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Croazia-Serbia in campo per la prima partita da quando la guerra è finita

marzo 19, 2013 Emmanuele Michela

Tra stadi insanguinati e dichiarazioni urticanti, tutti i fili che s’incrociano intorno alla partita per la qualificazione ai Mondiali in programma venerdì.

Sinisa Mihajlovic è nato e cresciuto a Vukovar, cittadina croata simbolo del conflitto balcanico e giura di aver accettato l’incarico da ct della Serbia anche sapendo che sulla strada per i Mondiali del 2014 si sarebbe trovato di fronte la Croazia. Inutile dire che ad aspettare il match di venerdì sera non è soltanto l’ex-difensore di Lazio e Inter (che aspetta la partita, va detto, in maniera pacifica), ma entrambe le nazioni: è la prima volta che le due squadre si affrontano da quando la guerra è finita. Un precedente, per la verità, ci fu nel ’99, ma la Serbia si chiamava Jugoslavia e comprendeva anche il Montenegro. E nessuno vuole che si replichi, anche solo in minima dose, il clima urticante che attraversò quella partita.

SUKER INVITA ALLA CALMA. Croazia-Serbia sarà la partita di cartello del week-end calcistico internazionale: di cartello a modo suo, non tanto per il valore dei due organici (pur sempre in crescita) quanto per i fili storici e geo-politici che s’intrecciano intorno ad essa. Odi e rivalità vecchie vent’anni, ma ancora brucianti: gli inviti alla calma si alternano, a partire dalle parole del presidente della Federcalcio croata Davor Suker, già capocannoniere di Francia ’98: «Vorrei tanto avere la bacchetta magica per fare in modo che non venga fischiato l’inno serbo». L’ex-attaccante del Real ha dovuto zittire anche mister Stimac, che provocatoriamente aveva proposto di far dare il calcio d’inizio del match ad Ante Gotovina, leader dell’esercito croato per anni considerato colpevole di pulizia etnica sui serbi ma assolto nel 2012.
Sono storie vecchie, ma ancora vive nella memoria di tanti, tra due Paesi che, pure a livello politico, si guardano storto da qualche mese: il presidente serbo Nikolic non si fece problemi un anno fa a definire Vukovar «una città serba, in cui i croati non hanno ragione di tornare».

IL PRECEDENTE IN QUELLO STADIO. Anche il presidente della Uefa Platini ha speso il suo invito alla calma scrivendo ai due premier, e coi 35mila biglietti già venduti la federazione calcistica serba ha deciso di non organizzare trasferte per la gara di Zagabria, ottenendo lo stesso supporto dai rivali per il match di ritorno in programma per il prossimo 6 settembre a Belgrado. Nessun tifoso ospite quindi al Maksimir, stadio della capitale croata, piccolo impianto che accoglie le partite casalinghe della Dinamo oltre a quelle della Nazionale.
Un altro triste precedente è legato proprio a questa arena, e porta una data nefasta: 13 maggio 1990, giorno della partita tra il club di casa e la Stella Rossa. Per qualcuno quanto accadde in quel match fu il prologo della guerra d’indipendenza croata, che sarebbe esplosa nel giro di qualche mese, anche perché la partita era in programma giorni dopo le elezioni che a Zagabria avevano sancito la vittoria di Tudjman. Le rivalità storiche tra le due compagini si erano caricate di valenze nazionali: alla rabbia dei tifosi di casa aveva risposto la presenza di 3mila tifosi ospiti, guidati da Zeljko Raznatovic, poi diventato famoso come la tigre Arkan, uno dei criminali di guerra più famosi della storia. Le due squadre scesero in campo, ma non giocarono mai la partita: gli scontri sugli spalti si trasferirono poi in campo, con l’intervento violento della polizia, a maggioranza serba, sui tifosi croati. Gli scontri andarono avanti fino alla notte, trasferendosi nelle vie della città e costringendo i giocatori della Stella Rossa a barricarsi negli spogliatoi e a scappare con un elicottero militare. Quel pomeriggio lasciò sul campo più di 60 feriti, e impresse un’immagine diventata poi famosa, quella di un calciatore della Dinamo che reagisce e colpisce un agente di polizia: era un giovane Zvonimir Boban, passato poi al Milan l’estate successiva.

CI SI GIOCA IL PASS PER I MONDIALI. La tensione che soffierà venerdì sarà sicuramente niente rispetto a quanto accaduto 23 anni fa. Il tempo ha raffreddato le rivalità, di sangue ne è scorso tanto e la cenere ha cosparso le braci che fino a pochi anni fa avevano incendiato tutta la regione. Nessuno però vuole ripiombare in quello stato d’odio e disprezzo che segnò la partita del ’90, il match che ancora oggi è ricordato come la pagina più triste dello sport balcanico. Chi fa gli scongiuri vuole che la partita di venerdì conti solo per arrivare ai Mondiali, Gruppo A di qualificazione: i serbi inseguono a sei punti di ritardo i croati, primi insieme al Belgio. Si giocherà tutto in campo. Ma non sarà una semplice partita di pallone.

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