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Corvo Var, non avrai il mio scalpo

settembre 11, 2017 Roberto Perrone

In pochi piangiamo la fine del perfetto microcosmo calcio. Dove, da due settimane, tutti possono sbagliare. Tranne uno

genoa juventus ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Corvo Var, maschile, femminile o neutro che tu sia (però preferibilmente i secondi due, maschile all’inglese proprio no), non avrai il mio scalpo. E non hai il mio consenso. Siamo pochi ma buoni noi anti-Var. Ci trattano con sufficienza, i fighetti adepti di un finto modernismo, ci guardano con condiscendenza come se fossimo dei luddisti fuori tempo, di quelli che di notte vanno a distruggere le macchine, a sabotare il progresso. Siamo pochi, ma in buona compagnia. Ad esempio, senza che ci fossimo messi d’accordo, in questa minoranza di lotta e non di governo, c’è anche il mio amico Gigi Buffon. Magari abbiamo motivazioni diverse, ma comunque l’aggeggio non ci piace. Per quel che mi riguarda, vi spiego il perché, premettendo che ammetto solo l’apparecchio per stabilire se la palla è entrata o meno in porta.

Innanzitutto si tratta di una questione di eugenetica applicata al calcio. E a me l’eugenetica non piace in nessuna forma. Non mi piace la manipolazione degli organismi viventi e il football è un organismo vivente. Il mio essere in minoranza parte da lontano. Ho sempre pensato che nel calcio tutto si riequilibra, alla fine, che, nel suo essere sfera, la palla rotola su se stessa riportando tutto all’origine, chiudendo il cerchio. Sono convinto che gli errori di tutti i componenti di questo organismo concorrano, alla fine, a dare un risultato accettabile. E arriviamo al cuore del problema. Il calcio è un organismo vivente formato da molti protagonisti: i presidenti dei club, i dirigenti dei club, specialmente quelli che si occupano di mercato, di campagna acquisti, di rafforzamento della rosa, gli allenatori, i giocatori, i procuratori. E, come si è visto anche in questi ultimi anni, anche le famiglie dei calciatori, i parenti dei calciatori. Il caso Donnarumma, in questo senso, ne è l’esempio più recente ed eclatante. Infine, last but not least, gli arbitri, con i loro collaboratori. Tutte queste componenti concorrono al risultato finale del campionato. Con i loro talenti, con i loro colpi di genio, ma anche con i loro errori. L’errore, nello sport, secondo me è fondamentale. Lo sbaglio è qualcosa di sacro, qualcosa che bilancia la bravura.

Quella delusione di O’Neill
Tutte le componenti che ho elencato sbagliano. Sbagliano i presidenti nelle scelte che fanno, nel prendere un allenatore piuttosto che un altro, nella scelta di un dirigente sportivo, o, peggio, nell’amministrare una società. Si indebitano, buttano i soldi e, come succede sempre più spesso in questi anni economicamente cupi, portano il loro club al fallimento. Sbagliano i dirigenti. Puntano su allenatori che non lavorano bene, sbagliano la campagna acquisti. Ingaggiano delle emerite pippe oppure talenti che si rivelano al di sotto delle aspettative. Ho letto un’intervista di Walter Sabatini, neo direttore tecnico di Suning e dell’Inter, che raccontava della sua più grande delusione, Fabian O’Neill. Uruguaiano dai calzettoni bassi, alla Dybala, alla Sivori, quando arrivò alla Juventus, Luciano Moggi mi disse, sottovoce: «Questo è meglio di Zidane». E lo stesso Zizou confermò: «È il giocatore più talentuoso che ho visto giocare». O’Neill, trascinato via dall’alcol e dal gioco, ora fa il barista-buttafuori in un bar di Montevideo. Avevano sbagliato loro a non capire, a non sostenere il genio fragile; ha sbagliato lui, certamente, non onorando il suo grande talento.

La rivoluzione farlocca
Sbagliano gli allenatori. Sbagliano formazioni, rapporti con i giocatori, allenamenti, rifiniture. Hanno le loro simpatie e antipatie, sia umane che calcistiche. Non dovrebbe essere così, dovrebbe essere tutto avvolto da una nuvola di professionalità. Ma non siamo caporali, siamo uomini. Si incaponiscono con certe scelte, arrivano all’estremo pur di sostenere le proprie decisioni. Tendono, con le vittorie, a diventare un po’ tromboni. Sbagliano i giocatori, davanti al portiere avversario, davanti al proprio portiere. Sbagliano i portieri e gli attaccanti, i difensori e i centrocampisti. Papere, lisci, errori, passaggi mancati, gol divorati. E poi capricci, nevrastenie, distanza dalla realtà. Sbagliano, in piena coscienza, i procuratori. Con le loro strategie, influenzano i giocatori, giocano a rimpiattino con le società, creando un ambiente dove i contratti firmati diventano carta straccia dalla sera alla mattina. Sbagliano gli arbitri e i loro assistenti, ovviamente: fuorigioco non segnalati, falli scomparsi, rigori non fischiati, espulsioni esagerate, grazie per falli duri concesse con altrettanta faciloneria.

Tutti costoro concorrevano, anche con i loro errori, alla circolarità filosofica del calcio. Tutti. Ora questi rivoluzionari da operetta della Var, hanno stabilito che tutti continueranno a sbagliare, tranne gli arbitri. Per me è pazzesco. È ontologicamente un’aberrazione. A una delle componenti di questo microcosmo non è più concesso sbagliare, a tutte le altre sì. Perché? Perché siamo noi all’avanguardia della Var? Perché noi siamo il paese più arretrato, filosoficamente e moralmente, perché noi abbiamo inventato la moviola, perché noi pensiamo che l’arbitro sia “cornuto/venduto” per definizione. Noi pensiamo che quando fischia lo faccia per favorire questo o quello, noi pensiamo che sia corrotto. A prescindere, direbbe Totò. Noi siamo quelli che ricordano ancora l’arbitro inglese Aston (Cile 1962) o l’ecuadoriano Moreno (Giappone/Corea 2002), noi siamo quelli del gol di Turone o del rigore di Iuliano-Ronaldo. Per noi, in caso di sconfitta, prima c’è il complotto arbitrale, poi quello della squadra (esempio le voci sulla rissa nello spogliatoio della Juventus a metà della finale con il Real Madrid a Cardiff), poi il clima, il terreno, i propri demeriti. Qualche volta, in fondo, molto in fondo, la bravura dell’avversario.

L’entusiasmo per la Var nasce da questo perverso sguardo sullo sport. E da una immensamente ridicola idea di giustizia sociale. Un’altra rivoluzione farlocca: togliere ai ricchi per dare ai deboli, rimettere le cose a posto. Adesso, con Robin Hood-Var i torti verranno annullati e tutti avranno una possibilità. Ma dove? I ricchi e i potenti, quelli che comprano i migliori giocatori vinceranno sempre. Magari, ogni quarto di secolo salta fuori un Leicester, magari ogni tanto un Genoa o un’Atalanta, sempre grazie a Sir Gasperson, vivranno una stagione in paradiso. E poi? Poi arriveranno i soliti arroganti e convinceranno Kalinic a fare la guerra alla Fiorentina per essere ceduto al Milan o spingeranno Spinazzola ad ammalarsi per passare alla Juventus. Spinazzola alla fine è dovuto “guarire” e tornare a Zingonia, ma per quanto? Quattro mesi, otto al massimo. I potenti quello che mollano dalla porta riprendono dalla finestra. Alla Juventus, nelle prime due partite di campionato, hanno fischiato contro due rigori Var, concessi a due piccole, Cagliari e Genoa. Nessuno dei due (e quello con il Grifo non esisteva per un offside precedente) ha mutato il corso delle cose. Madama ha vinto.

È eugenetica applicata al calcio
La Var è perfettibile, dicono tutti. Tutto o quasi è perfettibile (pure io volendo). Ma in ogni caso non ha eliminato le polemiche, i sospetti, il complottismo. Però ha creato un nuovo posto di lavoro. Ora al moviolista di turno si è affiancato il “varista” cioè quello che fa l’analisi logica della Var. Grottesco. No, compagni e amici, meglio il vecchio microcosmo, dove tutti sbagliano. Tutti. Mentre ora con questa eugenetica applicata solo agli arbitri, si spezzerà qualcosa. In mezzo a questa folla di progressisti plaudenti, di ignari partecipanti al rito collettivo del consenso, in pochi piangiamo la fine del perfetto microcosmo calcio, dove, da due settimane tutti possono sbagliare. Tranne uno.

Foto Ansa

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