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Crollo natalità. «Neanche gli immigrati fanno più figli. Dobbiamo aiutare la famiglia»

marzo 7, 2017 Caterina Giojelli

Nel 2016 sono nati 474 mila bambini, 12 mila in meno rispetto al 2015. Intervista al demografo Gian Carlo Blangiardo: «Gli italiani vorrebbero più figli. Il governo imiti le politiche francesi»

Ormai l’adagio è vecchio come l’Italia: il nostro non è un paese per bimbi. Mentre registriamo 60 milioni e 579 mila residenti (- 86 mila unità rispetto all’anno precedente) e 608 mila decessi, nel 2016 le nascite toccano un nuovo minimo storico (474 mila unità, circa 12 mila in meno rispetto al 2015 che con 486 mila nuove nascite aveva registrato il record negativo). La popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni. È la fotografia scattata dall’Istat nel report “Indicatori demografici. Stime per l’anno 2016”: «Nessuna novità. È dagli anni Novanta che il saldo naturale, cioè la differenza fra le nascite e i decessi, continua ad essere negativo e non ci sono segnali di inversione», commenta a tempi.it il demografo Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia all’Università di Milano-Bicocca.

Professore, quest’anno ci siamo “persi” 86 mila italiani: quindi la situazione è destinata a peggiorare?
Diciamo che non ci sono segnali di miglioramento, l’anno scorso ne avevamo “persi” 130 mila, quest’anno sono stati meno ma solo perché la mortalità è tornata ai livelli di due anni fa. Dal punto di vista delle nascite le cose continuano e continueranno a peggiorare anno dopo anno: questo è il vero punto delicato di tutto il sistema.

I giornali titolano però che il calo della popolazione è compensato dagli immigrati (il saldo migratorio con l’estero, è positivo per 135 mila unità): è vero?
Non è più vero ed è stato abbondantemente dimostrato: dal 2012 registriamo un calo consistente di nascite da immigrati. Nel 2016 si stimano tra gli stranieri 61 mila nuovi nati, ma nel 2015 erano 72 mila: le coppie straniere incontrano le stesse difficoltà delle coppie italiane ad avere figli, e spesso in forma ancora più esasperata. Allo stesso tempo, dato ben più significativo e che sta crescendo nel tempo, nel 2016 sono emigrate dall’Italia verso altri paesi 157 mila persone, di cui 115 mila italiani, il 12,6 per cento in più rispetto al 2015: questo significa che stiamo tornando ad essere nuovamente un paese caratterizzato da emigrazione della propria popolazione, per altro quella più giovane e più formata, più istruita, quella che dovremmo valorizzare invece in Italia.

Rispetto agli altri paesi d’Europa quali sono i segnali di sofferenza tutti italiani?
L’Italia rimane il paese europeo con il tasso di natalità più basso. Il nostro declino demografico riflette, inoltre, l’invecchiamento complessivo: su questo piano ce la giochiamo con la Germania. I segnali sono dati dalle reazioni delle famiglie in difficoltà a mettere al mondo bambini, conciliare lavoro e maternità, trovare accesso ad asili, servizi di cura, fare i conti con l’aiuto scarso o assente dello Stato e politiche tariffarie e impostazioni tributarie poco eque. In Francia abbiamo una situazione completamente diversa e una presa in carico seria del problema demografico e degli interventi a favore della natalità, che hanno in qualche modo eliminato le cause che in Italia impediscono di mettere su famiglia. Il tasso di fecondità in Francia è di 2,1 figli per donna, capace di garantire il ricambio generazionale, si va da un quoziente famigliare che permette di pagare le tasse in funzione dei carichi famigliari veri, ad assegni famigliari più sostanziosi. Si tratta di vere e proprie iniziative di politica demografica e familiare che non restano circoscritte alla sola sfera dell’emersione della povertà e dell’esclusione sociale. Si interviene nell’universo in cui i bambini si fanno, così si cresce e forma il capitale umano di cui ha bisogno un paese che non può affidare la risoluzione dei suoi problemi di denatalità al contributo dell’immigrazione.

Ma in Italia la famiglia è ancora un valore?
In Italia le inchieste ci dicono che le donne vorrebbero 2,19 figli a testa, ma nella realtà ne hanno solo 1,3. C’è un “mezzo bambino”, passatemi l’espressione infelice, che scompare di fronte alle difficoltà e che ci dice che il desiderio di mettere al mondo nuovi nati per gli italiani è molto più alto rispetto alla realizzazione dello stesso. E questo accade soprattutto nelle classi medie, le famiglie che possono contare su due stipendi ma che non riescono ad andare oltre al primogenito perché devono fare i salti mortali per sopravvivere: questo è il gap in cui ha origine la carenza di natalità in Italia e che attende un forte segnale della politica e della società.

Il saldo naturale (nascite meno decessi) registra nel 2016 un valore negativo (-134 mila) che rappresenta il secondo maggior calo di sempre, inferiore soltanto a quello del 2015 (-162 mila). Quando tornerà – se mai tornerà – ad essere positivo?
Siamo una nazione sempre più vecchia, non solo le nascite non crescono, ma le morti aumenteranno. Il saldo non verrà compensato grazie agli immigrati ma restituendo a chi vive in Italia il coraggio di mettere su famiglia, lo ripeto: può non piacere ma è lì che si fanno i bambini, e i bambini non sono un prodotto d’importazione. Esiste una cosa chiusa in un cassetto della Presidenza del Consiglio che si chiama Piano per la Famiglia, approvato dal Consiglio dei ministri al tempo del governo Monti: contiene proposte di natura economico-fiscale e altre a costo zero o quasi, come favorire le strutture per gli asili nido dei bambini, un clima culturale più favorevole alle famiglie che hanno figli, iniziative che rafforzino la compatibilità fra maternità e lavoro. Ci sono misure che non costano molto e che varrebbe la pena di riconsiderare. Eppure il Piano resta congelato e inattuato dal 2012.

Foto Ansa

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