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Cosa resta saldo quando tutto trema?

settembre 11, 2016 Emanuele Boffi

Viaggio nei paesi del Centro Italia colpiti dal sisma, dove nessuno si fida ancora a chiudere la porta di casa. E dove, più che dare la caccia ai “colpevoli”, si cerca di trovare una risposta a una domanda mozzafiato

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A più di due settimane dal terremoto le porte delle case sono ancora aperte. Se esiste un sistema non scientifico, ma spiccio e veritiero, per misurare la paura che ancora tormenta il cuore degli abitanti del centro Italia dopo il sisma del 24 agosto, questo è l’ampiezza con cui sono accostate le porte di casa. Man mano che ci si avvicina alla zona del “cratere” (Accumoli-Arquata del Tronto-Amatrice), gli usci delle abitazioni si spalancano. Più ci si allontana, più si socchiudono. La porta è la via d’uscita, casomai dovesse capitare di nuovo, e segno di quanto ancora il timore sia sentito. Così, girando per i paesi limitrofi alle zone più devastate, si sentono rumori che solitamente non si distinguono: sono quelli che provengono dagli interni delle case: il clangore di mestoli e pentole, le chiacchiere nel tinello, la tv accesa.

È uno dei tanti paradossi creati dal terremoto. La casa, il posto sicuro, il luogo dove ancora conserviamo la nostra “roba”, le nostre cose, i segni tangibili dei nostri sacrifici e affetti, è diventata d’improvviso il regno dell’insicurezza, la possibile tomba, il totem della precarietà. Le pareti, che erano i confini entro cui si consumavano i nostri gesti più intimi, ora sono gli ostacoli alle vie di fuga. È per questo che le porte rimangano aperte. Di giorno. Ma di notte? Per un sinistro caso, le scosse più violente sono capitate nelle ore di buio, durante il sonno indifeso. Alle 3.36 del 24 agosto e poi ancora per altre tremila volte successive, con una nuova botta il 3 settembre, sempre nel cuore della notte, alle 3.34. Che fare? «Io la tengo spalancata di giorno e chiusa, ma non a chiave, di notte», raccontano all’unisono gli abitanti della zona. Il motivo è semplice: quando è capitata la prima scossa, gli stipiti hanno ceduto, il chiavistello si è rovinato, la chiave s’è incastrata nella toppa, e più d’uno s’è ritrovato prigioniero in casa sua. La gente è uscita dalla finestra o da qualche pertugio creatosi dopo il crollo, scavalcando le macerie e ritrovandosi in piazza con tutti i compaesani.

Presi a schiaffi dai muri
«Eravamo tutti lì, la maggior parte in pigiama, qualcuno con qualche coperta arraffata all’ultimo prima di uscire», ci racconta Laura, una residente di Montemonaco (Ap). Con lei c’è Monica, che oggi vive in una delle tende allestite dalla Protezione civile assieme al compagno e alla figlia. La sua è una delle case inagibili dove non si può più rientrare. «In quei momenti è difficile addirittura rendersi conto se si è svegli o se è tutto un sogno. Due settimane dopo, mi pare ancora di sentire il rumore delle medicine che dall’armadietto del bagno gocciolavano una dopo l’altra, infrangendosi nella vasca da bagno. Solo quando ho visto le pareti di casa ondeggiare e il pavimento sussultare mi sono resa conto che fosse tutto vero e che con me, nel letto, c’era la mia bambina che poco prima avevo allattato. Non ho fatto altro se non raggomitolarmi su di lei, temendo che l’armadio ci cadesse addosso. Mi sembra ancora di sentire gli schiaffi del muro che mi colpiva il braccio con cui attorniavo la testa della piccola». Monica, come il resto dei settecento abitanti di Montemonaco, se l’è cavata. Si sono ritrovati tutti mezzi nudi al centro della piazza. Poi è partita la conta: chi c’è, chi non c’è, dov’è il parroco? E il sindaco? Andiamo a cercarli? Monica e Laura descrivono un’ora di stordimento e pianti che si sono tramutati in terrore verso le 4.30, quando è arrivata la seconda scossa. E dopo due settimane di continui assestamenti del terreno non si riesce ancora ad avere un po’ di requie. «È questo che ci impedisce di tornare alla normalità. Non è solo la vita nelle tende, che sono dei forni di giorno e frigoriferi di notte, è questo tremare continuo della terra sotto i piedi. È l’essere perennemente instabili».

Catastrofe e creazione
Siamo stati qualche giorno in queste zone in compagnia di Paola Di Girolami, direttore dei Musei Sistini del Piceno, che ci ha condotti su e giù per le colline dei luoghi, mostrandoci i danni alle innumerevoli bellezze artistiche conservate in queste zone benedettine, e di Guido Castelli, il sindaco di Ascoli, fra i primi e più attivi a darsi da fare per trovare soluzioni all’emergenza. E abbiamo avuto la netta sensazione che esista una sproporzione tra come è percepito il sisma dai media e come è raccontato da chi lo ha vissuto. Adesso che sono passate due settimane, è chiaro che lo schema “sgomento-commozione-denuncia” – che è il classico canovaccio con cui si narra un terremoto prima di relegarlo nell’oblio – non riesca a rendere efficacemente quel che queste persone cercano di comunicarti mentre balbettano le sillabe per proferire l’indicibile. Il problema pare essere proprio questo: riuscire a rendere ragione agli altri e a se stessi dell’incalcolabile. Trovare una soluzione allo sbigottimento che ci lascia una smisurata energia devastatrice che va oltre ogni nostra possibile capacità di razionalizzazione secondo il rigido binomio “giusto-sbagliato”.

Così, mentre sui giornali si è già passati alla fase tre del canovaccio (“di chi è la colpa? I responsabili paghino”), qui il tempo pare ancora fermo alle 3.36 e sospeso all’ora memorabile della scossa, quando, in un baleno, e tragicamente, è stato chiaro che nulla è in mano nostra. In un’intervista al Foglio, il fotografo Giovanni Chiaramonte ha detto che «la categoria della catastrofe è la stessa della creazione». Solo che la seconda la diamo per scontata, perché capita tutti i giorni sotto i nostri occhi; della prima ci accorgiamo perché ci toglie il presunto possesso che pensiamo di vantare sulle cose. Qui sono serviti 142 secondi di un sisma a magnitudo 6, e quasi trecento morti, per illuminare la provvisorietà esistenziale di ogni essere umano. Parlare con gli abitanti di Amatrice, Arquata del Tronto, Accumoli è un cazzotto nello stomaco che aiuta a rendersi conto di questo, molto più e molto prima dell’individuazione delle responsabilità, dei danni, persino del futuro. La domanda mozzafiato è questa: dove appoggiare i piedi quando tutto trema? Cosa resta saldo?

La catapecchia che doveva crollare
Ormai lo sappiamo. È un problema di prevenzione e di come le case sono state costruite. Può essere che qualcuno abbia fatto il furbo con i soldi dello Stato e che, come ripetono da anni i sismologi e gli uomini delle Protezione civile, a queste terre serva un piano che le renda più sicure e capaci di limitare i danni quando la pietra si squarcia a metà. Ma un terremoto è un terremoto, c’è sempre qualcosa che sfugge al calcolo delle probabilità. Come ha raccontato la giornalista del Foglio Nicoletta Tiliacos, che era ad Arquata la notte del 24 agosto, quindici giorni dopo «è ancora lì, apparentemente intatta e in piedi, l’antica casa abbandonata di cui noi, arquatani oriundi o effettivi, dicevamo in continuazione che prima o poi sarebbe crollata in testa a qualcuno, se i frammentati e indifferenti proprietari non avessero fatto qualcosa. È ancora lì, dopo il terremoto di magnitudo 6 del 24 agosto scorso nell’Italia centrale, così come altre case fatiscenti o semplicemente molto vecchie di Arquata, certamente mai risanate secondo moderni criteri antisismici. Oppure naturalmente antisismiche, grazie a un’arcaica e perduta cultura delle costruzioni che si è sviluppata nel corso di secoli in questa parte del Piceno sovrastata dal maestoso monte Vettore, dove la terra balla da sempre».

«È certamente vero – ci spiega il sindaco Castelli – che negli anni passati in queste zone si sarebbe potuto fare di più e meglio. Perché la scuola costruita secondo criteri antisismici è crollata? Indaghiamo e capiamo. Ma cerchiamo anche di calarci nel contesto, evitando giudizi sommari. Rendiamoci conto che le case edificate in queste zone sono identiche a quelle presenti nel resto del paese e che sono state erette in momenti storici in cui le nostre conoscenze erano diverse dalle attuali. La caccia al colpevole è fuori luogo, vuol dire non rendersi conto di ciò che è successo».

Dopo la casa, la famiglia?
Uno dei “colpevoli”, ad esempio, è Stefano Petrucci, sindaco di Accumoli, epicentro del sisma. Quando i giornalisti gli mettono il microfono sotto il naso il tenore delle domande è questo: “Si sente in colpa? È colpa sua se è crollato il campanile? Si sente i morti sulla coscienza?”. Cosa volete che risponda questo povero Cristo che ha appena smesso di piangere la scomparsa di quelli che, prima che concittadini, erano suoi amici d’infanzia. «Cosa vuole farci? – domanda a Tempi – cercano lo scoop, il capro espiatorio. Anche se ho già spiegato più volte la procedura seguita dal Comune, mi fanno sempre le stesse domande. Ma io ora sono più preoccupato dell’avvenire di questo paese che, per l’ottanta per cento, era costituito di case abitate solo d’estate. Se non le ricostruiamo, riprendersi sarà molto più difficile. Se non ci occupiamo delle “seconde case” anche la ricostruzione delle prime sarà compromessa».

Questa della “seconda casa” è la questione più sentita dai terremotati. Quando l’1 settembre ad Accumoli è arrivato il commissario Vasco Errani per incontrare gli amministratori locali, più d’uno gliel’ha posta come la priorità numero uno. Come ha spiegato l’ex sindaco di Pescara del Tronto, «in paese, i residenti veri appartengono a una trentina di famiglie. Gli altri vengono da fuori. Sono i nostri figli, che negli anni passati ci hanno lasciato per andare a cercare lavoro altrove e che tornano qui d’estate, per stare assieme ai padri, alle madri, agli zii».

Ad Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto – i paesi dove si sono contati i morti – il settanta per cento delle case appartiene a queste persone. «E – nota Castelli – se tuo padre ti ha lasciato una casa qui, vogliamo forse pensare che sei Paperon de’ Paperoni?». Forse, al contrario, sarebbe un esercizio di buona razionalità chiedersi perché queste seconde case siano oggi così tartassate in Italia. Non che questo giustifichi tutto, ma chiunque può capire che, tra tasse, gabelle e crisi economica, non è che rimangano in tasca molti quattrini per mettere in ordine le abitazioni secondo i criteri antisismici. Ora, che tutto è crollato, i residenti temono di perdere i loro cari definitivamente: se non c’è un posto dove tornare, chi verrà qui d’estate?
Sembrano questioni banali e di lieve importanza, ma è di questo che si parla sotto le tende. Adesso che è crollata la casa, ciò che non si vuol vedere crollare è la famiglia. Anche perché, se Protezione civile e pompieri sono stati gli eroi nel tempo dell’emergenza, le famiglie lo sono nel tempo dell’ordinario e del lento tornare alla normalità. «Qui il tessuto familiare – ci racconta Castelli –, con tutti i suoi limiti, tiene ancora». Dunque molti hanno trovato rifugio da fratelli, zii, cugini. Prima dei 200 euro promessi dello Stato, sono arrivati loro, per fortuna.

La parola più pronunciata
E questo la gente lo sa. Così, dopo aver raccontato i momenti terribili del crollo, torna a descrivere la ricerca silenziosa tra le macerie, nella speranza di udire di sotto i sassi il sospiro di qualche sopravvissuto, poi il girovagare notturno con le torce, poi lo scavare con le pale e, infine, con le mani. Ma ciò che maggiormente sorprende è che tra le persone che non hanno più molto altro se non quello che portano indosso, la parola più pronunciata è «grazie». Grazie per i soccorsi, grazie per aver trovato i miei morti, grazie per la coperta, grazie per la tenda.

Questo, ci spiega padre Alfredo Botticelli, parroco di Montemonaco, è il sentimento, assieme allo sgomento e alla paura, più diffuso. Lui, che è sacerdote da quarant’anni di un paese che ha ventitré frazioni e che trascorre le sue giornate ad andare a trovare ogni eremita che abita sparso qua e là sugli Appennini, si presenta in ogni casa con la stessa battuta: «Hai presente la storiella dell’uomo di fede che non teme di morire? Ecco, non è vera. Io ho avuto una fifa blu». «Non bisogna temere – ci dice questo gagliardo ottantenne – di ammettere che siamo preoccupati che tutto quello che abbiamo costruito in una vita sia crollato o possa crollare. Siamo spaventati? Io sono spaventato. Però di fronte a domande tanto viscerali dobbiamo testimoniare con parole e opere che cosa non crolla mai, nemmeno dopo il terremoto. Io sabato celebro un matrimonio e domenica battezzo un po’ di bambini».

Foto Ansa

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