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Contro il cristianesimo insipido che ci rende buoni. Buoni a nulla

giugno 21, 2017 Luigi Amicone

È «tutta una pagliacciata» come mi ha detto Maurizio, mio amico d’infanzia, o c’è qualcosa di nuovo sotto i cieli della dura lotta per la sopravvivenza e il finire in letame?

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli si restituirà il sapore? A null’altro serve che ad essere gettato via e ad essere calpestato dagli uomini». Gesù dice così ai suoi discepoli. Ai suoi amici. Mi pare che nell’anno 2017 di questa storia, noi cristiani avremmo urgente bisogno che qualcuno gettasse sale sulle nostre ferite sanguinanti sangue insipido. A chi interessa il Vangelo? Gettato via. Naturalmente non accuso nessuno. Sono nessuno e anche piuttosto consapevole di essere una nessunaggine passeggera. Come è grande l’universo! E come siamo niente noi che lo abitiamo su un niente terreno e, adesso che ci voltiamo indietro e consideriamo i nostri anni, diventiamo consapevoli di rimanerci il tempo di un battito d’ali. Non solo non dire mai con Bertolt Brecht, «dopo di me / niente degno di nota». Ma neanche gongolerei con il trionfante Friedrich Nietzsche perché sarò morto pazzo, e però preparato, dettando sulla mia tomba l’iscrizione “Amicone L., nato postumo”. Interessa quel Gesù. Perché è l’unico nella storia che ha detto e fatto di sé ciò che nessuno può fare e dire di sé. Essere. Consistere. Dire “io” sapendo quel che si dice. Un senso, uno scopo, un fine, il Destino. È quello che sempre mi ha impressionato del maiuscolo, geniale, immaginifico, uomo secolare e per giunta omosessuale, Oscar Wilde. «Egli – scrisse di Gesù – non insegna niente a nessuno ma basta essere condotti in sua presenza per diventare qualcuno».

Cristo è la realtà. Lo sapeva Paolo di Tarso e lo sapeva Oscar di Dublino. Egli ci prospettò addirittura l’impossibile: il non essere, il non vivere, l’anti-realtà. Infatti, come mi ha obbiettato Melania, la mamma di tre splendidi bambini che bada al mio vecchio padre, «come è possibile che il sale diventi insipido?». Come fa una cosa a non essere quel che è? Questo è il punto. Succede. Mutazione antropologica. Mutarsi della vita umana in una passione inutile. In un nonnulla privo di senso. Mi pare che ci siamo. Possiamo chiamarlo come ci pare: tempo di uscita, di periferia, di cambiamento epocale. Ma si capisce – e per una volta usiamo pure la lingua di legno di un sociologo d’appendice – nel tempo della “società liquida” cosiddetta, o altrimenti detto, all’epoca dell’omologazione planetaria fino a forme di schiavitù mentale e comportamentale mai conosciute prima d’oggi, che sale è il cristianesimo? Nel tempo in cui non solo le figlie cavalcano sellini casuali e intere esistenze trascorrono nell’alternativa tra il vuoto pneumatico e la sofferenza bestiale, cosa ha da dire il cristianesimo? È «tutta una pagliacciata» come mi ha detto il sofferente Maurizio, mio amico d’infanzia, o c’è qualcosa di nuovo sotto i cieli della dura lotta per la sopravvivenza e il finire in letame?

La lezione del parrucchiere
Ripeto, sono anch’io una foglia che va a infradiciare. Non ho niente da insegnare a nessuno e mai mi permetterei di giudicare le intenzioni, la vita, la fede, la speranza altrui. Però è un fatto che, dalla cima della cristianità alla periferia della secolarizzazione, la scipitezza è diventata la norma implicita di ogni azione suggerita dalla buona fede e dalle migliori intenzioni del cristianesimo. Il cristianesimo “buono”. Cosa vado dicendo? Egli non ci ha forse insegnato a essere buoni fino a dare la vita per gli altri? E vogliamo dimenticare il buon Samaritano? Non sto dicendo questo. Anzi. Sto dicendo che proprio questo, questa bontà impossibile all’uomo, sembra che abbia come sua condizione necessaria il sacrificio, il giudizio, la spada. D’altronde. Egli non ha portato su di sé sacrificio e giudizio e spada?

Quando ero ancora uno sbarbato, da ragazzo di strada della Via Stelvio 53, Milano, allora periferia, imparai qualcosa dal parrucchiere per signore sotto casa mia. Imparai che un bravo parrucchiere non chiede alle sue clienti che tipo di taglio e di pettinatura vuole. Sa lui come fare. «Non sarei un buon parrucchiere altrimenti. E così – diceva il Peppino parrucchiere – perderei la clientela. Perché è chiaro che a un certo punto la signora penserà: “Ma che razza di parrucchiere è questo qui che mi dà sempre ragione e non ha mai una sua idea di quale taglio e messinpiega fare?!”».

È come andare in chiesa a sentire le prediche di un prete che ti dà sempre ragione. Cosa ci vado a fare se le cose che sento in chiesa sono quelle che già penso io e, d’accordo, bravo Gesù che è stato molto buono a scendere sulla terra eccetera? Andrei ancora in chiesa se trovassi un prete che ha autorità, che mi contesta. Ecco perché non c’è niente da fare: se non si contesta, se non si va contro, se non ci si oppone alla corrente “fluida” del pensiero dominante e si crede che lasciarsi andare alla pace della fluidità correntizia è la condizione per dialogare con gli altri, magari si sarà indicati come brava gente e cristiani perbene, gente buona. Ma buona da calpestare e buttare via.

Foto Ansa

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