento alla mafia… (dei buchi lasciati al bilancio della Sicilia, sorvoliamo. ma cristianamente parlando, è un bel peccato, eh)

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