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Continua la battaglia tra Amelio e Müller. «Siamo una categoria più rissosa dei tassisti»

maggio 8, 2012 Paola D'Antuono

Il Festival di Roma entra in collisione con le manifestazioni di Torino e Firenze. Il presidente dell’associazione dei festival cinematografici Giorgio Gosetti: «La bagarre rischia di danneggiare l’intero settore».

Da mesi ormai si parla di una guerra fratricida tra il Festival di Roma e il Festival di Torino. Gianni Amelio contro Marco Müller. L’oggetto del contendere è il mese di novembre, storicamente ricco di appuntamenti cinematografici e che da anni vede il festival all’ombra della Mole Antonelliana e lo storico Festival dei Popoli di Firenze tenersi a debita distanza per evitare sovrapposizioni dannose per tutti. Una questione di cavalleria che quest’anno, però, ha dovuto fare i conti con un inaspettato convitato di pietra, il Festival di Roma. La manifestazione della capitale, inizialmente prevista dal 27 ottobre al 4 novembre, ha cambiato le carte in tavola poche settimane fa, annunciando le nuove date, palesemente in conflitto con Torino e Firenze. La bagarre va avanti da tempo sui giornali che ospitano gli interventi del patron torinese Gianni Amelio, giustamente stizzito, ma è notizia di pochi giorni fa che il sindaco di Torino, Piero Fassino, abbia chiesto l’intervento del Ministero dei Beni Culturali per tentare una mediazione che possa garantire la convivenza pacifica e non sovrapposta dei tre festival. Dopo un silenzio rispettoso, però, lunedì scorso attraverso un comunicato stampa, si è pronunciata la Afic, l’associazione dei festival cinematografici italiani, a cui aderiscono sia il Festival di Torino che quello di Firenze. «Come associazione non possiamo che avere un’assoluta neutralità e rispetto delle singole parti e abbiamo mantenuto sinora un profilo basso – ci spiega il presidente, Giorgio Gosetti – Anche se due membri dell’Afic, il Festival dei Popoli e il Festival di Torino, sono chiaramente danneggiati dal cambio data del Festival di Roma (cambio peraltro confermato dalla riunione dei soci del Festival di Roma tenutasi ieri, nrd). Non c’è a nostro parere nessun vantaggio né a creare delle guerre di religione  – in una situazione come quella italiana – né a delegare al ministro dei Beni Culturali una decisione che gli operatori del settore dovrebbero essere in grado di prendere autonomamente».

Allora come se ne esce?
Speravamo di risolvere la situazione come abbiamo sempre fatto in passato, quando si sono presentate problematiche simili. In quei casi la buona volontà di tutti ha sempre prevalso. Nel 2006, per esempio, quando il Festival di Roma è nato, la polemica con Torino fu pressoché istantanea, ma alla fine si riuscì a trovare un accordo che garantisse la sopravvivenza di tutti. Le polemiche ci saranno sempre, legate ai film, alla critica, al cartellone, ma il rispetto delle parti non è mai mancato. Chi fa il nostro mestiere è chiamato a una responsabilità e a un principio ovvio, che è quasi inutile ricordare: farsi del male a vicenda significa danneggiarci tutti. E anche dover ricorrere all’intervento di terzi non giova a un comparto come il nostro che subisce tutto il peso della  crisi economica complessiva. Sappiamo tutti che la cultura in questo paese è considerata fanalino di coda, l’elemento sacrificabile prima di tutti. Per questo esporsi a una debolezza del genere mi sembra poco intelligente.

Perché è scettico anche nei confronti dell’intervento del ministro Ornaghi?
Perché so per esperienza che il Ministro competente in realtà non è competente, e non per incapacità ma perché fa un altro mestiere. Spesso non si tiene conto di una serie di “tecnicalità”, mi passi il termine, che chi fa il nostro mestiere conosce. Per esempio il calendario internazionale, la reperibilità delle opere e degli ospiti ecc… Il Festival dei Popoli e il Festival di Torino hanno deciso le loro date l’uno in funzione dell’altro, nonostante abbiano target e tematiche opposte. Io stesso, che dirigo il Courmayeur Noir Festival, sono stato “vittima” di uno slittamento a catena due anni fa, quando il Festival di Torino spostò in avanti il suo calendario per non intaccare il Festival di Roma. Tra professionisti spesso si trovano le soluzioni migliori, adesso corriamo il rischio che a decidere sia la politica e non le competenze.

Per questo l’associazione ha preso posizione?
Siamo una categoria più rissosa di quella dei tassisti. Come Afic non ci siamo divertiti a prendere una posizione pubblica in questa faccenda, ma come associazione di categoria abbiamo delle responsabilità.

Tra gli associati dell’Afic ci sono praticamente tutti i festival italiani, ad eccezione del Festival di Roma.
In realtà manca anche la Mostra di Venezia, anche se sono presenti le sezioni autonome. Nel caso di Venezia, credo che sia una questione di tempi burocratici lentissimi. Quando ero direttore della Festa di Roma ho più volte chiesto l’adesione, che però non è arrivata e da quel momento il meccanismo si è bloccato. Ma nella loro non adesione all’associazione di categoria non c’è una contrarietà. Forse i festival più importanti non hanno nessun interesse a stare insieme ai più piccoli.

Come andrà a finire?
Mi aspetto poco sinceramente, non conoscendo il progetto del Festival di Roma e le ragioni per le quali, a un anno di distanza dalla decisione delle date per il 2012, il direttore designato abbia chiesto lo slittamento. Io non so quali siano i motivi che hanno spinto Marco Müller a cambiare data, probabilmente una serie di ritardi accumulati. In ogni caso ho fiducia nella professionalità del direttore Müller e so che saprà trovare una mediazione. Tutti i festival vorremmo avere le date che ha Mostra di Venezia, le migliori in assoluto, ma nessuno si sognerebbe di accavallarsi con il festival più importante del nostro paese.

Al netto di questa guerra, qual è la situazione dei festival italiani in questo momento?
È come quella del cinema italiano: estremamente faticosa e paradossalmente ricca di fermento di invenzioni, di novità, di voglia di aggiornamento e trasformazione. È come se in questo momento ai festival fosse affidato il compito di surrogare una distribuzione che non è veramente in grado di mostrare una gran parte di opere, sopratutto quelle provenienti dalla distribuzione indipendente. Abbiamo una forte responsabilità, ci sono enormi problemi finanziari ma sono abbastanza ottimista. Anche se mi fa veramente ribollire sapere da un mio collega, che si occupa di festival di cortometraggi – un settore di nicchia, per carità – che il suo principale ente di riferimento pubblico gli ha decurtato il 75 per cento del finanziamento che gli erogava ogni anni. E stiamo parlando di 20mila euro, che sono diventati 3mila. Secondo lei questi 17mila euro guadagnati faranno davvero la differenza nelle casse dell’amministrazione locale?

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