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Crisi in atto tra Kosovo, Serbia e Missione dell’Unione Europea

luglio 27, 2011 Rodolfo Casadei

Il Kosovo ha chiesto al dispositivo di frontiera di Eulex di applicare l’embargo deciso dalle autorità contro tutte le merci provenienti dal territorio serbo. Le forze di polizia kosovare hanno quindi deciso di occupare i tre posti di confine con la Serbia, prendendone due al prezzo di un morto e cinque feriti

Nella mattinata di oggi la calma sembra essere ritornata in tutti e tre i posti di frontiera fra Kosovo e Serbia al centro di un blitz della polizia kosovara e della reazione di civili serbi armati nella notte fra lunedì e martedì, ma la situazione resta tesa perché non è chiaro sulla base di quali accordi i poliziotti kosovari di etnia albanese avrebbero abbandonato le postazioni occupate, e quali forze staranno a presidio dei punti di transito di un confine che Belgrado non ha mai riconosciuto. Quel che è certo, siamo di fronte alla più importante crisi fra le autorità di Pristina e quelle di Eulex, la Missione dell’Unione Europea in Kosovo incaricata dal 2008 di assistere il governo locale a rendere effettivo lo Stato di diritto soprattutto in materia di pubblica sicurezza, potere giudiziario e dogane.

A dar fuoco alle polveri sarebbe stata, secondo il governo di Ibrahim Thaci, l’indisponibilità del dispositivo di frontiera di Eulex a dare seguito a quanto deliberato dalle autorità kosovare una settimana fa, e cioè l’embargo contro tutte le merci provenienti da territorio serbo. Dal momento della dichiarazione di indipendenza del Kosovo nel febbraio 2008 Belgrado ha deciso un embargo su tutte le merci provenienti dalla regione ribelle, che continua a considerare come una sua provincia, mentre la non riconosciuta frontiera è rimasta aperta nell’altra direzione. Negoziati per la normalizzazione dei rapporti sono in corso da tempo, e sono approdati ad accordi accettati dalle due parti per quanto riguarda gli spostamenti delle persone, attualmente del tutto liberalizzati e suscettibili di controlli d’identità da parte delle forze di polizia che non devono però chiedere di esibire passaporti (ma solo altri tipi di documenti attestanti le generalità della persona). Fumata nera, invece, per gli scambi di merci. Per questa ragione Pristina ha deciso la rappresaglia materializzatasi lunedì notte, i cui risultati lasciano però a desiderare.

Anzitutto le forze speciali kosovare sono riuscite ad occupare solo due dei tre posti di confine: Brnjak e Jarinje, ma non Leposavic, dove una folla di 300 serbi li ha respinti. I poliziotti kosovari di etnia albanese hanno anche avuto perdite: un morto e cinque feriti. Inoltre tutti gli interlocutori internazionali hanno condannato la fuga in avanti di Pristina, con la relativa eccezione dell’International Civilian Office (strumento dell’International Steering Group, il gruppo di 24 paesi europei più gli Stati Uniti che appoggiano l’attuazione della proposta per la status definitivo del Kosovo prodotta da Martti Ahtisaari nel 2007). Il suo portavoce ha dichiarato che il Kosovo ha diritto a controllare i suoi confini «come ogni stato sovrano», ma anche che «ora è della massima importanza che la materia sia risolta pacificamente attraverso discussioni e negoziati».

La Missione Ue ha dichiarato, per bocca del suo portavoce Nicholas Hawton, che «Eulex non è stata coinvolta in alcun modo nell’operazione compiuta dalle forze speciali di polizia del Kosovo. Eulex e la Ue a Bruxelles hanno detto chiaramente che la questione dei timbri doganali dovrebbe essere risolta attraverso l’attuale dialogo fra Pristina e Belgrado. Azioni unilaterali da una parte o dall’altra non aiutano». E il rappresentante speciale dell’Unione Europea Fernando Gentilini ha rincarato la dose: «L’operazione non è stata di aiuto», ha dichiarato. «Non è stata realizzata in consultazione con la comunità internazionale e la Ue non la approva. È essenziale ora raffreddare la situazione e tornare al punto in cui eravamo prima».
Stamattina il ministro kosovaro degli Interni Bajram Rexhepi ha annunciato che le forze di polizia kosovare si sono ritirate dai posti di confine «dopo aver compiuto la loro missione di riportare l’ordine». Restano però le dichiarazioni piuttosto minacciose del premier Thaci pronunciate nella serata di ieri: «L’azione intrapresa la notte scorsa», ha detto, «non dovrebbe essere vista in alcun modo come una provocazione; in realtà lo scopo dell’azione era di imporre la legge e l’ordine in tutto il territorio della Repubblica del Kosovo. Non possiamo essere indifferenti e tollerare per sempre che una parte del nostro territorio sia un buco nero, e questo non solo per il Kosovo ma anche per l’Europa. Non possiamo tollerare per sempre che la nostra sovranità venga violata. Non possiamo permettere che una parte del nostro paese sia usato come canale di transito di merci di contrabbando».

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