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Con(socio)servatorismo, nuove sul caso Alpi e l’Espresso del futuro

luglio 14, 1999 Tempi

La settimana

Sindacati confederati e conservatori Con un’intervista al quotidiano La Repubblica, martedì scorso (29 giugno) il segretario della Cgil Sergio Cofferati è intervenuto nel dibattito sulle pensioni: “Il governo in questi giorni ha ipotizzato strategie politiche che non condivido, e che minano alla radice il consenso e la coesione sociale. (…) I moniti e le minacce non appartengono al mio linguaggio. Ma i governi non possono fare a meno di noi. Senza il sindacato in questo paese, non si costruisce niente”.

Come osservavamo da queste colonne settimana scorsa, sulle pensioni si consumerà lo scontro tra le forze più dinamiche e progressiste del paese e quelle impegnate a difendere e conservare privilegi consolidati. Angelo Pane-bianco in un interessante editoriale di domenica scorsa sottolineava come il ruolo dei sindacati, legati a realtà, mondo del lavoro e sociale diversi, si sta esaurendo. La struttura però resiste ancora e difende con i denti il suo apparato che, per sventura di D’Alema, conta centinaia di migliaia di tessere, in gran parte tra i compagni diessini. Ecco perché anche per D’Alema vale la regola che già fu fatale a Berlusconi: chi tocca le pensioni muore. Così mercoledì (30 giugno) dalle colonne del “Corriere della Sera” D’Alema frenava sulla manovra: “Non abbiamo bisogno di lacrime e sangue. Non ho mai proposto una riforma del sistema previdenziale”. E lo stesso giorno era il vicepresidente del Consiglio Sergio Mattarella ad andare in avanscoperta: “Non esistono le ragioni per uno stravolgimento dell’impostazione assicurata dall’ultima riforma delle pensioni. La riforma Dini, infatti, sta conseguendo i risultati di controllo della spesa previdenziale che le erano stati assegnati”. La sconfitta elettorale, forse, ha anche consigliato prudenza nella speranza di ritrovare, con la vecchia strada, anche i vecchi voti. Ma non è stata la politica diessina a cambiare troppo repentinamente, semmai è l’elettorato a esser cambiato e a non riconoscersi più nei suoi centri di potere. Quella tra società progressista e conservatrice, perciò, è lo scontro per la sopravvivenza stessa di questa maggioranza e della sinistra italiana. Questo D’Alema e compagni non sembrano averlo ancora capito.

Dpef e manovra finanziaria Mercoledì scorso (30 giugno) il governo ha approvato la bozza del Documento di programmazione economico-finanziaria. Per il 2000 il documento prevede una finanziaria da 15mila miliardi: 11.500 per centrare l’obiettivo europeo dell’1,5% tra deficit e Pil e 3.500 per sostenere lo sviluppo economico. Rimandata a settembre la discussione sulla spesa previdenziale (dalla quale il governo spera di recuperare 3mila miliardi), non si prevedono tagli diretti alla sanità, ma un tetto alla spesa delle regioni che, quindi, per ripianare i costi potranno aumentare i ticket per le prestazioni sanitarie. Sarebbero previsti sgravi per le famiglie numerose e una riduzione dell’aliquota Irpef dal 27 al 26%. Oltre a iniziative a favore del part-time e dell’apprendistato, a incentivi per ammodernamenti aziendali e alla privatizzazione di una parte dell’Enel si prevede anche un inasprimento della “carbon tax” che porterebbe a un ulteriore aumento della benzina (+36 lire per la verde, +10 per la super).

Il minimo indispensabile per rispettare gli accordi europei e, se non accontentare, almeno non scontentare nessuno. Come titolava giovedì scorso Il Sole-24 Ore, “Un Dpef senza riforme” giudizio condiviso da tutti gli osservatori e dalla maggior parte delle forze politiche: rimangono irrisolti tutti i nodi strutturali che gravano sulla spesa pubblica e zavorrano l’asfittica crescita economica. In proposito il governo prevede una crescita dell’1,3%, ma intanto, secondo i dati Istat, nel primo trimestre dell’anno il Pil è cresciuto dello 0,2%, lo 0,9% su base annua. A fronte di questa situazione, si registra l’immancabile aumento della benzina per il quale basta il commento dell’Avvocato Agnelli: “È dal ’35, dalla guerra d’Abissinia, che lo Stato si finanzia così. Ricordo quella canzone: “Faccetta nera, bell’abissina, ci hai fatto andare a 3 e 90 la benzina…””. E dal 1 luglio le sigarette costano 100 lire in più. E poi si interrogano da dove nasca la crisi delle “forze progressiste”…

Nuove rivelazioni sul caso Alpi Secondo le nuove perizie condotte da Pietro Benedetti e Carlo Torre e presentate al processo contro il somalo Omar Hashi Hassan, la giornalista italiana Ilaria Alpi, assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994, non sarebbe stata uccisa da un colpo di pistola sparato a bruciapelo, bensì sarebbe stata colpita da distanza “non breve”. Le nuove perizie, perciò, smentirebbero l’ipotesi dell’“esecuzione” compiuta con un colpo alla testa. Intanto, settimana scorsa, “Famiglia Cristiana” (n° 26 del 4 luglio 1999) pubblicava un’intervista a Omar Said Mugne, amministratore della flotta di pescherecci Shifco indagato dalla procura di Roma e dalla Digos per l’omicidio della Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin. Mugne porta le prove della propria estraneità ai fatti mostrando i visti che provano che all’epoca dei fatti non era nemmeno in Somalia, ma nella Repubblica di Gibuti, a 2mila chilometri di distanza.

Lentamente, ma inesorabilmente, sembra crollare anche il fortino, che pareva inespugnabile, della verità incontestabile, quella che vorrebbe la Alpi vittima dell’ennesima cospirazione di Stato, di un misterioso traffico di armi per il quale non ci sono prove, ma molti certissimi assertori. Nonostante le pressioni cui sono stati sottoposti tutti coloro (anche qualche giornalista di Tempi, per quanto scritto nelle settimane scorse) che hanno osato mettere in dubbio la verità unica che trova la sua più compiuta esposizione nel libro-vangelo, “L’esecuzione” appunto, del giornalista del Tg3 Maurizio Torrealta, infine anche Famiglia Cristiana (testata non sospetta visto che fino ad oggi aveva pienamente sottoscritto la tesi dell’esecuzione ad opera dei trafficanti di armi) ripercorre lo stesso cammino compiuto da Tempi (n° 22, 10/16 giugno e n°23, 17/23 giugno) pubblicando, oltre all’intervista a Mugne, anche la versione dei marinai della Shifco che svelano alcune della falsificazioni compiute in questi anni. In questa storia, infatti, non c’è in gioco solo la verità sulla morte di una giovane e brava giornalista, ma anche i diritti di chi, italiani e somali, sull’attività di pesca della Shifco viveva e si è visto, d’un tratto e grazie a una forsennata campagna giornalistica, diffamato e privato del lavoro.

La lezione di Veltroni Venerdì scorso (2 luglio) il “Corriere della Sera” titolava a pagina 4: “Veltroni processa il suo partito. Siamo gracili, cinici, spesso boriosi”.

Una volta erano i partiti a processare il segretario dopo le sconfitte. Ma quella era la prima repubblica dominata dal partitismo, così oggi è l’ineffabile Veltroni a processare il suo partito dopo la pesantissima sconfitta elettorale. E rimprovera: “Tra le ragioni di questo risultato c’è lo stato di un partito che a livello locale assomiglia molto a quei partiti che noi abbiamo combattuto, fatto di intrighi, componenti, lotte. Un partito così, cosa volete che comunichi se non distanza?”. Si tratta di avvicinare le belle terrazze romane alle sezioni emiliane del partito? Consiglieremmo a Veltroni di distribuire con “L’Unità” una bella videocassetta con la registrazione dei più raffinati salotti del momento. Protagonisti: lui medesimo, Enzo Siciliano, Giovanna Melandri, Alessandro Baricco, Umberto Eco, Gianni Vattimo e, che so, Renzo Arbore e Francesco De Gregori. Troppo berlusconiano? La regia la faccia curare da Tinto Brass…

Anselmi all’Espresso: fine dell’agenzia Rinaldi Da mercoledì 14 luglio, Giulio Anselmi sarà il nuovo direttore del settimanale “L’Espresso”. Anselmi, attuale direttore dell’agenzia Ansa, già direttore del “Mondo”, del “Messaggero di Roma” e condirettore del “Corriere della Sera”, sostituisce, dopo otto anni, Claudio Rinaldi che lascerebbe per motivi di salute.

Per la prima volta nella storia del settimanale di via Po non sarà un interno a succedere alla direzione della testata. Un chiaro segno di discontinuità dettato da un’esigenza di riposizionamento che trova nel calo delle vendite (il distacco dal concorrente Panorama è ormai fisso a 120-140mila copie) solo una delle sue ragioni. Le battaglie di schieramento condotte in questi ultimi anni dall’Espresso si sono risolte tanto in politica – faziose al punto da ridurlo a una sorta di settimanale di partito – quanto in campo economico – in particolare gli attacchi selvaggi a Mediobanca – in un totale fallimento e ne hanno minato la tradizionale “autorevolezza”. La nomina di Anselmi, formatosi tra l‘altro a Panorama, ha proprio il senso della ricerca di una nuova credibilità, al cospetto di un panorama politico e, soprattutto, di un potere economico-finanziario rivoluzionato con il quale bisogna necessariamente confrontarsi e rispetto al quale il vecchio settimanale da sinistra barricadera mostra la corda. Del resto, si sa, i giornali devono fare anche i conti con la pubblicità.

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