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Come se l’eutanasia fosse un Oscar che «aspettiamo da anni»

marzo 17, 2017 Luigi Amicone

«La tristezza non ha bisogno di motivi, può sorgere inattesa in chiunque, perché non siamo noi a darci la vita»

eutanasia

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Se fossero tutti come mio padre che a 86 anni ha una bella statura mentale ed è lucido, ma così lucido, che non sopporta neanche di starsene abbrutito e inchiodato a un letto di Rsa, diciamo così, non molto friendly, e perciò un giorno digiuna e impreca, l’altro vuole morire, il terzo dice «vabbè, mi faccio un segno di croce, porto questa croce», tranne poi ricominciare daccapo il suo triduo pasquale. Se tutti fossero come il mio vecchio Le iene perderebbero il loro pelo da iene e Gramellini diventerebbe un capellone. Il mondo dei Robin Hood, al tempo stesso feroci e compassionevoli, non avrebbe più senso di esistere. E andrebbe fuori corso anche lo stile di impacchettarlo in forme di varia indignazione.

E così, anche il mio compagno di partito non si sognerebbe più di celebrare il gesto suicida di Fabo, chiedere un minuto di silenzio, intervenire in seduta di Consiglio comunale per sollecitare una legge sull’eutanasia (che c’entra poi l’eutanasia con la politica municipale che deve ricoprire le buche delle strade e illuminare le periferie?). Come se una legge sull’eutanasia fosse un Oscar che «gli italiani aspettano da troppi anni». Già, perché se uno soffre e vuole morire, come ci permettiamo noi di “aspettare troppi anni” per finalmente assecondare la sua volontà? Cosa aspetta lo Stato a legiferare per dare alla gente che soffre la libertà di prenotare il suo ultimo weekend a Sharm El Sheik della “buona morte”? E se mia nonna soffre e io la strozzerei con le mie mani pur di non vederla soffrire, perché mai, dato che non posso strozzarla io, non c’è almeno una legge che mi spedisca un boia buono o un buon biglietto sull’Air Cappato, tutto bontà canne, bare e champagne? Perché non lasciamo morire come gli pare e piace le persone che «soffrono inutilmente», così staranno in pace loro, staremo in pace noi e anche l’eredità non starà lì a poltrire senza fare del bene a qualcuno?

Finirà come nella barzelletta del nazista che spara al cane zoppicante perché «io non potere vedere animali soffrire». Passa al commilitone morente e quello fa: «Che c’è? Perché mi guardi con tanta compassione? Mai stato così bene in vita mia!». Insomma, sono belle domande queste sulla sofferenza. Sia essa innocente, disabile o anziana. Però, si capisce. Una cosa sarebbe il brutale ma franco cinismo di uno Stato che, fatti i conti sui troppi sofferenti da mantenere a spese della collettività, non indorasse la pillola. E, anzi, ne prevedesse una al cianuro tra i medicinali inseriti nella lista dei Livelli essenziali di assistenza e col bugiardino pop: «Da ingerire nel caso siano stati esauriti i Punti Vita secondo gli standard di Sostenibilità e Dignità previsti dalla Legge Finanziaria. Avvertenza: prima di consumare, appiccicare il bollino “Exit” sul tesserino sanitario». Un’altra è star qui a contar balle sull’eutanasia per far del bene alla libertà dell’umanità.

Siamo diventati zombie
A bandire qualsiasi legge sull’eutanasia, basterebbe l’osservazione di Hannah Arendt. «La tristezza non ha bisogno di motivi, può sorgere inattesa in chiunque, perché non siamo noi a darci la vita». Altro che casi estremi. Il caso estremo è la vita. L’avremmo potuto sospettare fin da quando ci punse che avevamo magari solo 15 anni. E tutti i santi giorni che, se ci pensiamo, talora ci assale una tristezza senza motivi. L’esperienza di un limite che niente riesce a colmare. Il limite di tutto. Persone e cose. «Perché non siamo noi a darci la vita».

È questa perdita ancestrale che ci ha resi degli zombie di Facebook, aspiranti a una Tesla o credenti in un mondo “lover”, libero da ogni fatica, dolore, sofferenza, dove tutti sono uniti, social, peace&love, miliardari di felicità come i miliardari di Silicon Valley. Ma sai che esperienza l’estensione cerebrale di tutti i sensi? Sai che felicità il massimo della passività? Quanto al “perché?”, acuta domanda posta da Giuliano Ferrara al mondo dei Gates e degli Zuckerberg che da Repubblica al Monde stanno facendo il giro dei giornali del mondo che conta, e che condizionano i governi nazionali, e per fare tutti la stessa identica intervista sul paradiso “lover” che verrà quando tutti i governi saranno al servizio dei prodotti degli eroi di Cupertino, la risposta ce l’ho. Perché? Perché non è mai stato così vero come oggi che, come diceva Gekko in Wall Street dell’anno 1987 e come ho sentito dire da due giovani preti cinesi incontrati di recente a Roma, quello in cui viviamo è, in fin dei conti, il solito vecchio mondo del potere dei soldi. Sia pure aggiornato da strumenti ed eroi che sembrano capaci di rimuovere ogni tristezza e scrivere “wow!” e “love!” sul dna dell’umanità. In fin dei conti, «quello che merita fare merita farlo per i soldi. Ci sono solo i soldi, il resto è conversazione. E se vuoi un amico comprati un cane». Perciò, come diceva Steinbeck e mi piace di Trump, in doubious battle.

Foto Ansa

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