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“Miserere”, storie di cristiani perseguitati. Megapura

luglio 17, 2013 Franco Molon

Non sempre la cronaca riesce a “farci vedere” una vicenda. A volte serve la letteratura e il racconto. Primo di una serie di articoli di Franco Molon

Una delle lezioni più importanti che gli allievi di Luca Doninelli apprendono ai suoi corsi di scrittura è che la narrativa può essere uno strumento di conoscenza della realtà tanto quanto la scienza empirica o la statistica sociologica. Certo, la letteratura ha un metodo particolare (il racconto e le sue tecniche) e un oggetto suo proprio (l’animo umano in azione), ma non per questo i risultati cui giunge sono meno attendibili di altri.
Da questo punto di vista la verità letteraria può essere più “vera” della veridicità della cronaca. Per spiegare meglio questo concetto prendo ad esempio un personaggio di uno dei racconti di questa serie che inizia oggi su tempi.it. Si tratta di un poliziotto che, da lontano, con gli occhiali da sole calzati, osserva una scena. È stato inserito per esprimere un concetto di cronaca, che cioè, in quel paese, la polizia non si oppone a certe pratiche, le tollera e, addirittura, in certi casi le sostiene. Ebbene, il comparire silenzioso del personaggio in tre momenti della narrazione comunica al lettore questa “verità” molto più di un resoconto giornalistico.
Affinché la verità letteraria non sia una finzione sono necessarie due condizioni: che lo scrittore sia sincero, sia cioè capace di guardare la realtà in profondità senza gli occhiali di un’ideologia inforcati sul naso e che il lavoro di documentazione, a monte della narrazione, sia serio. È quello che ho cercato di fare.

MEGAPURA

Il van bianco e verde si ferma nello spiazzo che si può definire come il centro del paese; ne scendono un uomo giovane, un ragazzo e due bambini. Hanno tutti un aspetto elegante, abiti puliti e costosi, volti distesi come se il lungo viaggio per inerpicarsi nel cuore alto dell’isola di Papua non li avesse segnati.

Amir, il giovane uomo, si schiarisce la voce e prova a richiamare l’attenzione degli abitanti di Megapura gridando forte: «Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso, la pace sia con tutti voi» quindi, con un tono più basso, passa a declamare alcuni versetti del Corano mentre i bambini e il ragazzo girano per stradine e casupole a raccogliere i paesani. Quando una piccola folla si è radunata in prossimità del furgone Amir riprende il suo discorso con piglio autorevole:

«Sono un ustad del pesantren di Daarur Rasul e questi sono alcuni dei miei migliori allievi. Nel nostro collegio i bambini diventano uomini, come è stato per me e come sarà presto anche per Ayub» dice indicando il ragazzo. «Essi ricevono un’istruzione, un’educazione. Grazie ai nostri insegnamenti, una volta terminati gli studi, potranno trovare un posto rispettabile nella vita e non dovranno vivere di stenti e povertà come accade a voi. Per questo vi dico: affidateci i vostri figli! Offriremo loro un futuro migliore».

La gente inizia a parlottare perplessa scambiandosi pareri su chi potrebbe beneficiare dell’incredibile offerta, se il figlio di questo o la figlia di quell’altro. Da lontano lo sguardo di un poliziotto controlla ogni movimento e ogni gesto. Amir annusa l’umore che sta montando e gioca la sua carta migliore: «so cosa state pensando, che l’istruzione è costosa e che voi non potete permettervelo. Ebbene per i primi cinque bambini che si presenteranno qui, oggi, sarà tutto gratuito. Le loro famiglie non dovranno sborsare un soldo. Prendete subito questa benedetta decisione perché tra un paio d’ore noi ce ne andremo e voi avrete perso questa opportunità. Non sprecate la fortuna che Dio Onnipotente oggi vi offre.»

L’imbonitore fa un cenno ai due bambini che, al comando, partono con la recita della tabellina del 5, riempiendo di stupore e ammirazione i presenti. A metà dell’esibizione, dal fondo, si avanza un uomo anziano, vestito di stracci, che sospinge avanti a sé un bambino scalzo, sporco e con il moccio al naso. «Prendete mio nipote» dice «è orfano. Io sono vecchio e malato e non posso più pensare a lui».

Amir sorride, passa una carezza sulla testa del piccolo, ringrazia Dio e loda il vecchio per la sua saggezza «daremo subito a tuo nipote degli abiti e dei sandali nuovi non appena Ayub avrà lavato il piccolo al ruscello» conclude ordinando il bagno con gesto secco e autoritario.

Il ragazzo, che fino a quel momento pareva annoiato, si scuote, prende il bambino per mano e si allontana tra due piccole ali di folla, supera il poliziotto con gli occhiali da sole e sparisce giù da una scarpata. «Come ti chiami, piccolo?» domanda dopo qualche passo.

«Filipus»

«È proprio un bel nome. Il mio nome vero invece è Aldi. Ayub me lo hanno imposto loro, ma a me non piace. Niente di loro mi piace. Sai, anch’io sono nato da queste parti e quando avevo la tua età mi hanno portato a Jakarta. Il pesantren però è un posto orribile, ti svegliano alle quattro del mattino e per tutto il giorno non fai altro che pregare e studiare il Corano, fino alle dieci di sera. Puah!»

Giunti sulla riva del ruscello Ayub si inginocchia e, guardando fisso negli occhi il bambino, dice: «adesso, Filipus, devi fare una cosa per me. Tu rimani qui buono, buono e quando, fra poco,vengono a prenderti dì loro che sono sceso lungo il fiume. D’accordo? Io là non ci torno.»

Il piccolo annuisce abbassando gli occhi mentre il ragazzo gli dà un buffetto sulla guancia e comincia a correre verso monte.

«Aldi, Aldi!» grida Filipus «portami con te».

Il ragazzo si ferma, si volta a fissare per qualche istante il futuro di quel bambino poi dice «andiamo, sbrigati!»

I due sono già lontani nella foresta quando sentono il poliziotto sparare alle ombre.

Il 5 maggio 2013 un’inchiesta del giornalista australiano Michael Bachelard rivela come, in Indonesia, sia in atto da molti anni un programma di islamizzazione forzata della minoranza cristiana nella provincia di West Papua. Si calcola che negli ultimi 10 anni più di 2.200 bambini di famiglie cristiane povere siano stati portati in pesantren con la promessa di istruzione gratuita. I pesantren, come quello di Daarur Rasul sono collegi islamici dove si insegna il Corano per 8 ore al giorno.

I promotori del pesantren di Daarur Rasul girano per i villaggi poveri dell’entroterra dell’isola di Papua con un van fiammante e alcuni allievi del collegio per reclutare tra le famiglie cristiane nuovi alunni che subiranno poi un processo di islamizzazione della durata di diversi anni.

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