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Cristicchi: «L’esodo dall’Istria è una pagina che è stata strappata dai libri di storia. Per questo ve la racconto»

aprile 16, 2014 Matteo Rigamonti

«No a ricostruzioni “santificate” della Resistenza. Perché è anche dalle zone d’ombra e dal dolore che si impara». Intervista al cantautore: «Le parole hanno bisogno di diventare carne»

Mio nonno è morto in guerra e Magazzino 18 sono i due libri che il cantautore romano Simone Cristicchi ha scritto per parlare della Seconda Guerra Mondiale e della Liberazione dell’Italia. Entrambi sono editi da Mondadori. Il primo raccoglie circa sessanta racconti di reduci, partigiani e civili sopravvissuti al conflitto, come suo nonno che, dopo essere scampato alla campagna di Russia, è tornato «e mi ha cresciuto come un padre – confida Cristicchi a tempi.it – io che sono rimasto orfano quando avevo dodici anni. Mi ha insegnato moltissime cose, soprattutto l’ironia, che è la capacità di saper ridere di se stessi». Il secondo volume narra di una drammatica e ancora controversa pagina della recente storia italiana: l’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia che furono costretti a lasciare la loro terra in seguito al Trattato di pace del 10 febbraio 1947 che consegnò alla Jugoslavia comunista di Tito quel pezzo d’Italia da sempre conteso che abbraccia il mare da Capodistria a Pola.
Mio nonno è morto in guerra è diventato uno spettacolo teatrale, interpretato da Cristicchi, dove le storie sono state ridotte a 14 e il racconto è intervallato da canzoni popolari e d’autore italiane. Oggi al teatro Menotti, a Milano, l’ultima data. Ma a breve l’artista ritornerà sulla scena con l’altro spettacolo, Magazzino 18, dal quale da poco più di un mese è stato ricavato anche un libro. Per accompagnare il lettore in quel magazzino, che tuttora sorge alle spalle di Piazza Unità d’Italia a Trieste, dove sessant’anni fa i trecentocinquantamila italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, prima di trasformarsi in esuli, dopo essere stati costretti a evacuare le loro case e abbandonare la regione, lasciarono i loro beni e averi nella speranza, un giorno, di poterli ritrovare. Un’immensa tragedia di cui quasi nessuno sa nulla e di cui pochi hanno trovato il coraggio di parlare nei decenni che seguirono.

Cristicchi, cosa l’ha spinta a cercare le storie che racconta nei suoi libri e spettacoli?
Il silenzio di mio nonno che, dopo essere tornato dalla ritirata di Russia, non ha mai voluto parlare di quello che aveva visto al fronte. Forse perché ero ancora troppo piccolo. La mia curiosità, però, mi ha spinto a cercare parole e racconti per riempire quel silenzio. Oltretutto, i testimoni di quel periodo stanno cominciando a scomparire e già una decina di quelli che io ho sentito non ci sono più.

Perché ha scelto di ricorrere alla forma artistica del teatro?
Perché il materiale che ho raccolto nei miei libri è moltissimo e il teatro mi offre la possibilità di fare una scelta. Parole di questo tipo, infatti, hanno bisogno di diventare carne, di essere dette. È la stessa ragione per cui invito i lettori a leggere ad alta voce le storie che racconto.

Lei ha acceso un riflettore su di una pagina di storia, quella dell’esodo istriano, la cui memoria è tuttora controversa nell’opinione pubblica italiana. Come mai?
È importante parlare di questa drammatica pagina che è stata strappata dai libri di storia per non scadere in una ricostruzione “santificata” della Resistenza. Perché è anche dalle zone d’ombra e dal dolore che si può imparare. L’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia è il prezzo che abbiamo pagato per uscire da una guerra nella quale siamo spesso stati ritratti come vincitori, ma che invece abbiamo perso. Basti pensare al risarcimento dei danni di guerra che abbiamo dovuto corrispondere.

Non la preoccupano le contestazioni, che ha già ricevuto?
No, non mi preoccupano. Anche perché io non condanno la Resistenza né tantomeno la Liberazione, per le quali ho sempre avuto e ho parole positive. Ciò non significa, però, che non si possa parlare anche delle magagne e delle contraddizioni che pure le hanno attraversate. A patto che prima di scrivere e di scegliere i contenuti ci si avvalga sempre del parere obiettivo di storici autorevoli. E io l’ho fatto.

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5 Commenti

  1. Daniela scrive:

    Il dramma degli esuli istriani, giuliani, fiumani e dalmati, la loro dignità nel vivere l’esilio da un luogo che in terra non c’è più, è il paradigma dell’ essere esule che appartiene ad ogni uomo. Anche solo per questo non va dimenticato…al di la dei riconoscimenti ormai postumi è un’occasione per ognuno conoscere questa pagina della storia.
    ” Non è un offesa che porta rancore, non è ferita da rimarginare, è l’undicesimo comandamento non dimenticare!”
    Io sono figlia e nipote di esuli! Un dramma e un privilegio!

  2. david scrive:

    Si può è si deve parlare degli errori di tutti purchè si abbia consapevolezza che a quei tempi non c’erano verità dall’una e dall’altra parte, la verità stava solo da una parte.

  3. Andrea (uno dei tanti) scrive:

    Ricordo perfettamente che nel libro di storia delle superiori (fine anni 80) c’era scritto:

    “l’Istria fu RESTITUITA alla Jugoslavia al termine del conflitto”

    Qualcosa per fortuna sta cambiando e oggi si possono trovare libri come

    Fratelli d’Istria. 1945-2000: italiani divisi
    Autore Rumici Guido

    In appendice al libro alcune testimonianze di chi rimase (a molti impedirono perfino la scelta dell’esilio), in particolare quella di un sopravissuto al lager “rieducativo” di Goli Otok (Isola Calva, ad un braccio di mare dalla turistica isola di Rab) chiuso solo nel 1954.

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