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Come pregava Flannery O’Connor, la bambina che faceva a pugni con l’angelo custode

marzo 19, 2014 Elena Buia Rutt

Nel suo “A Prayer Journal” chiedeva di non «essere una suora» ma uno «strumento per scrivere la storia di Dio». Non c’è traccia in lei del “male di vivere” degli altri autori del Novecento: intuiva una bellezza fuori di sé che voleva celebrare

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – È recentemente uscito negli Stati Uniti, il Diario di preghiera della grande scrittrice di Savannah, Flannery O’Connor (1925-1964): trentasette pagine, in cui l’autrice, appena ventenne, intrattiene con Dio una conversazione intima, serrata, appassionata, fatta di sfoghi, confessioni, suppliche. Il volume include il facsimile del quadernetto, scovato da William Session, curatore dell’edizione nonché amico storico della famiglia O’Connor, tra le carte accatastate ad Andalusia, la fattoria dove la scrittrice trascorse quasi tutta la sua vita, in compagnia della madre Regina.

Mentre in Italia se ne spera la pubblicazione, martedì 18 marzo a Roma alla Pontificia Università Gregoriana si parlerà del volume che illumina di luce nuova non solo la personalità, ma anche la poetica “ustionante” di questa autrice, della quale ricorrono i cinquant’anni della morte. Il titolo della conferenza «Rendimi strumento della Tua storia» tocca con mano uno dei nodi centrali del Diario, scritto dal 1946 al 1947 lontano da casa, a Iowa City, dove O’Connor era andata per studiare giornalismo e da dove invece tornò con la consapevolezza che la sua strada fosse quella di diventare una scrittrice di narrativa.

Fin dalla prima pagina del Diario, la giovane — che afferma di distrarsi spesso recitando le preghiere tradizionali — incalza Dio in modo accorato e lo fa con un’immagine lirica e veemente: «Tu sei la falce sottile della luna e il mio Io è l’ombra della terra che mi impedisce di vederla tutta (…). Ma quello di cui ho paura, caro Dio, è che la mia ombra cresca così tanto da oscurare la luna intera, e che io giudicherò me stessa dall’ombra, che è nulla. Se non ti conosco Dio è perché io sono in mezzo. Ti prego, aiutami a farmi da parte». L’ossessione dell’Io che, con le sue tracimazioni, impedisce la conoscenza dell’Assoluto, si rivelerà essere il tema per eccellenza di tutta la narrativa futura di O’Connor, i cui strampalati personaggi si presentano come anime pervicacemente chiuse in se stesse, fino a quando un fatto violento e imprevisto non sopravviene a scardinarne convinzioni e chiusure. È solo, infatti, nel momento in cui “il colpo” arriva in tutta la sua concretezza (come il libro in testa alla saputa signora Turpin, del racconto Rivelazione), che l’Io, vacillando, permette l’irruzione di una Grazia, nient’affatto gentile e convenzionale.

Ciò che le righe del Diario di preghiera confermano, in modo sorprendente, è che questo conflitto tra Io e Dio sia innanzitutto una “modalità interiore” dell’autrice stessa che, successivamente in una delle sue lettere, avrebbe definito il suo rapporto di bambina con l’angelo custode nei termini di un fare a pugni senza esclusioni di colpi.

Eppure, queste pagine, accanto al timore della propria resistenza all’accoglimento dell’Assoluto, mostrano un appassionato desiderio di unione, al punto che, con il solito tono perentorio e impaziente, Flannery intima a Dio: «Oh Signore, al momento sono un formaggio, fa’ di me una mistica, immediatamente».

Una mistica che, come la giovane specifica, non vuole «essere una suora», ma una scrittrice, nella particolare accezione di «strumento per scrivere la storia di Dio». È questa la grazia che chiede: la grazia dell’ispirazione artistica. «C’è un intero mondo sensibile intorno a me che dovrei essere capace di volgere in tua lode. Ma non sono capace». Dunque, a differenza di molta letteratura del secolo scorso, che ha tratto la propria ispirazione da una riflessione sulla finitudine dell’Io, sul suo non-senso, sul male di vivere incontrato, O’Connor intuisce invece una bellezza che è fuori di sé e che la supera. E di questa intuizione si fida, si stupisce; e questa bellezza la vuole raccontare, celebrare. Alla base dunque della sua poetica, fin dalle pagine di questo diario scritto a vent’anni, vediamo configurarsi quello stupore e quella reverenza per il creato, da cui nascerà e si alimenterà la necessità di scrivere: quel «senso di meraviglia» così ben incarnato in La schiena di Parker, il suo ultimo — e forse più bello — racconto, dove, in una fiera di paese, il protagonista, vedendo in un circo un uomo tatuato dalla testa ai piedi, realizza come fino a quel momento non avesse mai pensato «che ci fosse qualcosa di straordinario nel fatto di esistere».

Ma Flannery conosce le insidie di questo mondo, che in seguito definirà come «territorio del diavolo» e che, già dalle pagine del Diario, appare foriero di deviazioni e tentazioni (come «biscotti all’avena e pensieri erotici»). Chiede quindi al Signore una grazia ulteriore: quella della «mente lucida», della capacità di discernimento. Quella lucidità che condurrà la scrittrice, con gli anni, a maturare una visione di alto profilo teologico (si veda Un ricordo di Mary Ann) di una realtà in cui la grazia di Dio richiama l’uomo a fare della propria incompiutezza una risorsa, per partecipare al processo di creazione in atto.

Flannery conclude bruscamente il Diario, come se sovrastata dalla sua pochezza nel cimento con Dio e dalla sua mediocrità nel confronto con la scrittura. Eppure, nonostante l’impazienza, nonostante i suoi «immediatamente», le sue originalissime preghiere verranno esaudite: di lì a poco, infatti, si ritroverà a dar vita a una produzione narrativa, saggistica ed epistolare che la consacrerà al ruolo di una delle più grandi scrittrici del Novecento.

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