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Crisi. La “luna di miele al contrario” tra l’Italia e i mercati

aprile 13, 2013 Matteo Rigamonti

Intervista a Marco Angelo Lossani (Università Cattolica). «L’Italia continua a rappresentare un pericolo sia per sé sia per gli altri paesi della zona euro».

Piani di salvataggio, manovre “lacrime e sangue” e potenziali effetti contagio. La crisi dell’euro e dell’Eurozona è lungi dall’essere risolta. E continuano le discussioni su quale sarà il prossimo paese a cadere. Slovenia, Cipro e Italia, in questo momento, sono i maggiori indiziati. Ma anche le economie di Grecia, Irlanda e Portogallo, dopo le iniezioni di liquidità, sono tutt’altro che risanate. Per questo, secondo Marco Angelo Lossani, ordinario di Economia internazionale all’Università Cattolica di Milano, per i leader dei paesi europei e dell’Unione europa «è arrivato il momento di sedersi intorno a un tavolo e negoziare deroghe all’eccessiva attenzione che si sta ponendo sui numeri di finanza pubblica», che a suo avviso, «in questo momento, non ha ragione d’essere».

Professore, la Commissione europea ha ammesso la possibilità per l’Italia di rappresentare un rischio contagio per l’Europa. Il premier Mario Monti l’ha negato. Lei che idea si è fatto della vicenda?
È evidente, indipendentemente che il governo smentisca o meno le dichiarazioni di Bruxelles, che, in Italia, la situazione rimane preoccupante. Anche se l’andamento dei flussi di finanza pubblica è meno allarmante che non in altri paesi dell’Eurozona. Le manovre “lacrime e sangue”, infatti, hanno fatto sì che il deficit sarà contenuto nel 3 per cento a fine anno. Ma persino un paese come l’Olanda non riuscirà a rispettare questo parametro. È pur vero che, con un debito superiore al 120 per cento del Pil, l’Italia continua a rappresentare un pericolo sia per sé sia per gli altri paesi della zona euro.

Come si stanno comportando i mercati nei nostri confronti?
C’è una specie di effetto “luna di miele” al contrario.

Cioè?
I mercati si stanno comportando con l’Italia come solitamente si comportano con i governi nei primi cento giorni di vita: ossia se ne stanno tranquilli a guardare. Solo che tutto questo sta succedendo mentre un nuovo governo ancora non c’è. Oltretutto in un contesto incerto per tutta l’Eurozona.

Anche il caso Cipro, che sembrava risolto, si è riaperto. Sembrava che servissero “solo” 17 miliardi di euro per il salvataggio e ora si parla addirittura di 23 miliardi.
Staremo a vedere come andrà a finire, però una cosa deve essere chiara. E cioè che il problema che pone Cipro non è tanto in termini di effetti contagio sul resto dell’Eurozona, quanto, piuttosto, in termini di credibilità.

Si spieghi.
Cipro è molto più piccola della Grecia: il suo prodotto interno lordo vale soltanto lo 0,5 per cento dell’intero Pil dell’Euroarea. E anche il fatto che detenga asset fino a 8 volte il suo Pil non desta preoccupazioni sui mercati. Non esiste nessun rischio contagio serio. Il problema vero è che l’Europa non si è mai preoccupata dell’esistenza di un centro offshore all’interno dell’Eurozona. È un fatto che mette a nudo la fragilità e le contraddizioni dell’intera architettura europea.

Irlanda e Portogallo, invece, secondo un’indiscrezione trapelata da una riunione dell’Ecofin, potrebbero godere di sette anni in più per ripagare i prestiti ricevuti dalla Troika (30 miliardi all’Irlanda e quasi 40 al Portogallo) per risanare i conti pubblici. Vuol dire che la luce in fondo al tunnel è più vicina o si sta allontanando?
Per alcuni versi si avvicina, ma per altri si allontana. Che i creditori di Portogallo e Irlanda, infatti, abbiano deciso di concedere più tempo per ripagare i debiti, significa che si stanno rendendo conto delle difficoltà crescenti in quei paesi e che il sentiero di aggiustamento intrapreso è ancora lungo e vogliono renderlo meno gravoso. Al tempo stesso, però, significa anche che ci si sta accorgendo di come le condizioni economiche generali non siano affatto migliorate e che, a perseguire a tutti i costi la disciplina di bilancio, si rischia di andare incontro, se non al default, almeno ad una inevitabile nuova ristrutturazione del debito. Insomma, la crisi è tutt’altro che risolta.

I leader politici dei paesi e dell’Unione europea dove devono tenere la barra per navigare in queste acque burrascose?
Prima di mettere mano alle riforme. È arrivato il momento, almeno, di sedersi intorno a un tavolo per mettere a tema gli squilibri di finanza pubblica e per negoziare deroghe all’eccessiva attenzione che si sta ponendo sui numeri di finanza pubblica e che, a mio avviso, in questo momento non ha ragione d’essere.

Cosa ne penserebbe la cancelliera tedesca?
Il vero problema è che la Germania, ancora oggi, sta cercando di condizionare l’agenda politica europea, preoccupata soltanto per l’esito delle elezioni che ci saranno a settembre. Ma, in questo preciso contesto storico, l’austerità, se pur entro certi limiti si impone, oltre certi limiti può diventare dannosa.

Dobbiamo ribellarci?
Non sto dicendo questo. Se l’Italia decidesse di andare in una direzione opposta da sola, si farebbe del male. Proprio come successe alla Francia negli anni Ottanta quando tentò di gestire in maniera unilaterale la sua politica economica. Oggi, forse, le conseguenze sarebbero anche peggiori.

Che fare, allora?
Serve una coazione di più Stati a livello europeo per rinegoziare i parametri di finanza pubblica. Un po’ come è successo in ambito monetario, grazie all’azione suggerita dal presidente della Bce Mario Draghi, che ha messo in minoranza la Bundesbank.

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