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Cosa ha portato alla sfiducia di Campo Dall’Orto in Rai

maggio 27, 2017 Francesca Parodi

I risultati raggiunti non sono bastati a salvare il direttore generale dalle critiche. Dietro questa vicenda ci sono tensioni con il cda e meccanismi politici

Dati alla mano, negli ultimi dieci anni la Rai ha raggiunto il record di ascolti e di raccolta pubblicitaria, ha riscosso giudizi complessivamente positivi da parte della critica televisiva e ha lanciato progetti di innovazione come Rai Academy. Nonostante questi risultati, il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto ha ricevuto la “sfiducia” del consiglio di amministrazione, che ha bocciato il piano informazione, ma ha approvato i programmi di palinsesti per la prossima stagione televisiva. Un voto contrario è venuto anche da Monica Maggioni, presidente Rai. Campo Dall’Orto si è quindi incontrato con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, da una parte per discutere di alcune problematiche irrisolte (l’autoregolamentazione per gli stipendi degli artisti, il contratto di servizio, i palinsesti della prossima stagione e il piano informazione), e per rimettere il proprio mandato nelle mani nel ministro. Viene dunque spontaneo domandarsi come e perché si sia arrivati a questo esito.

Campo Dall’Orto vanta un curriculum internazionale e una profonda conoscenza del settore radio-televisivo. Quando lavorava per Mtv Italia (di cui fu direttore e poi anche amministratore delegato) conobbe Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, e tra i due nacque subito un’empatia. Campo Dall’Orto sposò l’idea del riformismo renziano, frequentava le Leopolde. Così, quando Renzi, ormai primo ministro, decise di riformare anche la Rai, Campo Dall’Orto sembrò l’uomo più indicato per dirigere la televisione pubblica.

Non è però un mistero che la Rai sia un ambiente molto complesso: il mondo politico vi è saldamente radicato all’interno, il sindacato è molto forte e poi c’è anche il cosiddetto “partito Rai”, composto da dirigenti che hanno costruito tutta la loro carriera in Rai e che quindi hanno creato una sorta di lobby conservativa. Campo Dall’Orto si è mosso tra questi difficili equilibri portando avanti una serie di iniziative: ha creato la Direzione digital e la Direzione per il coordinamento e l’offerta editoriale (fino ad allora inesistenti), ha fuso insieme la Direzione comunicazione e relazioni esterne con la Direzione relazioni internazionali e istituzionali, ha cambiato il legale e il personale. Insomma, ha rivoluzionato l’organizzazione interna. Ha poi lavorato sul piano industriale che definiva il percorso di 3 anni di consiliatura e che sostanzialmente mirava a trasformare la Rai da broadcaster tradizionale a una media company di dimensioni europee. Tra le varie novità, il piano industriale prevedeva il riposizionamento delle reti, in particolare Rai1, Rai2, Rai3 e Rai4 per ridefinire la loro mission e le loro linee distintive, oltre al restyling di tutta la grafica di canale. Campo Dall’Orto presentò questo piano in aprile 2016 e il cda lo approvò all’unanimità.

Nel frattempo erano già stati nominati i nuovi direttori di rete (Fabiano a Rai1, Dallatana a Rai2 , Bignardi a Rai3 , Teodoli a Rai4 , Romagnoli a RaiSport). Nell’estate 2016 vennero presentati i palinsesti e si affrontò il tema della trasparenza, mettendo online tutti gli stipendi dei manager. Nei mesi seguenti però qualcosa cominciò a scricchiolare e si sollevarono le critiche. Antonio Giacomelli, sottosegretario alle comunicazioni, disse di reputare Campo Dall’Orto un esperto del linguaggio televisivo, ma non adatto a fare il direttore generale. Michele Anzaldi, deputato e membro della commissione di vigilanza Rai, ha aspramente criticato le nuove assunzioni di Campo Dall’Orto (circa una ventina) e in un’intervista di settembre al Corriere della Sera ha detto: «Su Campo Dall’Orto e Maggioni ci siamo sbagliati. Da quando ci sono loro, la Rai è peggiorata tantissimo, sia sul piano della comunicazione, sia su quello della trasparenza». Fece molto discutere la decisione di mettere il canone in bolletta e la chiusura di diversi programmi (come Ballarò e Virus), che venne additata come violazione del pluralismo a favore di Renzi. Campo Dall’Orto è stato accusato di malagestione e di mancanza di un chiaro piano di informazione.

Secondo alcuni, le problematiche sono sorte nei rapporti tra Campo Dall’Orto e il cda: il direttore generale avrebbe preso decisioni in totale autonomia senza prima discuterne con il consiglio e a pesare sarebbero state soprattutto quelle nomine fatte autonomamente e viste come “un segno di arroganza”. Tra lo stesso Campo Dall’Orto e il presidente Maggioni si è creata da mesi una forte rottura. Secondo questa lettura, l’ultimo piano informazione sarebbe stato bocciato proprio perché elaborato senza coinvolgere i membri del cda. Questa tensione si sarebbe inoltre creata dalla mancanza di “lottizzazione” del cda: prima, con la vecchia legge, esso comprendeva esponenti di partiti diversi, mentre oggi le nomine del cda Rai sono in mano al governo, di cui sostanzialmente il cda è espressione. E questo avrebbe appunto provocato la tensione degli altri partiti che non hanno più voce in capitolo. Nel momento in cui i rapporti tra Campo Dall’Orto e Renzi sono deteriorati, i membri del consiglio, vicini all’ex premier, hanno sfiduciato il direttore generale. Il problema di fondo resta comunque di natura politica: se per alcuni il destino del direttore generale è legato a quello dell’ex premier (se affonda uno, di conseguenza affonda anche l’altro), per altri invece Campo Dall’Orto si sarebbe illuso di poter lavorare come un manager in un’azienda privata, creando una Rai indipendente dai partiti e dalla politica. Resta il fatto che la politica, a quanto pare, non si lascerà mai trascinare fuori da viale Mazzini.

Foto Ansa

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