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Critica marxista alla non-cultura del gender

ottobre 10, 2017 Diego Fusaro

La giustizia risiederebbe nella produzione di un modello unico indistinto, uniformato, diversificato solo per il valore di scambio singolarmente disponibile

gender-neutrale-linguaggio

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Alla stregua del falso multiculturalismo, che dissolve le culture e ne rioccupa lo spazio vacante con il valore di scambio, la teoria del gender produce il livellamento e la neutralizzazione delle differenze, affinché l’economia possa integralmente impadronirsi del nuovo individuo unisex e senza identità, l’homo vacuus. Quest’ultimo corrisponde a un puro atomo materiale consumatore di merci ed erogatore di forza-lavoro flessibile e precaria, ciò che suffraga i versi di Franco Fortini: «Al profitto e al suo volere/ tutto l’uomo si tradì».

La furia del dileguare capitalistica finge di voler valorizzare le culture e le identità, chiedendo a ciascun popolo e a ciascun individuo di rinunciare alle proprie per aprirsi alle altre: e, così, ottiene l’inconfessabile obiettivo dell’annullamento delle culture e delle identità in quanto tali, sostituite dal vuoto nichilistico della sottocultura del consumo per atomi unisex e asimbolici, adepti del solo valore di scambio.

In questa indebita declinazione dell’uguaglianza come “medesimezza” consiste il presupposto del mondialismo e della sua ideologia del medesimo: il livellamento qualitativo coesiste, così, con le massime disuguaglianze quantitative di un paesaggio sociale che, sempre più a livello planetario, è composto da individui unisex e senza identità culturale, differenziati esclusivamente per il valore di scambio di cui dispongono. L’uniformazione planetaria procede congiuntamente con le pratiche della disegualizzazione economica conforme con il classismo fondante il nesso di forza capitalistico.

L’obiettivo del plusgodimento
L’indifferenzialismo sessuale propugnato dall’ideologia genderista si fonda sul falso presupposto in accordo con il quale la vera giustizia risiede nella cancellazione coatta delle differenze e nella coerente produzione del modello unico indistinto, uniformato, indifferenziato, diversificato solo per il valore di scambio singolarmente disponibile. Come sottolineato, il teorema fondativo del genderismo è quello in accordo con il quale – così scrive Alain de Benoist – «saremmo veramente uguali solo essendo identici; avremmo lo stesso valore assumendo gli stessi ruoli, mentre il riconoscimento delle differenze, anche le più evidenti, perpetuerebbe l’ineguaglianza e l’oppressione».

In antitesi con l’errato assunto secondo cui possono essere uguali solo gli identici, la vera giustizia sta nel riconoscere e nel trattare con il medesimo rispetto le alterità e le differenze degli individui e dei popoli: non annulla le differenze, ma fa sì che in nome di esse non si producano forme di violenza che spaziano dall’intolleranza allo sfruttamento.

Per l’oltreuomo post-borghese e post-proletario che vive nel tempo della morte di Dio, tutto deve essere possibile: sia in ambito economico, perché non v’è realtà che non sia ridefinita come merce funzionale alla circolazione e al plusvalore; sia nell’ambito del libero mercato erotico, giacché per l’individuo unisex dalla sessualità fluida ogni altro individuo unisex figura come merce erotica funzionale alla circolazione e al plusgodimento.

L’identikit del nuovo uomo
Nel caso dell’ideologia gender, la falsa declinazione dell’uguaglianza come medesimezza si regge sul paradossale presupposto secondo cui l’eguaglianza sociale tra i sessi – che è di per sé giusta – debba fondarsi sulla sparizione della loro differenza ontologica. L’uguaglianza è, per questa via, svilita al rango del semplice essere-il-medesimo, alla neutralizzazione della dualità ontologica del maschio e della femmina. Si ha, così, una forma ingannevole dell’uguaglianza, che più appropriato sarebbe appellare indistinzione: la quale coesiste poi, di fatto, con la massima disuguaglianza materiale ed economica.

In altri termini, la giusta idea di una cultura fondata sul rispetto della differenza è annullata sull’altare di una non-cultura centrata sull’educazione dell’indifferenza e dell’indistinzione. Dall’assunto della neutralità come sola prospettiva che renda attuabile l’apertura a ogni possibilità scaturisce un profilo antropologico neutro e indifferenziato, che non è affatto neutro rispetto ai processi economici e alla loro tendenza alla neutralizzazione, ossia – in senso non solo metaforico – alla produzione del neutro. È questo l’identikit essenziale del nuovo uomo senza qualità e senza gravità, vuoto residuo post-metafisico e post-identitario delle “lotte contro tutte le discriminazioni”, mero supporto ideale dei processi del consumo e dello scambio di merci.

Foto Ansa

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