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Cosa prevede il nuovo decreto carceri

dicembre 18, 2013 Chiara Rizzo

Dal maggiore ricorso ai domiciliari e all’affidamento ai servizi sociali all’incentivazione del braccialetto elettronico. Cancellieri: «Non è un indulto». Si stima ne usufruiranno 1700 detenuti in un anno

È stato licenziato ieri dal Consiglio dei ministri il decreto carceri: prevede varie misure per cercare di tamponare all’emergenza del sovraffollamento, che ha portato alla condanna definitiva dell’Italia dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e all’obbligo di provvedere entro maggio 2014 a questo dramma. Il decreto di ieri introduce varie misure, e nessuna è drastica né risolutiva. Tra le principali, si torna a parlare del braccialetto elettronico per i domiciliari, poi sconti di pena per tutti però, ha assicurato il premier Enrico Letta, «non ci sono in nessun modo elementi di pericolosità per i cittadini». Il provvedimento mira a far uscire dal carcere, sempre sotto stretto controllo per la sicurezza collettiva, 1.700 persone detenute che possiedono determinati requisiti giuridici. Si conta di arrivare fino a tremila persone in due anni. Il Guardasigilli Annamaria Cancellieri ha sottolineato che «non è un indulto o un indultino, perché non c’è nulla di automatico». Critico il vicepremier Angelino Alfano, che ieri non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali: si sarebbe battuto, senza riuscirvi, per introdurre norme che limitassero la custodia cautelare, mentre avrebbe mostrato scetticismo sul braccialetto elettronico.

RIDUZIONI DI PENA. Attualmente, per ogni sei mesi di pena trascorsi in carcere, il detenuto che fa buona condotta riceve 45 giorni di “sconto” sulla detenzione rimanente. Il decreto di ieri ha innalzato lo sconto a 75 giorni: si tratta di una norma che è destinata a tutte le persone in carcere, ma non è automatica, dato che è il magistrato di sorveglianza a valutare il comportamento del detenuto e nel caso di reati più gravi è richiesta una “motivazione rafforzata” per la concessione della riduzione.

AFFIDAMENTO IN PROVA. Attualmente il condannato che aveva un residuo di pena di 3 anni in carcere, poteva fare richiesta di essere affidato ai servizi sociali. Ora il residuo pena con cui si può presentare domanda sale a 4 anni. Nel caso si riportino nel tempo condanne per vicende diverse, il pubblico ministero formula la richiesta al magistrato di sorveglianza, che conteggia il cumulo delle pene e decidere se proseguire l’affidamento o revocarlo.

MODIFICHE LEGGI STUPEFACENTI. Il decreto introduce una modifica alla legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti. In particolare è prevista una novità per chi commette il reato di spaccio ma «la quantità e la qualità delle sostanze è di lieve entità»: la pena massima a cui si può essere condannati in questo caso diventa di 5 anni, anziché un massimo di 6 anni come avveniva sino ad oggi. Aumenta anche la possibilità di concessione dell’affido terapeutico per chi oggi è in carcere per reati legati agli stupefacenti: la decisione spetterà comunque al giudice di sorveglianza.

IMMIGRAZIONE CLANDESTINA. Viene modificata anche una piccola parte della legge Bossi-Fini e si anticipa la procedura di identificazione per chi è arrestato nell’immediato (anziché entro i 18 mesi successivi) in modo da evitare il transito dal carcere al Centro di identificazione ed espulsione, e ridurre la permanenza nei Cie.

CARCERAZIONE DOMICILIARE. Diventa stabile la norma che consente di trascorrere gli ultimi 18 mesi di detenzione ai domiciliari (sarebbe scaduta a fine anno, fu introdotta dal Governo Berlusconi, e fino ad oggi ha portato alla scarcerazione  di 12 mila persone)

BRACCIALETTO ELETTRONICO. Il decreto vuole anche incentivare l’uso del braccialetto elettronico che, fino ad oggi, secondo la Corte dei conti ha rappresentato solo «una reiterata spesa antieconomica e inefficace», dato che viene utilizzato solo in 8 uffici giudiziari e in 55 casi (con oltre duemila braccialetti a disposizione, per un costo, dal 2001 di 80 milioni di euro). Secondo il decreto il braccialetto elettronico sarà utilizzato per i domiciliari, allargando la platea dei detenuti che ne potranno usufruire anche a soggetti più “pericolosi”. I magistrati dovranno motivare il perché scelgano di non usarlo. Il braccialetto però non potrebbe essere usato per chi ha il permesso di trascorrere parte della pena all’esterno, e fuori dal carcere (affidamento ai servizi sociali, o permesso di lavoro all’esterno del carcere).

GARANTE NAZIONALE DEI DETENUTI. Fino ad oggi è stata una figura scelta, liberamente, dalle comunità locali o al massimo all’interno delle Regioni. Ora è introdotta la figura del Garante nazionale che assicurerà indipendenza e competenza in materia di diritti umani dei detenuti.

PROCESSO CIVILE BREVE. Il decreto carcere introduce anche una norma che rigurarda la procedura civile, il “processo breve”: le cause iscritte da oltre tre anni potranno essere affidate ad un giudice monocratico, anziché ad un collegio, per accellerare i tempi: sarà il giudice stesso a decidere il passaggio dal rito ordinario a quest’altro più snello, in base alla gravità della controversia, mentre è diritto delle parti avere una motivazione estesa della sentenza, in modo eventualmente da impugnarla in appello, ma «previo anticipato versamento di una quota del contributo unificato dovuto per il grado successivo».

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4 Commenti

  1. Antonio scrive:

    non è chiaro riguardo al problema clandestinità. Ridurre la permanenza nei cie? Ma una volta identificati, si ritorna a casina! O no, tutti liberi a scorazzare per il Paese?

  2. francesco taddei scrive:

    la redazione di tempi è favorevole all’amnistia, ma se non si costruiscono nuove carceri tra dieci anni ne servirà un’altra. siccome gli italiani e tanti stranieri sono delinquenti ne facciano le spese i cittadini italiani, mica la stato. che bell’esempio d’integrità questi cattolici. altri paesi cattolici come per esempio l’austria tratta i detenuti con rispetto, però la certezza della pena è assicurata.

    • Antonio scrive:

      ma è ovvio, quindi il problema non è il cattolicesimo in se. E’il sistema ad essere sbagliato, è l’indulgenza e il perdonismo di certe caste (chi ha detto potere legislativo e interpretazioni libere della magistratura?) ad originare la mancanza della certezza di pena. Chi sbaglia deve pagare, non ci vedo nulla di crudele, nessuna malvagità gratuita o prevaricazione ai danni dei “poveri” delinquenti. Anzi, i detenuti dovrebbero lavorare, svolgere lavori pesanti per pagarsi vitto e alloggio in prigione senza pesare sui contribuenti onesti e per risarcire i danni subìti alle vittime e anche in questo vedo solo giustizia, niente di anticristiano per cui strapparsi i capelli. Il perdono ce lo si deve guadagnare dimostrando concretamente di voler ripagare i danni causati alla società dai propri errori, non deve essere un facile viatico per un’impunità gratuita che avalli i crimini, grandi o piccoli che siano…ripeto,chi sbaglia paga.

      • francesco taddei scrive:

        non pretendo che lo stato “redima” i carcerati, neanche che si paghino vitto e alloggio, pretendo che siano trattati con rispetto sia verso le loro condizioni di detenzione, sia verso la pena da scontare che hanno nei confronti dei cittadini. quindi la certezza della pena è innanzitutto tutela delle vittime. sono favorevole al fatto che possano essere impiegati in lavori socialmente utili, sia ancora in detenzione (per esempio negli aiuti ai terremotati dell’emilia), sia quando escono. perchè se li mandiamo fuori, causa affollamenti, dovrebbero per il resto della pena che gli rimane contribuire al bene della società con lavori sociali. esiste un buonismo che danneggia le persone oneste, di cui sono complici anche i cattolici italiani, poichè negli altri paesi gli stessi cattolici pretendono condizioni degne per i detenuti ma allo stesso modo la certezza della pena. date pure l’indulto(che già c’è stato dieci anni fa) e poi tra dieci anni ci ritroviamo ancora qui a parlare del sovraffollamento.

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