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Conclave, l’elezione rocambolesca di Urbano VI e la caparbietà dello Spirito

marzo 10, 2013 Mario Prignano

Mario Prignano (Tg1) racconta la scalmanata assemblea che nel Trecento portò all’elezione del suo avo Bartolomeo Prignano.

Retroscena, analisi dotte, “rivelazioni”, dossier sempre, immancabilmente “scottanti” e soprattutto tantissimi consigli su come dovrà essere il nuovo papa, in cosa e perché dovrà distinguersi da quello che ha appena rinunciato, se davvero vorrà “salvare” la Chiesa “devastata dagli scandali”.

La decisione di Benedetto XVI e l’imminente conclave non si può dire che non stiano attirando l’attenzione della stampa. Eppure nessuno (o quasi) tra i più eminenti commentatori sembra essersi accorto finora di quanto la realtà della Chiesa sia “altra” rispetto a quella di un qualunque Stato sovrano che sta per eleggere il suo vertice, con i suoi grandi elettori, i riti e le inevitabili trattative sopra o sottobanco. Nessuno ha rilevato quella sensazione di altissima vertigine che prende quando ci si accosti alle vicende della Chiesa nella sua dimensione di realtà unica e bimillenaria, portatrice di un messaggio di salvezza che travalica i confini della Storia (figuriamoci i retroscena di un giornale) eppure affidato alle mani di uomini calati nelle loro storie quotidiane, imperfette come quelle di chiunque. Ecco. Per i credenti, il conclave è il momento in cui la Storia (la Storia della salvezza, e lo Spirito Santo che la anima) incontra le storie degli uomini e, misteriosamente, le illumina. Misteriosamente, cioè senza nascondere paure, debolezze, piccoli sotterfugi. Basta scorrere le cronache di una qualunque elezione pontificia per rendersene conto. Quella del 1378, tra innumerevoli altre, ha molto da insegnare.

La scena si svolge nel palazzo apostolico. Appena sedici cardinali, quasi tutti francesi, e un problema enorme: evitare di essere fatti a pezzi dai romani, contrari a qualunque papa che non sia “romano o almanco italiano”. Mentre i più scalmanati già prendono a colpi d’ascia le porte del conclave (e vengono in mente certe pressioni della stampa oggi…) in alcuni all’interno balena l’idea: fingiamo di avere eletto l’unico romano tra noi e diamolo in pasto ai suoi concittadini. La messinscena sacrilega funziona solo perché il poveretto è vecchio, pieno di acciacchi e del tutto incapace di opporsi. Ma non dura. Il giorno dopo i romani riassaltano il palazzo più inviperiti di prima. La scelta dei cardinali cade quindi su un semplice arcivescovo, napoletano di nascita, che decide di chiamarsi Urbano VI. Soddisfatto il popolino, però, i porporati si accorgono di avere fatto male i conti su tutto il resto: tra i piedi si ritrovano un papa per nulla acquiescente, a tal punto diverso da come l’hanno immaginato, da sentirsi in diritto di deporlo ed eleggerne un altro. Dove sia finito lo Spirito Santo e chi sia il vero Vicario di Cristo nessuno sa dirlo. Tranne una donnicciola appena trentenne, analfabeta, figlia di un tintore. Costei osa l’inosabile: apostrofa i cardinali «matti», perché con l’elezione di Urbano hanno dato al mondo la «verità» mentre per se stessi vogliono «gustare la menzogna». Arriva a definirli «adoratori del membro del diavolo», convinta com’è che lo Spirito Santo soffia dove vuole, perfino quando sembra costretto nelle circostanze di un conclave drammatico e violento come quello che ha eletto Urbano. È santa Caterina da Siena.

Riguardata oggi, in fondo, la sua lezione non pare dissimile da quella che Ratzinger ha consegnato a Peter Seewald nel libro Luce del mondo, laddove osserva che «se dipendesse solo dagli uomini, la Chiesa sarebbe già affondata da un pezzo». Magari il prossimo conclave sarà un’occasione per ricordarlo.

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