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Condanne preventive e manette facili nello Stato fuorilegge

febbraio 22, 2013 Chiara Rizzo

Un libro della radicale Annalisa Chirico raccoglie casi più o meno noti per documentare che il 43 per cento dei detenuti dietro le sbarre non solo è in attesa di giudizio, ma spesso risulta innocente

Il procuratore generale di Torino Marcello Maddalena e il sindaco torinese Pd Piero Fassino a Torino. Il penalista e sindaco di Milano Giuliano Pisapia e l’economista statunitense Edward Luttwak ne parleranno a Milano il 28 febbraio (ore 18.30, Urban Center di Milano, Galleria Vittorio Emanuele): quattro personaggi che si confrontano in questi giorni sul tema della carcerazione preventiva, che in Italia nel 2012 ha portato dietro le sbarre 25.777 imputati (200 persone in più di quelle che c’erano in piena Tangentopoli, nel 1992). Maddalena e Fassino lo scorso lunedì hanno partecipato a Torino alla presentazione del libro Condannati preventivi. Le manette facili di uno stato fuorilegge (Rubbettino), scritto da Annalisa Chirico, giovane giornalista e militante radicale. «Siamo uno stato dove la giustizia sembra impazzita» racconta a tempi.it l’autrice del pamphlet.

Perché “le manette facili di uno stato fuorilegge”?
Perché siamo un paese fuorilegge: le condizioni delle nostre carceri sono deplorate da sentenze internazionali. Abbiamo 65 mila detenuti, in celle ritenute illegali di meno di 3 metri quadrati a persona. Nelle nostre carceri in media ogni sei giorni un detenuto si suicida. Così viene violata la Costituzione, che prevede la funzione rieducativa della pena. Invece i dati sulla recidiva ci dicono che chi sconta la pena in carcere torna a delinquere nel 70 per cento dei casi. Le manette facili dei casi che racconto non sono riferite alle condanne definitive, bensì alla carcerazione preventiva, di cui c’è un uso disinvolto e spregiudicato.

Ci anticipi qualche caso.
La carcerazione preventiva in Italia può durare sino a 6 anni e viene comminata con nonchalance per giustificare la permanenza in prigione prima di una condanna. La prima storia che mi ha colpita è quella di Alfonso Papa, poi c’è il caso di Adriana, una badante rumena accusata di avere ucciso un’anziana ad Albano Laziale. Solo dopo 5 anni di carcere preventivo, una perizia medica ha dimostrato che l’anziana era morta di infarto, non per le percosse di Adriana. C’è anche la storia di Elizabeth, donna colombiana accusata di traffico internazionale, che ha subìto un processo durato dieci anni, di cui quattro passati in carcere, per poi essere assolta con formula piena. Emblematico il caso di Salvatore Ferraro, condannato per favoreggiamento nell’omicidio di Marta Russo. Lo stesso giorno in cui è stata emessa la sentenza definitiva, Ferraro è uscito dal carcere: aveva già scontato tutta la pena in carcerazione preventiva.

Ci sono dei casi che l’hanno colpita di recente?
Il carcere preventivo è diventato anticipazione della pena, oltre che un mezzo per estorcere confessioni. Come nel caso di Antonio Simone: tenere persone in carcere per tempi lunghi, in condizioni frustranti dal punto di vista psicologico e prostranti da quello fisico, in celle piccolissime, serve proprio a farle parlare. È un po’ come durante Tangentopoli: ma ancora oggi le misure cautelari vengono rimosse puntualmente quando il detenuto indagato parla. Lele Mora è uscito dal carcere quando ha rinunciato al ricorso in Cassazione contro la sentenza di patteggiamento: all’improvviso gli è stata concessa la libertà. Tutti conosciamo il caso Avetrana (l’omicidio di Sarah Scazzi): Sabrina e Cosima Misseri sono in carcere da oltre due anni, con un processo in corso, mentre il reo confesso Michele Misseri è a piede libero. Ma chi tra i lettori sa che per due volte la Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza di carcerazione preventiva per Sabrina e Cosima perché mancano non solo le esigenze cautelari, ma pure il presupposto di gravi indizi di colpevolezza? Così sembra che le persone vengano sequestrate. Anche il caso di Amanda Knox è esemplare. Negli Stati Uniti si pensava che fosse già stata condannata, quando è arrivata la notizia dell’assoluzione nessuno capiva più nulla: perché per loro è inconcepibile che una persona stia 1450 giorni in carcere prima di una sentenza. E poi ci sono gli errori, come nel caso Cellino.

Cioè?
Oltre al presidente del Cagliari, sono stati arrestati anche l’assessore ai lavori pubblici del comune di Quarto, Stefano Lilliu, e un ingegnere, Fabio Lilliu. Il Gip di Cagliari Giampaolo Casula nell’ordinanza con cui ha mandato in carcere Cellino, Contini e Stefano Lilliu, scrive: “Il fratello dell’assessore, l’ingegner Fabio Lilliu, lavora alle dipendenze di Cellino per la realizzazione del centro sportivo di Elmas”. Non è assolutamente vero che siano fratelli, è un falso storico. Ma tant’è, nessuno dice nulla.

Come è andata la presentazione del libro a Torino?
Piero Fassino ha definito tortura il carcere preventivo e ha ricordato che da sempre condivide la battaglia per limitarlo nelle forme, nei tempi e nei reati per cui comminarlo. Marcello Maddalena, invece, ha detto che dai magistrati non si può pretendere infallibilità. Ho risposto che non chiediamo infallibilità, ma responsabilità: tra i nodi irrisolti della giustizia ci sono anche quelli della responsabilità civile dei magistrati e della separazione delle carriere. Noi chiediamo anche che chi sbaglia tra i magistrati, paghi.

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2 Commenti

  1. Mules scrive:

    ANCHE I GIUDICI DEVONO PA-GA-RE!!!!!!! COME TUTTI NOI, PA-GA-RE!!!!!!!
    Invece cosa fanno? Vanno a fare i “politici” ma vaff……!!! (visto che va di moda..).
    PA-GA-RE!!!!!!!

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