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Cosa lega i 60 “terroristi globali” nella lista Usa alla promessa jihadista di conquistare Roma

gennaio 23, 2015 Rachele Schirle

I nomi di alcuni dei fondamentalisti resi noti dagli Stati Uniti comparivano già nelle carte dell’inchiesta che quasi dieci anni fa smantellò la cellula qaedista “cremonese” che minacciava di “aprire Roma con il fuoco”

roberto-fiorentini-apriremo-roma-con-il-fuocoC’è un inquietante filo rosso che lega l’elenco di una sessantina di terroristi globali pubblicato dagli Usa e i recenti allarmi lanciati per un possibile attentato in Vaticano, cuore e centro della cristianità a Roma. Un progetto terribile che parte dieci anni fa proprio dagli uomini che il 16 gennaio scorso sono stati indicati dagli Stati Uniti come “terroristi globali” e che è rimasto scritto negli atti giudiziari del processo alla cellula terroristica legata a diversi gruppi nel network di Al Qaeda: Gruppo Islamico Marocchino Combattente, Ansar Al Sunna e Ansar al Islam.

Di tutto questo dà conto un volumetto del 2006 intitolato Apriremo Roma con il fuoco (edizioni Segno) e redatto da Roberto Fiorentini, ex direttore di Radio Padania e oggi responsabile ufficio stampa della Regione Lombardia, giornalista che per anni ha seguito il fenomeno delle cellule terroristiche islamiche “nate” e “cresciute” nel Nord dell’Italia. Personaggio centrale delle “sei storie islamiche” è Laagoub Abdelkader: fondamentalista marocchino presente nel lungo elenco americano. Abdelkader fu uno dei primi a finire dietro le sbarre nel lontano 1998 quando i servizi di intelligence di mezza Europa misero a segno l’operazione “Atlante” che smantellò un’imponente filiera del terrore che partiva dall’Italia ma che toccava anche la Francia e la Gran Bretagna per finire in Belgio, paese colpito recentemente dalla rete del terrore islamico.

Laagoub è stato uno degli uomini di punta della tristemente famosa moschea di Cremona. Dopo il primo arresto del 1998, è stato nuovamente fermato nel 2004 e nel 2005 perché ritenuto personaggio di spicco del radicalismo in Lombardia; la Direzione distrettuale antimafia ne ha provato i contatti con i centri di preghiera più a rischio di terrorismo in Lombardia: Milano, Crema, Varese e Bergamo. Ingente era stato il materiale ideologico e paramilitare sequestrato nella sua abitazione al momento del fermo. E proprio tra questo materiale è spuntato l’attacco a Roma.

È un trattato dal titolo “Il sostengo della preparazione del Jihad”, firmato da Abdelkader Abdel Aziz, altro esponente fondamentalista. Fadik Fatima, consulente della procura davanti alla Corte d’Assise di Cremona, svela i contenuti del volume a disposizione di Laagoub. «Nel libro – spiega la consulente ai magistrati – si annuncia l’apertura di Roma con il fuoco per opera dei musulmani dopo la cattura di Costantinopoli. Una seconda apertura che avverrà di sicuro – spiega sempre la consulente ai giudici – con la volontà di Allah. L’apertura di Roma necessita del ritorno del califfo sul popolo musulmano come è stato annunciato dal profeta Maometto». Nelle pagine seguenti c’è l’invito alla creazione di un «esercito credente che deve avere la convinzione che lo spinge a combattere il nemico e la fede jihadista per i musulmani fa parte della loro convinzione».

dabiq-islam-stato-islamicoNel libro di Fiorentini si racconta poi come Abdelkader nella sua funzione di ideologo del gruppo riunisse attorno sé, proprio nei locali della moschea di Cremona, altri personaggi che compaiono tutti nella lista americana a partire da Al Mokthar Ben Mohamed Bel Al-Mokhtar, Kamel Ben Mouldi Ben Hanna nonché tre altri personaggi di forte spessore condannati nei tre gradi di giudizio per terrorismo internazionale a partire da Faycal Boughanemi. Quest’ultimo fu al centro di rivelazioni di un pentito che denunciò la sua attiva partecipazione alla preparazione di un doppio attentato che nel 2002 avrebbe dovuto colpire la linea rossa della metropolitana di Milano e il duomo di Cremona da compiersi utilizzando una dose massiccia di esplosivo C4. Tra gli uomini di Laagoub anche Noureddine Drissi, arrestato dai Ros dei carabinieri dopo un soggiorno nei campi di addestramento paramilitari tra Kurdistan e Siria al tempo del secondo conflitto in Iraq.

L’ultimo personaggio di spicco dell’”inner circle” del fondamentalista marocchino e citato dagli statunitensi è Ahmed El Bouhali, primo imam della moschea e improvvisamente scomparso poche settimane prima dell’11 settembre 2001. In svariate perquisizioni nell’abitazione di El Bouhali furono trovati manuali per la costruzione di ordigni esplosivi, di guerriglia paramilitare, di l’utilizzo di armi da guerra, filmati provenienti dall’Afghanistan con indicazioni operative di combattimento, dispense per non farsi intercettare dai servizi segreti europei. Secondo gli inquirenti – riporta il volume di Fiorentini – Ahmed El Bouhali fu uno dei primi a trasferirsi nelle zone di combattimento del Medio Oriente dopo una precedente partecipazione al Battaglione Mujaheddin in Bosnia. Come combattente islamico. Sempre nel corso delle indagini spalmate dal 1998 al 2005, El Bohuali era finito nel mirino degli inquirenti dopo l’allarme per un possibile attentato a Roma all’ambasciata statunitense di via Veneto. Nel gennaio del 2001 si presentarono nella sua abitazione gli uomini dei reparti operativi speciali, che avevano intercettato i suoi frequenti contatti con le cellule marocchine posizionate in Belgio e pronte a compiere uno spettacolare attentato alla cattedrale di Strasburgo.

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1 Commenti

  1. Raider says:

    Promessa del loro “profeta di pace”, non dei jihadisti, che non interpretano, eseguono, per conto e in pro di tutti gli islamici, che non hanno bisogno di mettere in discussione né il Corano né il loro profeta armato: e a Roma la loro moschea, più alta del Vaticano, non l’hanno piazzata lì per caso: obbedivano e senza bisogno di usare la forza. Poi, vedono che un papa prega e si inchina verso La Mecca: e pensano, giustamente, che il loro profeta gliel’aveva detta giusta.

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