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Come si fa a salvare l’Ilva senza la collaborazione della procura di Taranto?

dicembre 6, 2014 Luigi Amicone

Siamo stati facili profeti quando abbiamo ricostruito le pazzesche vicende di questo tipico caso di “catastrofe italiana” indotta per via giudiziaria. Eppure una via di uscita che non sia il fallimento o la statalizzazione si può ancora trovare

Bastano due numeri a fotografare lo spartiacque tra cos’era prima della “cura” a cui è stata sottoposta dalla procura di Taranto e cos’è oggi, dopo tre anni di inchieste, arresti, sequestri, blitz della polizia giudiziaria, la più grande acciaieria d’Europa: da una media di utili annua che sfiorava i 100 milioni, Ilva è passata a perdite secche di 1 miliardo l’anno. Siamo stati facili profeti quando ricostruimmo le pazzesche vicende di questo tipico caso di “catastrofe italiana” indotta per via giudiziaria (vedi questo articolo). Adesso, dopo che l’azienda è stata commissariata (e naturalmente indagato anche il commissario governativo Enrico Bondi, sostituito nel giugno scorso con Piero Gnudi dal governo Renzi) la fotografia è la seguente: permanendo il sequestro giudiziario su due terzi dello stabilimento, le banche hanno staccato un assegno di 125 milioni come seconda rata di un prestito che servirà a pagare stipendi di dicembre e tredicesime agli 11 mila dipendenti.

Dopo di che, buio completo. Non si sa come verranno pagati gli stipendi a partire dal prossimo gennaio. E soprattutto non si sa chi salderà i circa 400 milioni di debiti scaduti con i fornitori. Non bastasse, quale investitore straniero può essere così matto da prendersi sul gobbo un’azienda condannata a intervenire con bonifiche ambientali per 1,8 miliardi di euro (pena il mancato dissequestro degli impianti) e sul cui capo pendono richieste di risarcimento danni per 35 miliardi? Essendo un caso tragico di zelo giudiziario, il genio della giustizia italiana si è inventato di tutto. Perfino il prelievo forzoso (e l’uso per ricapitalizzare l’acciaieria commissariata dallo Stato) degli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva (tutt’ora, almeno per il diritto nazionale e internazionale, proprietari al 90 per cento delle acciaierie) nell’ambito di un’inchiesta milanese che li accusa di truffa ai danni dello Stato. Le banche e gli otto trust a cui i Riva hanno affidato il loro “tesoretto” (oltre che un ricorso pendente in Cassazione), hanno fatto sapere che, mancando una sentenza definitiva sulla partita giudiziaria (che nulla ha a che vedere con il caso Ilva) non se ne parla nemmeno di utilizzare quei soldi. Di qui l’impasse che lascia presagire il peggio.

ilva-tempi-copertinaLa via d’uscita si trova
Ad oggi sono solo chiacchiere le notizie che circolano di aziende italiane ed estere che sarebbero disposte a entrare nell’“affare” Ilva. Corre ad esempio la leggenda secondo cui il più grande gruppo europeo dell’acciaio (gli anglo-indiani di Arcelor-Mittal, alleati con Marcegaglia) avrebbe presentato un’offerta. E si racconta che anche il lombardo Arvedi sarebbe disposto a entrare nella cordata. In realtà, vere e proprie offerte per l’Ilva non ce ne sono. Per questo si è dato inizialmente spago alla voce di un intervento dello Stato che consentisse di sfruttare anche per le acciaierie tarantine la legge Marzano. Uno schema che in pratica prevederebbe il fallimento pilotato dell’Ilva e la sua cessione. Ma è difficile immaginare un percorso per cui, prima si fa fallire un’azienda per via giudiziaria. Poi la si sottrae con un commissario governativo (esproprio) ai suoi legittimi proprietari. Infine il governo la rivende al migliore offerente.

Ora, sebbene alla Fiom non dispiaccia questa via (tant’è che a Repubblica Landini dice «no, assolutamente no» a un piano di salvataggio dell’Ilva che coinvolga anche gli attuali proprietari), Renzi ha capito in fretta che non può essere questa la strada di un paese che sta in Europa e che vorrebbe ricominciare ad attrarre gli investitori stranieri piuttosto che gli avvoltoi.

Dunque? «Dunque stiamo a vedere», dicono a Federacciai. «Renzi è intelligente. Capisce bene che l’Ilva non può fallire e non può mettere per strada 11 mila operai, più un centinaio di imprese che lavorano nell’indotto. Se lo Stato fa la sua parte e i Riva, come hanno fatto sapere, faranno la loro, una via d’uscita si trova». E magari una via d’uscita modello Alitalia. Con un bad company che si accolla le passività e la giungla di pendenze giudiziarie. E una new company che riparte grazie a un mix di ricapitalizzazione privata (banche, Riva, Arvedi, Arcelor-Mittal-Marcegaglia) e intervento statale (Cassa depositi e prestiti, attraverso il Fondo strategico).

Certo, la condizione perché si possa ipotizzare una via d’uscita al disastro, è che la procura di Taranto molli la presa sui sequestri e consenta all’azienda di tornare sul mercato producendo e vendendo acciaio e non avvisi di garanzia. A questo proposito, conversando in pubblico con il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, si era da parte nostra avanzata la modesta proposta di dare al Pil italiano la possibilità di schizzare all’in su di un paio di punti grazie alla messa in mora (ad esempio con un anno sabbatico) di quei pubblici ministeri che, come ci ha detto l’ex capo procuratore di Napoli Lepore, fanno danni perché «si credono dei padreterni» (leggi l’intervista integrale). Quando funzionava a pieno regime l’Ilva valeva il 75 per cento del Pil tarantino e l’1 di quello italiano. Se invece di continuare a tenere sotto sequestro due terzi dello stabilimento la procura di Taranto si mostrasse meno intransigente, forse una via d’uscita per l’Ilva si troverebbe.

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21 Commenti

  1. Vittorio scrive:

    Ecco: la Magistratura ha compiuto un’azione bieca nell’attaccare la più grande acciaieria d’Europa, che ha sempre rispettato le leggi, l’ambiente e il territorio del quale è ospite. Tipico caso di “catastrofe italiana” indotta per via giudiziaria. Se questo articolo fosse ironico direbbe il vero!

    • Luigi amicone scrive:

      Da striscia la notizia alla Gabanelli vi siete gia’ fatti una cultura ironica. Infatti a furia di denunce siamo a BBB- paese spazzatura. Open the mind. Le tangenziali di Milano sono intasate circa 16 ore su 24 e inquinano il doppio del l’Ilva. Pero” nessuno si sogna di chiudere le tangenziali e fondare una societa su associazioni delle vittime. D,altronde, perche’ in 40 anni di Italsider (cioe’ l’Ilva di Stato) non hanno mai fatto il casino che hanno fatto in questi ultimi 3 anni? Perche nun chiagnevano con lo Stato e chiagnono con il privato? Perche’ Italsider inquinava meno dell’ilva? Ovviamente no. Ma sullo Stato si fotteva che era una meraviglia. Adesso non rimane nemmeno l’osso. Taranto si ribelli alla cupola o Taranto è’ morta.

      • Giava scrive:

        Ma veramente, dott. Amicone, da grande intellettuale CLlino, non riesce a darsi una risposta alle domande che pone? O sono ironiche?

  2. Vittorio scrive:

    Gentile Amicone, può anche darsi che la tangenziale di Milano inquini più dell’ILVA (ho dei dubbi, ma non ho riscontri e ritengo che Lei da giornalista asserisca questo avendo consultato fonti attendibili e quindi prendo per buona la sua affermazione). Però Linfen, in Cina, è ancora più inquinata della tangenziale di Milano e di qualunque altro posto del mondo. Che facciamo? Ci adeguiamo? Questo è un assioma per nulla condivisibile.
    L’Italsider inquinava come l’ILVA e se “nun chiagnevano” è perchè i tempi erano diversi e se qualcuno “fotteva”, come dice Lei, non erano certo gli operai o i cittadini di Taranto. Si informi meglio: è da almeno trent’anni che la magistratura si interessa all’argomento. Cerchi pure l’elenco delle sentenze.
    Se l’Italia è un paese BBB- la responsabilità deriva dalla politica asservita ad una imprenditoria, per essere gentili ed educati, poco “etica”.
    Mi sembra proprio che Taranto, finalmente, si stia ribellando alla cupola…

  3. roberto scrive:

    Si intanto ci sono 11000 dipendenti a rischio + famigliari + indotto cosa facciamo li mandiamo a casa
    vostra o dal magistrato?
    Parlate del nulla .

    • Vittorio scrive:

      Roberto, parliamo dei fatti. Si informi meglio e argomenti con i dati. Ci sono comitati di lavoratori che lottano per l’ ambiente. Ha idea di quanti di quegli 11.000 si ammaleranno di cancro?

    • gio scrive:

      e il territorio attorno alla fabbriba?parliamo di migliaia di persone esposte a sostanze cancerogene 24 su 24 qui a Taranto,sostanze che possono anche determinare patologie trasmissibili al feto.

  4. roberto scrive:

    No, fate solo chiacchere, sapete quanti ne muoiono a Milano o in Italia per il cancro?
    Le accierie c’erano prima le case intorno ce le hanno costruite dopo.
    di chi la colpa?

  5. Vittorio scrive:

    Roberto, si informi e non scriva inesattezze se non conosce l’argomento. Quella acciaieria è stata costruita alle porte della città ed il suo raddoppio è in relativamente più recente. Taranto di esiste da sempre. Studi inoltre le risultanze delle statistiche epidemiologiche. Questi sono i fatti, il resto sono solo parole.

  6. Roberto scrive:

    Taranto c’era già prima.
    Le acciaierie si sono espanse nella periferia.
    Il quartiere è stato costruito in contemporanea
    ma allora non inquinava ?Non c’erano le polveri?

    • Vittorio scrive:

      Certo. E ci sono anche condanne precedenti. Del resto una azienda che vuole stare sul mercato non può farlo in quelle condizioni. Tuttavia la consapevolezza dei cittadini si evolve e la richiesta di una qualità della vita quantomeno accettabile nel 2014 mi pare legittima

  7. Roberto scrive:

    Perfettamente d’occordo ma invece di chiuderla si puo’ fare lavoro e messa in sicurezza ambientale
    come hanno fatto i tedeschi. O no?
    Altrimenti sarà una nuova Bagnoli dove tutto è diventato marcio.
    E per risanare ci vogliono fior di migliardi.

  8. Vittorio scrive:

    Il ragionamento non fa una piega. Ma al momento nonostante una serie di interventi legislativi ad hoc poco si è mosso. Domanda: ad un imprenditore conviene spendere miliardi per tentare di risanare una massa di ferri vecchie o andare a produrre nei paesi far west dove può impunemente sfruttare persone e territorio? O come al solito deve pagare lo stato e i profitti devono andare ai privati?

    • giuliano scrive:

      non c’è una perizia, una, che scientificamente abbia dimostrato che i tumori della città siano collegabili all’acciaieria. Ha ragione il direttore quando afferma che inquinano di più le tangenziali di Milano e, quanto a tumori la stessa percentuale di Taranto c’è a Bari a anche a Perugia. La procura di Taranto si è trovata tra le mani dei pezzi di carta (le risultanze delle statistiche epidemiologiche) fatti avere dalla FIOM-CGIL che ha scatenato il putiferio per solo visibilità politica che si stava appannando

    • giuliano scrive:

      quindi un “imprenditore” sfrutta per definizione e lo Stato invece pensa al bene dei cittadini ?? dopo aver rovinato una intera economia creata da decenni di lavoro degli imprenditori, dopo aver strozzato con tasse e leggi assurde qualsivoglia attività, ecco che si avanzano questi epigoni del socialismo reale che, dopo essere contenti della distruzione dei “privati”, farfugliano anche fandonie sui 11.000 tumori che arriveranno a tutti i lavoratori ILVA. Intanto a causa di questi parassiti ambientalisti paghiamo multe salatissime che la UE ci impone per non aver rispettato il piano di smaltimento rifiuti con dei moderni termovalorizzatori, boicottati da quelli come Vittorio

  9. Vittorio scrive:

    Per fortuna esistono quelli come Giuliano allora, che pontificano per amor di parte. Si informi e forse troverà risposta alla sua non conoscenza. Se vuole le passo i dati ufficiali degli studi epidemiologici.

  10. Daniela scrive:

    La magistratura ha fatto il proprio dovere era necessario cominciare a porre un freno ad una emergenza sanitaria in atto a Taranto. Detto questo, mi stupisco di chi riporta ancora come esempi altre città inquinate. Ricordo a tutti che l’inquinamento è una piaga sempre e comunque in ogni dove e che non si tratta di fare una classifica su qui è messo peggio. Il fatto che Milano sia inquinata per altri fattori e che per questo ci sia anche in questa città emergenza sanitaria non fa altro che dimostrare che è veritiera l’emergenza sanitaria in atto a Taranto e che colpisce specie la fascia di età infantile, oltre a numerosi altri cittadini e operai. Di cosa stiamo parlando? Della gara a chi ha più morti per via dell’inquinamento? Vale a dire poichè a Milano si muore per l’inquinamento a Taranto dovremmo stare muti ed accettare solo per il solito ricatto occupazionale? Chi ha il diritto di dire che la magistratura o i cittadini che denunciano mettono a rischio i posti di lavoro quando sia in passato sia oggi si mettevano e si mettono a rischio vite umane? Politici ed amministratori, nonchè l’intera classe dirigente sono colpevoli perchè hanno lasciato che si perpetrasse un omicidio collettivo e poco importa se l’inquinamento è dovuto ad attività industriali o al traffico cittadino. Non vale in questo caso il detto ‘mal comune mezzo gaudio’ vale bensì il concetto che ognuno deve denunciare ed ottenere giustizia in ogni posto del mondo. Infine chiedo a tutti voi: la vorreste l’Ilva a due passi dal posto in cui abitate?

  11. gio scrive:

    la tangenziale di Milano inquina più dell’ilva di Taranto?
    diceva ai magistrati un dirigente ilva:”a Genova anche con un solo slopping ci avrebbero chiuso la fabbrica!”,a Taranto invece noi cittadini abbiamo la possibilità di filmare e fotografare in abbondanza lo spettacolo dello slopping (il liberarsi in aria dallo stabilimento di enormi-tonnellate-quantità di polvere rossa altamente tossiche che si diffondono nell’aria),siamo davvero privilegiati qui a Taranto

  12. Monica scrive:

    Signor Amicone non so se lei a Taranto c’è mai stato, Ma qui non “se chiagne” più. La cupola che cita mi pare che parli lombardo. Se vuole le regalo un appartamento con vista sulla zona industriale. Rispetto per le forze dell’ordine che hanno condotto le indagini. Si informi bene e faccia un resoconto a 360 gradi della questione. Poi mi mandi i resoconti e le indagini epidemiologiche sul problema tangenziale di Milano o mi citi le fonti delle sue affermazioni. La legge si rispetta

  13. Monica scrive:

    Signor Amicone non so se lei a Taranto c’è mai stato, Ma qui non “se chiagne” più. La cupola che cita mi pare che parli lombardo. Se vuole le regalo un appartamento con vista sulla zona industriale. Rispetto per le forze dell’ordine che hanno condotto le indagini. Si informi bene e faccia un resoconto a 360 gradi della questione. Poi mi mandi i resoconti e le indagini epidemiologiche sul problema tangenziale di Milano o mi citi le fonti delle sue affermazioni. La legge si rispetta.

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