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Così muoiono i bambini nigeriani nel feudo di Boko Haram

dicembre 7, 2016 Silvina Pérez

Cinquecentomila esuli nei dintorni della capitale Maiduguri hanno urgente bisogno di acqua, cibo e cure mediche

Articolo tratto dall’Osservatore romano – Cifre, cifre e ancora cifre. Per renderci conto della reale portata di un avvenimento abbiamo bisogno di misurarlo, quantificarlo, di conoscerne i numeri. Ma siamo talmente abituati a contare morti e rifugiati che questi stessi numeri hanno smesso di rappresentare il vero significato dei problemi. Ci siamo abituati a leggere che nel mondo, ogni cinque secondi, un bambino di meno di dieci anni muore di fame; che ogni giorno perdono la vita per ragioni collegate alla mancanza di cibo 25.000 persone e che la fame colpisce più di 800 milioni di esseri umani in tutto il pianeta. Ma le cifre sintetizzano, non raccontano l’orrore. Paradossalmente lo rendono più tollerabile.

Si sa le cifre non sono un’astrazione metafisica, sono fotografie di vita quotidiana. Soprattutto se sei un bambino che vive in un campo di accoglienza improvvisato nel centro di Maiduguri, in Nigeria. A luglio, Medici senza frontiere (Msf) ha avvisato che lo stato del Borno, il principale feudo nigeriano del temuto gruppo terrorista Boko Haram, è sull’orlo del disastro sanitario, con 500.000 esuli nei dintorni della capitale Maiduguri che hanno urgente bisogno di acqua, cibo e cure mediche. Secondo Msf, il 15 per cento dei bambini del Borno soffre di una «gravissima denutrizione». Eppure, malgrado questi dati agghiaccianti siano ben noti, l’ultima settimana di novembre a Maiduguri sono morti di fame otto bambini.

Il ciclo della fame può durare fino a 40 giorni. Comincia con lo stomaco vuoto, quando le gambe e le braccia iniziano a debilitarsi e i livelli di zucchero precipitano, provocando un dolore pungente alla testa. Se la mancanza di cibo persiste, il passaggio successivo è a carico dell’organismo che cerca soluzioni ossidando l’acetone e gli acidi grassi che il corpo tiene come riserva. I pensieri si annebbiano, ci si sente sfiniti. Il corpo disintegra le proteine dei muscoli. Le articolazioni e i legamenti cominciano a dolere. Non si ha la forza di camminare né di parlare. L’affamato ha la sensazione che il corpo morda se stesso per trasformare gli organi in energia. Si accumulano fluidi che gonfiano il ventre. La pelle si disidrata, i denti si rompono. La mente si ritrova disorientata nel tempo e nello spazio. A questo punto lo stomaco non è più in grado di ricevere cibo e le uniche opzioni possibili sono l’alimentazione intravenosa o l’inevitabile epilogo. La fine arriva dopo venti, quaranta giorni. Si muore di ipotermia, di infarto o di arresto respiratorio. È questo che intende Orla Fagan, portavoce in Nigeria dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, quando afferma: «Se non arriverà nessun aiuto, si parla di 120.000 morti solo nel prossimo anno, in gran parte bambini. Se non facciamo in modo che ricevano cibo e assistenza alimentare, moriranno».

La guerra tra il gruppo terrorista Boko Haram e il governo ha portato all’agonia il nordest della Nigeria. Ad aprile, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha contato quasi tre milioni di esuli e rifugiati nella zona del lago Ciad. Tra la popolazione messa in fuga da questo gruppo terrorista, che dal 2009 tenta di imporre in Nigeria la legge islamica o sharia, e le coltivazioni distrutte o abbandonate, la regione è ora in preda alla fame e alle malattie. «È la crisi più grave dell’intero continente e la stiamo ignorando», avvisa Fagan. «Quanto sta succedendo ad Aleppo è terribile, ma ciò che accade nel nord-est della Nigeria è ugualmente spaventoso. Si tratta solo di un contesto diverso» aggiunge. Malgrado la sua importante presenza in tre centri per le cure mediche di base nella capitale Maiduguri, il personale medico di Msf non riesce a tenere testa alle numerose ondate di pazienti che arrivano dopo i bombardamenti. Al momento possono contare su un ospedale con 72 letti e un reparto maternità con 12 stanze e 60 posti per l’assistenza pediatrica, l’alimentazione e le cure intensive.

Foto Ansa

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