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Come Puigdemont, le imprese abbandonano la Catalogna

ottobre 31, 2017 Rodolfo Casadei

Grandi, piccole e medie imprese esprimono disagio di fronte alle conseguenze di un’indipendenza unilaterale e disfunzionale

Dismissed Catalonian regional President Carles Puigdemont press conference

Dei cittadini dell’Europa dell’Est che nella seconda metà del secolo scorso fuggivano dai loro paesi e chiedevano asilo nell’Europa occidentale o negli Stati Uniti, si diceva non potendo votare contro il comunismo con le schede elettorali votavano coi loro piedi. La stessa cosa si può dire oggi delle imprese industriali con sede in Catalogna. Chi si domandasse se siano favorevoli o no all’indipendenza della regione, non avrebbe che da fare attenzione ad un semplice dato: già 1.700 di esse, pari al 30 per cento di tutto il Pil catalano, hanno spostato la loro sede sociale fuori dalla regione. E altre ancora si apprestano a farlo. Ad aprire la via sono state due delle tre banche catalane più importanti, subito dopo il voto del 1° ottobre, CaixaBank e Banco Sabadell, che si sono trasferite rispettivamente a Valencia e ad Alicante. Le hanno seguite imprese importanti come Gas Natural Fenosa, multinazionale dell’energia (quarto operatore mondiale per il gpl) che ha un attivo di 45 miliardi di euro, Freixenet, la grande produttrice di cava, lo spumante catalano, Service Point (riproduzioni fotografiche, elettroniche, a inchiostro, ecc.), Dogi (tessile), Ballenoil (stazioni di servizio carburante), Arquia Banca (altro istituto di credito), Abertis (società che gestisce autostrade in tutta Europa, Italia inclusa), ecc. In sostanza sei delle sette imprese con sede in Catalogna che fanno parte dell’equivalente spagnolo del Mib 30 della Borsa italiana (l’Ibex 35, che come dice il nome contiene cinque imprese in più del suo analogo italiano) hanno lasciato ufficialmente la regione.

Tutte queste ditte hanno trasferito la loro sede sociale a Madrid o hanno trasformato la sede locale che avevano nella capitale in sede legale e principale. «Non si tratta di un ricatto politico ma di una necessità per non interrompere la nostra attività», afferma per esempio Carlos Buesa dirigente di Orizon, impresa di biotecnologia. «Noi facciamo validare i nostri prodotti nel quadro di test clinici conformi alle norme dell’Agenzia europea del farmaco. Non possiamo permetterci di operare in una sorta di vuoto giuridico entro il quale i test potrebbero essere invalidati per ragioni normative».

Per ora le imprese stanno trasferendo la sede sociale, non le attività produttive. Per alcune del resto sarebbe impossibile: Freixenet, re dello spumante catalano con una cifra d’affari di 540 milioni di euro non ha nessuna intenzione di sradicare le sue vigne e trasferirle altrove, perdendo la denominazione di origine controllata. Il problema riguarda il suo export: «L’indipendenza della Catalogna comporterebbe di fatto l’uscita dall’Unione Europea. Sarebbe una catastrofe, per noi che realizziamo l’80 per cento della nostra cifra d’affari grazie all’export. Rispetto le opinioni di tutti, siamo un paese libero. Ma dal punto di vista economico, l’indipendenza non ha nessun senso», afferma José Luis Bonet, presidente di Freixenet e della Camera di commercio di Spagna.

Anche le piccole e medie imprese esprimono disagio di fronte alle conseguenze di un’indipendenza unilaterale e disfunzionale. Pimec, l’organizzazione che rappresenta gran parte delle Pmi catalane, ha rivolto un appello alla Ue perché si offra come mediatrice nella crisi, in quanto le attuali tensioni «compromettono i consumi e gli investimenti» nella regione e nel resto della Spagna.

Le tensioni politiche con Madrid hanno causato anche un altro genere di problema ai marchi catalani: quelli che rimandano in modo esplicito alla Catalogna e ai suoi simboli sono oggetto di un boicottaggio strisciante di fatto da parte di consumatori spagnoli furiosi con le decisioni del governo di Carles Puigdemont. Luis Suárez, proprietario di Kuny, un’azienda produttrice di costumi da bagno di alta gamma, ha rimosso dai suoi loghi destinati al mercato spagnolo la parola “Barcelona”, avendo avuto segnali di reazioni negative da parte dei consumatori.

Alla vigilia e subito dopo il referendum i fautori dell’indipendentismo hanno cercato di rassicurare in tutti i modi gli imprenditori catalani, affermando che le difficoltà della transizione sarebbero durate poco, e che in una Catalogna indipendente e integrata nell’Unione Europea nuovi investimenti infrastrutturali resi possibili dal recupero del residuo fiscale che attualmente prende la strada dell’amministrazione centrale a Madrid avrebbero aumentato la competitività delle industrie catalane di ogni genere. Ora però che lo stesso governatore deposto Carles Puigdemont e parte dei suoi ministri si sono trasferiti all’estero è diventato un po’ più difficile convincere gli imprenditori a restare in Catalogna.

Foto Ansa

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