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Conviene mettersi in tasca il Tfr? Cinque punti per rispondere

ottobre 7, 2014 Matteo Rigamonti

Sono soldi degli italiani che vengono sottratti alle loro pensioni per rilanciare i consumi. Ma il bonus Renzi, che aveva lo stesso scopo, non ci è riuscito. Siamo sicuri che non si tratti di una manovra per tassare di più i contribuenti?

Dopo il bonus da 80 euro, le cui coperture devono ancora essere assicurate dal governo, altri soldi potrebbero finire nelle tasche dei dipendenti italiani. Succederà se, come recentemente auspicato dal premier Renzi, il Tfr sarà inserito in busta paga a partire dal 1° gennaio 2015. Una misura che potrebbe portare, secondo il Corriere della Sera, dai 40 agli 80 euro in più al mese. Ma a che prezzo? Ecco 5 punti per capirci qualcosa in più.

1. COS’È IL TFR. Il Tfr, acronimo di Trattamento di fine rapporto, noto anche, più semplicemente, come liquidazione, è la somma di denaro che spetta a tutti i lavoratori dipendenti che cessano il proprio rapporto di lavoro con l’azienda o il datore per una qualunque causa. Si calcola sommando, anno per anno, una quota che è pari alla retribuzione annua divisa per 13,5 alla quale si aggiunge la rivalutazione dell’importo accantonato l’anno precedente. Si tratta di una quota che viene trattenuta dal reddito del lavoratore per poi essere corrisposta al termine del rapporto. Unimpresa ha stimato, sulla base di dati Inps e Istat, che il flusso generato ogni anno dalle liquidazioni in Italia sia pari a circa 23 miliardi di euro complessivi.

2. A COSA SERVE. Il Tfr «è una sorta di “cuscinetto” che lascia più tranquilli quanto di smette di lavorare», ha scritto l’Ansa. Che poi è anche il motivo per cui «può essere chiesto dopo aver lavorato nella propria azienda per almeno 8 anni per il 70 per cento dell’importo per l’acquisto della casa, per spese sanitarie e per l’istruzione, praticamente le tre principali ragioni di preoccupazione delle famiglie». E, in caso di licenziamento, permette di «fare fronte alle spese nel caso non sia sufficiente il solo Aspi», l’indennità di disoccupazione introdotta dalla riforma Fornero.
La riforma del 2006 che ha introdotto le forme di previdenza complementare da affiancare alle sempre più traballanti ed esigue pensioni degli italiani, ha permesso al dipendente di scegliere la destinazione del suo Tfr. Le opzioni a sua disposizione ora sono tre: lasciarlo in azienda oppure destinarlo a un fondo pensione aperto o chiuso per poterlo poi ricevere, rivalutato, sotto forma di rendita o capitale. Quelli chiusi sono i fondi pensione istituiti sulla base di accordi tra i sindacati (Cgil, Cisl e Uil) e le associazioni imprenditoriali (come, per esempio, Confindustria e Confcommercio); mentre i fondi aperti sono quelli offerti da banche e compagnie assicurative. Questi ultimi solitamente promettono rendimenti migliori, ma a fronte di costi maggiori. Lasciare il Tfr in azienda, invece, fa sì che sia rivalutato solo dell’1,5 per cento più il tasso di inflazione.

3. LE SCELTE DEGLI ITALIANI. Ha scritto Libero che «dei 23 miliardi che compongono la torta complessiva annua del Tfr circa 11 miliardi restano in azienda», dove possono essere utilizzati come liquidità del datore. È il caso della stragrande maggioranza delle pmi italiane. Mentre, ha ricordato Giuliano Cazzola in un’intervista a tempi.it, le aziende sopra i 50 dipendenti, che per legge sono tenute a reinvestire il Tfr prima di corrisponderlo alla fine del rapporto, «versano ogni anno circa 6 miliardi di euro al fondo di tesoreria istituito presso l’Inps». Sono 5,2 i miliardi di euro che, invece, «finiscono in pancia ai fondi pensione», ha scritto sempre Libero. Dei quali «800 milioni vanno a fondi aperti e Pip gestiti da professionisti del settore, 2,7 miliardi ai fondi chiusi o negoziali e altri 1,5 a fondi preesistenti, nati prima della riforma del 1993».

4. ANTICIPARE IL TFR. Il premier Renzi ha proposto che il «Tfr possa essere inserito dal 1° gennaio 2015 in busta paga direttamente, a condizione, naturalmente, che si creino quelle riserve di liquidità attraverso un protocollo Abi-Confindustria-governo, per consentire alle piccole imprese un ulteriore scatto del potere d’acquisto e della dignità del lavoratore». Ma la proposta, che dovrebbe essere inserita nella prossima legge di stabilità, ha già incontrato i dubbi sia dei sindacati sia delle imprese, direttamente coinvolti nel business della previdenza complementare. Sono soldi dei lavoratori, ha sottolineato il segretario della Cgil Susanna Camusso, ribadendo che la salvaguardia della previdenza complementare deve essere garantita. Mentre, avverte la Confcommercio, che anticipare il Tfr «indebolirebbe ulteriormente il nostro sistema produttivo e accentuerebbe le difficoltà finanziarie delle imprese incidendo anche negativamente sull’occupazione».

5. PIÙ TASSE PER TUTTI. Ma il vero nodo che preoccupa gli italiani è la tassazione. Scrive, infatti, il Sole 24 Ore: «Resta ancora tutta aperta la partita sulla tassazione in capo al lavoratore, che potrebbe essere fortemente penalizzato da un passaggio da una tassazione separata, come avviene oggi con un’aliquota Irpef calcolata sulla media degli ultimi cinque anni (oggi tra il 23 e il 26 per cento), a una tassazione ordinaria ad aliquota marginale Irpef, che potrebbe toccare anche il 43 per cento nei casi di redditi più elevati». Insomma, c’è il sospetto che la mossa di voler anticipare il Tfr in busta sia semplicemente uno stratagemma per assicurare all’erario un gettito, che, sempre secondo il Corriere, potrebbe aggirarsi intorno ai 2,5 miliardi di euro. Mentre, secondo Cazzola, non è detto che si possano rilanciare i consumi. La beffa sarebbe se con quel gettito si volessero coprire parte dei 10 miliardi necessari per stabilizzare il bonus da 80 euro.

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2 Commenti

  1. Nino says:

    No, non conviene, non è così che si rilanciano i consumi. Riduca piuttosto le tasse, ma veramente …

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