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Crisi Spagna, non è tutto nero. «Si vedono i segni della ripresa»

dicembre 9, 2012 Rodolfo Casadei

«Investimenti esteri e turismo sono in aumento. E i nazionalismi si sono dimostrati vicende irreali. Economia e cultura per ripartire dopo il 2013». Parla José Miguel Oriol

«Non sono così pessimista. La crisi economica e le proteste sociali possono aggravarsi ancora un po’, ma solo nel breve termine. Il governo sta facendo ciò che era necessario, considerati il debito spagnolo accumulato e i vincoli con l’Europa. La disoccupazione aumenterà ancora a causa dei licenziamenti nel settore bancario, il 2013 sarà un altro anno difficile, ma poi ci sarà la ripresa. I segnali ci sono già: il turismo dall’estero tiene, gli investimenti esteri diretti sono in aumento, Renault e Ford stanno trasferendo o ampliando impianti di produzione automobilistica in Spagna. E la chimera dei nazionalismi catalano e basco si mostra già per quello che è: una vicenda irreale, una fantasia che sarebbe durata meno del troppo che è stata in scena se non vivessimo in un mondo dominato dal virtuale». José Miguel Oriol è uno dei protagonisti della vita culturale spagnola, presidente e fondatore della casa editrice Encuentro di Madrid: oltre 1.700 titoli in 34 anni di esistenza, 842 dei quali tuttora in catalogo. Autori come Luigi Giussani e Angelo Scola, Hans Urs von Balthasar e Joseph Ratzinger, C. S. Lewis e Georges Bernanos. È anche presidente onorario della Compagnia delle Opere spagnola.

Don José Miguel, ma allora la Spagna è già fuori pericolo, nonostante i numeri poco confortanti e il rompicapo catalano?
Senta, i veri pericoli, quelli di cui si parla poco, sono altri due. Uno è la mancanza di senso di responsabilità, soprattutto nel sistema dei media. C’è la crisi anche per loro, e allora per vendere puntano tutto sullo scandalismo e sull’enfatizzazione dei problemi dovuti alla crisi economica. È giusto approfondire le questioni della corruzione politica, ma la realtà, come possono testimoniare le persone come me che hanno vissuto molti momenti della storia spagnola, è che il fenomeno odierno è molto meno pervasivo della situazione di 40-50 anni fa, verso la fine del franchismo e nei primi anni della democrazia. Il secondo pericolo è rappresentato dalla situazione di profondo disagio dei giovani: manca loro un progetto di vita, non vedono un futuro per sé anche quando hanno ricevuto una formazione di buono o di alto livello. Così quello che succede è che una quota crescente di giovani molto qualificati abbandona la Spagna e si trasferisce là dove trova occasioni e lavoro confacenti alle loro aspettative: Australia, Finlandia, America latina, Stati Uniti. Un tempo gli spagnoli emigravano per fare i braccianti in Francia o i metalmeccanici in Germania e in Belgio; adesso emigrano i giovani architetti: se ne sono andati già 5 mila che hanno trovato lavoro in Cina e in paesi europei.

Lei sembra prendere sotto gamba la minaccia nazionalista catalana e basca. Non è un errore?
Il nazionalismo ha fatto breccia nelle giovani generazioni di quelle regioni perché i governi centrali sono stati eccessivamente permissivi nei riguardi delle politiche dell’educazione che i governi regionali hanno attuato dopo il passaggio delle competenze in materia. Nazionalisti baschi e catalani hanno trasformato l’educazione in propaganda, e ora il governo Rajoy avrà il suo da fare per riprendere in mano la situazione almeno un po’. Ma nonostante trent’anni di lavaggio del cervello, che oltre alla scuola ha coinvolto il sistema dei media locali, i nazionalisti di tutte le varietà, dai moderati ai radicali, non sono più del 60 per cento in Catalogna e del 50 per cento nei Paesi Baschi. Il tormentone catalano è sorto per un equivoco: le proteste sociali per la crisi economica e i tagli del governo sono stati interpretati come una volontà di spallata all’unità della Spagna. Ma il voto ha dimostrato che la lettura era parziale: Ciu, il partito che ha voluto le elezioni anticipate per potere meglio gestire una nuova fase politica che doveva portare al referendum per l’indipendenza, ha perso moltissimi voti perché gli elettori lo considerano responsabile dei tagli alla spesa regionale che il governo catalano è stato costretto a fare. In Spagna stiamo assistendo al fenomeno descritto da Vaclav Belohradsky, secondo cui «gli stati si programmano i cittadini, le industrie i consumatori, le case editrici i lettori». Cioè una minoranza attiva è in grado di orientare politicamente la massa, di imporre gusti e preferenze, opinioni politiche e abitudini. È un caso che andrebbe studiato. Comunque l’ossessione identitaria distaccata dalla realtà prima o poi presenta il conto, e questo sta già avvenendo: ci sono imprese che si trasferiscono da Barcellona, capitale industriale della Spagna, a Madrid per sfuggire alle norme regionali che impongono di etichettare i prodotti e di stendere tutta la documentazione amministrativa in catalano oltre che in castigliano. Per molte imprese, che davanti a sé hanno l’immenso mercato latinoamericano, si tratta di un costo inutile che non vogliono più sostenere.

C’è una crisi dell’identità spagnola, così come di altri paesi europei, che richiederebbe non solo ricette economiche. Cosa si sta facendo dalle parti di Madrid?
Rajoy ha puntato tutto sull’economia, da parte del governo non è che arrivino tante risposte su questa materia. A me tuttavia non dispiace: ad affrontare la crisi dell’identità spagnola devono essere principalmente gli intellettuali e gli artisti. E a questo riguardo qualche segnale incoraggiante c’è: dopo la sconfitta elettorale gli intellettuali socialisti che ragionano solo in termini di diritti civili si sono azzittiti, mentre si fanno ascoltare sempre più commentatori di tutte le varietà della destra, da quella laica a quella cattolica, dai moderati ai radicali, spesso ex socialisti o ex comunisti. Uomini come Ignacio Camacho, Jon Juaristi, Edurne Uriarte, Salvador Sostres, Santiago Gonzales e molti altri ancora, che si possono leggere sulle pagine di El Mundo, Abc, La Razon, La Gaceta. Inoltre nascono nuove case editrici e centri culturali imparentati col conservatorismo anglosassone e il tradizionalismo spagnolo. Anche la tv comincia a cambiare: “Isabel”, il serial storico sulla regina Isabella la Cattolica, sta ottenendo un successo clamoroso. Tre anni fa l’avrebbero dovuto interrompere alla seconda puntata, oggi invece fa il pieno di ascolti.

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