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Crisette di governo, i numeri di Transparency, Jurassic school ed Espresso Repubblic

gennaio 1, 1999 Tempi

La settimana dei fatti non separati dalle opinioni

Mercato poco onorevole Giovedì 16, mentre il governo D’Alema si avviava a una crisi certa è scoppiato il caso del tentato “acquisto” di deputati da parte della maggioranza. Luca Bagliani dell’Udeur avrebbe offerto 200 milioni all’ex leghista Paolo Bampo per sostenere il governo in Parlamento. A lanciare l’accusa era stato il capogruppo di Forza Italia Beppe Pisanu che dai microfono di Radio radicale aveva parlato di “almeno tre deputati che hanno avuto offerte in denaro e in seggi sicuri” per entrare nella vacillante maggioranza. Immediata la querela da parte di Bagliani sostenuto da tutto l’Udeur.

Più delle querele possono le parole. Clemente Mastella, leader dello stesso Udeur, rivolgendosi all’ex alleato Francesco Cossiga che aveva parlato di “vergognosa compravendita”, ha dichiarato sul Corriere della Sera di venerdì 17 dicembre: “Mi dovrebbe spiegare (Cossiga, ndr) perché quando facevo campagna acquisti per lui andava bene ed adesso non va più bene. (…) Voglio ricordare alla morale del senatore Cossiga che forse dovrebbe restituire tutti i deputati dell’Udr, e i due deputati recentemente acquisiti dal Partito popolare: Guarino e Manca”. Ma al di là di querule querele e polemiche (“Hai incominciato tu”, “No sei stato tu”) l’unico reale giudizio politico ancora una volta l’ha fornito Giuliano Ferrara sul Foglio dei fogli di lunedì: se i vari peones parlamentari non hanno alcun potere decisionale e tra un ribaltone e l’altro non possono influenzare in alcun modo le politiche dei loro gruppi parlamentari, cos’altro possono fare “se non vendersi il voto di fiducia nella situazione-limite”. Ovvero è l’unico caso in cui possono decidere qualcosa e influire sulla politica, cioè svolgere appieno il loro compito di deputati. Paradossi di una politica pietrificata nella sua sudditanza al potere forte della magistratura e incapace di affrontare i problemi in termini politici. Poi si dice la Prima repubblica…

D’Alema 2, la barzelletta Sabato 18 il governo D’Alema si è dimesso. Dopo aver annunciato le dimissioni alla Camera D’Alema è salito al Quirinale. Il presidente del Consiglio successivamente ha espresso la speranza “anzi la convinzione che le forze del centro-sinistra sapranno ritrovare la via della collaborazione per dare al paese un governo forte in grado di finire la legislatura” annunciando, quindi, l’intenzione di proporsi per un D’Alema-bis.

Al momento in cui scriviamo non sappiamo se il programma di varare il nuovo esecutivo entro Natale, verrà rispettato. Ma ci sono pochi dubbi. Del resto, questa crisi sotto l’albero conferma solo l’inevitabile destino del governo di raggiungere, purchessia, il traguardo del 2001. Magari provvedendo a una qualche operazione di chirurgia estetica che lo renda vagamente presentabile per le prossime elezioni: non solo D’Alema, infatti, non poteva permettersi oltre la cottura a fuoco lento cui era sottoposto, ma l’intera sua compagnia di giro aveva bisogno di rinnovare un poco il repertorio. E questo, appunto, è il succo del discorso programmatico del leader Massimo di una variopinta maggioranza strenuamente aggrappata alla diccì diessina nel tentativo di difendere, in mancanza di un futuro politico credibile, un presente che almeno offre qualche agio. Poi si vedrà. Poi si dice la Prima repubblica…

Numeri non molto Transparency Il Foglio di sabato 11 dicembre riportava la lettera dell’ex sindaco di Milano Paolo Pillitteri il quale citava quanto affermato dal presidente della Camera Luciano Violante sul quotidiano La Stampa (6 dicembre) secondo il quale, si potrebbe anche parlare di riconciliazione, a patto di tener conto che “il sistema delle tangenti non è l’invenzione di una parte politica o il frutto di un teorema giudiziario”. In quel caso, Violante a sostegno del suo ragionamento citava anche il caso di Malpensa: “Il completamento di Malpensa, ad esempio, costa oggi millenovecentonovanta miliardi, alla fine degli anni Ottanta ne costava cinquemila”. “Ora – scriveva al Foglio Pillitteri – come si può evincere da qualsiasi bilancio della Sea (la società che gestisce la Malpensa), i costi della Nuova Malpensa si aggiravano, negli anni Ottanta sui duemila miliardi e l’appalto della stessa fu aggiudicato anche a meno di millenovecentonovanta miliardi. (…) Non so da dove derivino i cinquemila miliardi cui fa cenno il presidente Violante e dei quali nessun bilancio, nessun appalto, nessuna notizia specifica è mai stata certificata”.

Certe leggende metropolitane, come giustamente le definisce Pillitteri, si tramandano di giornale in giornale e di citazione in citazione. È presumibile, infatti, che Violante la notizia l’abbia desunta da un articolo di fondo di Giuseppe D’Avanzo (mercoledì 10 novembre) che citava proprio i costi di Malpensa come prova dei successi di Mani pulite. A sua volta D’Avanzo citava il rapporto sulla corruzione di Transparency international che fa di tale esempio un suo cavallo di battaglia. A dimostrazione (come già osservavamo su Tempi n° 44, 18/24 novembre 1999) che non basta citare statistiche per acclarare dei fatti: a volte si finisce solo per dare i numeri. E che la saggezza popolare secondo cui una falsità ripetuta mille volte non diventa una verità, spesso purtroppo per i giornali non vale.

Ministero della Burocratica Istruzione Qualche settimana fa Tempi (n° 43, 11/17 novembre) aveva dato notizia della richiesta di dichiarazione dei servizi prestati nel corso della carriera avanzata dal ministero della Pubblica Istruzione ai suoi dipendenti inviando a tutte le scuole una corposa modulistica che, oltre all’incredibile perdita di tempo, solo di fotocopie finiva per costare oltre 1 miliardo di lire. Da un comunicato di Cgil-Cisl-Uil relativo a un incontro con la Direzione Generale del Personale in cui i sindacati hanno “denunciato lo stato di confusione e il disagio del personale esistente nelle scuole in merito all’attuazione della procedura di richiesta dei dati” si apprende che “Il Direttore Generale del Personale ha convenuto con le richieste dei sindacati confederali sulla definizione di un progetto nazionale per la costituzione della banca dati del personale della scuola” e che è stata concordata una proroga “di un periodo non inferiore a sei mesi al fine di rendere possibile l’attuazione del progetto.

Al solito la montagna (di carta) ha partorito il topolino. Se va bene, quindi, tutto è ritardato di sei mesi… Poi magari, come spesso in questi casi, tutto finisce in nulla. A parte i miliardi e il tempo spesi in burocrazia.

L’Espresso: di tutto, di più (purché anticattolico) Il numero 50 dell’Espresso del 16 dicembre scorso in copertina pubblicava la foto di Claudia Koll e Mauro Berardi con il titolo “Coppie senza fede – Famiglie di fatto. Bollate dalla Chiesa, accettate dalla società”. All’interno (pag. 46) il servizio mostrava una rassegna di famose coppie eterosessuali (Claudio Amendola e Francesca Neri, Sonia Raule e Franco Tatò, Alba Parietti e Jody Vender, Afef e Marco Tronchetti Provera, Claudia Koll e Mauro Berardi…) e omosessuali (Domenico Dolce e Stefano Gabbana, Fabio Bo e Holger Lenz…) quali modelli di nuove forme di convivenza. A pagina 72 il settimanale proponeva un servizio sull’Islam a Torino: “Aisha, italiana di Allah – Le ragioni di un in’integralista”, storia di un’italiana convertita e sostenitrice dell’islamismo più intransigente con ritratti dei sette maggiori leader musulmani italiani. La pagina successiva (pag. 77) riportava un servizio sulla contesa e discussa eredità di un vescovo. Titolo: “Diavolo di un arcivescovo”. A pagina 183 servizio sui gay in Sudafrica: “È caduto l’ultimo tabù dell’apartheid. Figlia nera per gay bianco”. A pagina 224 un lungo servizio sulla pillola del giorno dopo in Francia: “La pillola dategliela a scuola”; con paralleli con la situazione italiana: “Tu abortirai con dolore”.

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