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Così abbiamo trasformato l’educazione in indottrinamento. La lezione di Camille Paglia

settembre 21, 2017 Mark Bauerlein

Per credere che l’America oggi sia un mondo crudele e che Trump sia come Hitler bisogna essere proprio ignoranti. La piaga del “presentismo” spiegata da un’intellettuale non allineata

camille-paglia-wikimedia

Per gentile concessione di First Things, di seguito riproponiamo in una nostra traduzione un articolo di Mark Bauerlein apparso martedì 19 settembre nel sito della rivista americana (qui il testo originale in inglese).

Camille Paglia è una miscela idiosincratica di convinzioni liberali e conservatrici – o piuttosto dovremmo dire che, come ogni persona seria, ha una costituzione intellettuale più complessa di quanto le nostre attuali semplificazioni politiche riescano a comprendere. Ma c’è un punto profondamente tradizionalista che ripete di continuo, ed è una delle prime verità della posizione conservatrice.

Lo ha esposto pochi mesi fa in un’intervista al New York Observer. La primissima domanda riguardava i paragoni tra il presidente Trump e Adolf Hitler, e lei ha risposto: «Il “presentismo” è una grave piaga – un’iper-assimilazione nel presente o nel recente passato che produce una distorsione della prospettiva e un’isteria da “viene giù il cielo” alla Chicken Little».

È un punto che merita di essere approfondito. Esso spiega, per esempio, gran parte dell’indignazione che vediamo e sentiamo nei campus universitari, là dove dei ventenni si mettono a condannare il razzismo e il sessismo dell’America del ventunesimo secolo. Non bisognerebbe rispondere alle loro accuse discutendo della situazione presente. Bisognerebbe innanzitutto interrogarli sulla situazione che c’era nel passato – [le leggi] Jim Crow, il diritto di voto per le donne e per i neri, i tassi di povertà e la sanità pubblica di un tempo… Le risposte dimostreranno che per credere che l’America del 2017 sia un mondo particolarmente crudele verso determinate minoranze bisogna proprio non conoscere nulla del diciannovesimo e del ventesimo secolo. E noi lo sappiamo quanto poco in effetti i giovani americani padroneggino la storia.

Paglia ritiene che esista un nesso causale tra l’ignoranza della storia dei giovani americani e la loro visione annebbiata del presente. Durante una conferenza a Oxford, Paglia, rispondendo a uno studente che criticava lei e altri per aver detto ai giovani di smetterla di essere tanto sensibili e tanto “fiocchi di neve” [snowflaky, ndt], ha ribadito di nuovo che «ci si focalizza troppo sul presente». A causa della (presunta) sensibilità dei giovani moderni, dice Paglia, gli studenti non hanno avuto una «introduzione realistica alla barbarie della storia umana… Bisogna insegnare la storia antica… Credo nell’introduzione dei giovani ai disastri della storia». Senza questo bagaglio educativo, suggerisce, il nostro unico criterio di valutazione delle circostanze attuali sono le circostanze attuali più qualche sogno utopico. Abbiamo così tanta ricchezza materiale, pensano [i giovani], perché dunque la gente non è abbastanza perfetta da godersela?

Questa concezione non solo produce tra i giovani un settarismo e un fervore pericolosi, ma impedisce la loro educazione. Quando le persone giudicano il presente unicamente nei termini del presente, senza metterlo in relazione con il passato, la diversità diviene non la ricerca della conoscenza di altre culture, religioni e civiltà. Diviene, dice Paglia, una «bandiera» sotto la quale pretendiamo di «porre rimedio» ai peccati sociali del presente. A quel punto – rendiamocene conto – l’educazione si tramuta in indottrinamento.

Non è questo il compito dell’educazione, continua Paglia. Educare vuol dire «dischiudere il grande passato… Più conoscenza, più dura conoscenza [hard knowledge, ndt]». Presumo che per “dura” conoscenza intenda alfabetizzazione culturale di base, familiarità con i fatti di altre epoche e di altri luoghi, non le sfuggenti disposizioni della “tolleranza” e dell’“inclusività” che sono tipicamente considerate obiettivi dell’educazione alla diversità. Abbiamo permesso che l’aula passasse dalla ricerca della conoscenza alla ricerca delle “cure” per i problemi della società. Questo approccio è «sbagliato», insiste Paglia, un compito per assistenti sociali, non per l’educazione accademica. Bisognerebbe tornare alla visione dell’educazione come «studio astratto e distaccato del passato e del presente nella sua globalità».

Foto: Fronteiras do Pensamento

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