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Cosa sventola sotto la bandiera catalana (soldi)

settembre 29, 2017 Rodolfo Casadei

Non conviene economicamente e il referendum è illegale. Eppure dalla richiesta di autonomia si è passati alla secessione. Storia, origini e magagne di un voto che si preannuncia infiammato

referendum catalogna ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Se in politica contassero solo le decisioni razionali, l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna sarebbe una non questione. Nell’ipotetico caso di una separazione non consensuale, le merci catalane non avrebbero più accesso al territorio spagnolo e a quelli dei paesi della Unione Europea (Ue) alle condizioni del mercato unico, e il nuovo stato dovrebbe creare una propria moneta, poiché si ritroverebbe automaticamente fuori dall’euro. Le principali banche abbandonerebbero il nuovo stato, perché solo nei paesi dell’eurozona hanno accesso ai finanziamenti della Bce, così come le principali imprese industriali per non perdere l’accesso al credito e ai mercati Ue e spagnolo alle condizioni comunitarie (il 75 per cento delle merci catalane prende la via della Spagna e degli altri paesi della Ue). Le conseguenze sugli indicatori economici sarebbero da catastrofe tellurica: il Pil catalano sprofonderebbe del 25-30 per cento rispetto a quello attuale, il tasso di disoccupazione, oggi di poco superiore al 13 per cento, raddoppierebbe; e la nuova valuta catalana nascerebbe svalutata del 30-50 per cento rispetto all’euro.

Ma la politica non è razionalità, e allora l’1 ottobre prossimo per le strade e in molti municipi della Catalogna si dovrebbe tenere un referendum di autodeterminazione in stile guardie e ladri che nelle intenzioni di chi lo ha indetto dovrebbe sfociare nella indipendenza della Catalogna. Diciamo si dovrebbe e diciamo guardie e ladri perché il governo di Madrid sta facendo di tutto per impedirlo, forte di una sentenza della Corte costituzionale che lo ha dichiarato illegale in quanto indetto e organizzato in violazione sia della Costituzione nazionale spagnola che dello Statuto di autonomia regionale. La Guardia civil sta sequestrando ovunque schede, urne, materiale di propaganda elettorale e mercoledì scorso ha cominciato pure ad arrestare i funzionari pubblici che opponevano resistenza; i circa 700 sindaci che hanno dichiarato che metteranno a disposizione le risorse dei loro comuni per lo svolgimento delle votazioni sono stati denunciati e invitati a comparire davanti ai Pm. La Generalitat, cioè il governo della Catalogna presieduto da Carles Puigdemont, invita i cittadini a stamparsi da sé la scheda per il voto scaricando il Pdf dalla sua pagina web (ora bloccata, ma un’altra ne è stata aperta), gioca a nascondino con le urne e continua a ripetere che il 1° ottobre si voterà.

Il referendum è grossolanamente illegale, su questo non ci sono dubbi: che una Comunità autonoma (così in Spagna si chiamano le regioni) possa staccarsi dal resto del paese con un referendum di autodeterminazione non è previsto nella Costituzione e nemmeno nello statuto d’autonomia della Catalogna. La legge che ha promulgato il referendum è stata approvata con procedura d’urgenza, senza discussione e senza emendamenti, poche settimane prima del voto, e vìola uno dei principi fondamentali dello statuto: che una legge elettorale deve essere approvata dai due terzi del parlamento catalano, cosa che non è avvenuta.

Questo però non può nascondere un fatto politico clamoroso, e cioè che nel tempo la percentuale dei catalani favorevoli all’indipendenza è andata, secondo tutti i sondaggi, aumentando. Nel 2006, dopo quasi trent’anni di autonomia regionale, i favorevoli all’indipendenza erano appena il 13,9 per cento degli intervistati. Nel novembre 2014 l’allora presidente regionale Artur Mas organizzò un referendum consultivo sull’indipendenza (anch’esso sospeso e poi dichiarato illegale dalla Corte costituzionale) al quale parteciparono il 37 per cento degli aventi diritto e che vide la vittoria del sì con l’80 per cento dei voti. Secondo il Centre d’Estudis d’Opinió, istituto sondaggistico ufficiale del governo di Catalogna, nel luglio scorso i favorevoli all’indipendenza erano il 41,1 per cento, a fronte di un 49,9 per cento di contrari (indecisi gli altri). All’inizio del mese corrente il settimanale El Español ha pubblicato un sondaggio commissionato a SocioMétrica, un istituto di sondaggi privato, secondo cui i residenti catalani favorevoli all’indipendenza sarebbero ormai la maggioranza assoluta: 50,1 per cento contro 45,7 di contrari.

La leva dell’educazione
Com’è stata possibile questa slavina delle opinioni politiche? In sintesi, fino al 2003 l’autonomia catalana, restaurata nel 1977 nel corso della transizione post-franchista, è stata utilizzata per perseguire tipici obiettivi autonomisti di identità culturale, efficienza dei servizi e competitività economica; dal 2003 ad oggi è stata utilizzata – con grande efficacia – per creare le condizioni politiche e psicologiche dell’indipendenza della Catalogna dalla Spagna. Fra il 1980 e il 2003 a capo della Generalitat era il cattolico Jordi Pujol, leader del partito centrista Convergència i Unió. Nel 2006, già ritiratosi dalla politica e oggetto di indagini giudiziarie, Pujol dichiarava a Tempi: «Noi non vogliamo la secessione. Crediamo che la Spagna è un paese multinazionale, di nazioni che possono convivere nella stessa cornice». I quattro presidenti successivi, affiliati a quattro partiti diversi, hanno lavorato in un modo o nell’altro per l’indipendentismo. Spiega Fernando De Haro, direttore di trasmissione a Radio Cope (la radio della Conferenza episcopale spagnola): «A causa del sistema elettorale, Partito popolare e Partito socialista negli ultimi vent’anni hanno sempre avuto bisogno del sostegno esterno dei nazionalisti catalani, che in cambio hanno ottenuto concessioni sempre maggiori. Ne hanno approfittato per “riprogrammare” il popolo catalano, grazie al controllo completo di tre leve. La leva dell’educazione, grazie alla quale hanno imposto programmi scolastici nazionalisti, antispagnoli, centrati su di una narrazione storica addomesticata. La leva del controllo della società civile, un tempo molto vivace in Catalogna, ma oggi fioriscono solo le realtà filo-nazionaliste, le altre stentano perché i finanziamenti vanno solo alle prime. La leva economica, in forza della quale vincono gli appalti solo le imprese che pagano tangenti ai partiti di governo della Generalitat». De Haro allude al “caso 3 por ciento”, venuto alla luce e archiviato nel 2005, e poi riaperto nel 2015: inchieste tuttora in corso indicano l’esistenza di un sistema di finanziamento dei partiti nazionalisti catalani in cambio dell’aggiudicazione di appalti pubblici.

I nazionalisti hanno costruito la loro base di consenso con abilità e spregiudicatezza, ma l’intransigenza del premier Mariano Rajoy li ha riportati coi piedi per terra. Il leader popolare è accusato di essere responsabile delle attuali tensioni per aver ignorato per troppo tempo le richieste catalane di indipendenza negoziata, ma si può anche pensare che Rajoy abbia atteso che maturassero le condizioni per un negoziato che vedesse Madrid in posizione di forza.

Madrid ladrona
Giovedì scorso per la prima volta dopo anni governo, Pp e Psoe hanno offerto agli indipendentisti un «dialogo nei parametri della legge» che potrebbe avere come scenario la Commissione parlamentare sulle autonomie che il Psoe ha proposto e il Pp e altri partiti hanno approvato. Il dialogo potrebbe sfociare su varie soluzioni, da una riforma della fiscalità che consenta alla Catalogna di trattenere una quota più ampia delle imposte, a una riforma federalista dello Stato che introdurrebbe quello che in Italia viene definito il federalismo a geometria variabile e che in Spagna chiamano bilateralismo, col quale la Catalogna vedrebbe aumentare il numero delle competenze e dei relativi capitoli di bilancio, fino all’approvazione consensuale delle modalità per lo svolgimento di un referendum per l’autodeterminazione. Alcuni a Madrid pensano che non sarebbe una cattiva idea offrire ai catalani la possibilità di svolgere sì un referendum per l’autodeterminazione, ma il cui risultato sarebbe valido solo in base a una maggioranza qualificata (il 51 per cento non dei votanti ma degli aventi diritto, oppure i due terzi dei votanti, ecc.). I catalani gridano all’ingiustizia perché versano allo Stato centrale più di quanto gli venga restituito, con una differenza in negativo di oltre 8 miliardi di euro. Per amore della verità e della completezza dell’informazione bisogna però anche sapere che la comunità autonoma di Madrid, che ha 1 milione di abitanti meno della Catalogna, si trova nella stessa situazione, per un importo pari a 17 miliardi di euro.

Foto Ansa

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