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Com’è bello far l’amore e com’è brutto questo film

febbraio 17, 2012 Simone Fortunato

Faustro Brizzi sbaglia tutto: soggetto, sceneggiatura, attori e personaggi. Il 3D poi, probabilmente voluto dalla casa di produzione, non aggiunge nulla al film se non il fastidio di dover portare gli occhialini.

Il 3D porta male al cinema italiano: prima il disastro totale di Box Office 3D, ora la commedia sexy e volgare di Brizzi. Fausto Brizzi è ormai un autore conosciuto e di sicuro incasso. Tanta gavetta come sceneggiatore di diversi cinepanettoni e poi il successo come regista e sceneggiatore con il suo film finora migliore, Notte prima degli esami che, nonostante il cinismo del finale che sarebbe poi diventato il marchio di fabbrica del regista romano, aveva dalla sua una certa freschezza, un cast azzeccato e diversi momenti divertenti. Poi arrivarono il sequel pessimo (Notte prima degli esami oggi), Ex e il dittico Maschi contro femmine e Femmine contro maschi con cui, senza troppa convinzione, si cercava di recuperare la tradizione della commedia di costume secondo la formula a episodi. Poca sostanza, tanta superficialità e qualche sorriso.

Com’è bello far l’amore è il punto più basso della carriera dello sceneggiatore di Natale sul Nilo. Una storia che ha il respiro di una barzelletta (coppia sposata cerca una via d’uscita crisi prendendo come consulente un pornodivo), gag risapute, una volgarità eccessiva, un tono sempre sopra le righe. Ma andiamo con ordine: il film si apre – in un 3D posticcio utilizzato per mettere in risalto dettagli irrisori, come il volo di alcune patatine fritte (sic!)  – con un Filippo Timi che racconta al pubblico la sua verità sul cinema. Il cinema non è una forma artistica, ci dice l’attore che poi scopriremo essere una sorta di alter ego di Rocco Siffredi. Anzi, i film d’autore, se hanno avuto un’utilità è stata quella di essere talmente noiosi da obbligare lo spettatore in sala a occuparsi d’altro, a pomiciare per esempio. Persino i fratelli Lumière, come si mostra in una ricostruzione piuttosto imbarazzante, avevano in mente di filmare la cugina nuda piuttosto che il famoso arrivo del treno alla stazione e solo una fantomatica censura ha evitato che il primo film della storia del cinema fosse un film erotico. Basterebbe questa prima sequenza per farsi un’idea del tipo di comicità intrapresa dal film. Dialoghi su performance sessuali e inutilità del matrimonio, wurstel giganti come metafore per presentare il personaggio del pornodivo. E ancora: una scena di dubbio gusto comico con protagonisti una bambola gonfiabile, un padre, un figlio e un prete.

Quello che colpisce in negativo del film di Brizzi, che pure ha dimostrato ampiamente in passato di sapere usare battutacce e scurrilità in chiave genuinamente comica, è proprio l’esibizione pura e semplice di una volgarità autoreferenziale che non c’entra mai l’obiettivo e che fa il paio con un disimpegno totale dei valori. Esemplare la vicenda – anche qui un retaggio dello schema del cinepanettone: coppia giovane in parallelo a una coppia più matura – della coppia impersonata dai giovani Alessandro Sperduti ed Eleonora Bolla, alla ricerca, dichiarata, non di una relazione seria ma di un “trombamico” con cui godersela sotto gli auspici di papà, mamma e superdotato. Al di là dell’amoralità esibita in modo irritante e macchiettistica, colpisce la povertà dell’operazione. La sceneggiatura, scritta da Brizzi con il fido Marco Martani e con Andrea Agnello, vola bassissimo e si nutre di slogan. Dialoghi scritti senza tener conto di un briciolo di autoironia del tipo “il buon sesso è un cocktail di immaginazione, prestanza atletica e personalità” paiono estrapolati dal programma politico del Partito dell’Amore di Cicciolina. O ancora la frase, pronunciata da Giorgia Wurth (la migliore del cast nei panni di Vanessa, pornostar dell’Est compagna di Timi), “la donna è come un aereo piena di pulsanti per farla decollare” è da quarta di copertina di giornaletti pruriginosi.

La struttura, debolissima, è quella della commedia degli equivoci: ma si ride poco, un po’ per l’assenza di gag davvero simpatiche, a parte quella gustosa della farmacia, un po’ per il cast che pare in vacanza premio. Se infatti De Luigi replica senza troppe convinzioni tic e mosse dei suoi film migliori, Timi appare assolutamente fuori fuoco mentre la Gerini che, non più giovanissima, si spoglia abbondantemente è da cimelio per i cultori del trash; le varie fallimentari macchiette comiche di Michele Foresta e Virginia Raffaele completano il quadro. Tra sentimentalismo stucchevole – l’happy end, come da copione, è assicurato – e un repertorio di cliché e di frasi fatte tra cui il refrain immarcescibile “il sesso è la salvezza della vita di coppia”, il film scivola apparentemente leggero. In realtà è una storia greve di cinismo e disillusione per cui tutto è un gioco: il matrimonio, la vita di coppia, i figli, il sesso, l’amore. In genere si sottolinea che il cinismo fosse un dato caratterizzante della commedia di costume dei tempi d’oro. Ma il disincanto che sottendeva l’opera dei vari Salce, Monicelli e Risi era un’arma di difesa contro una vita considerata beffarda e senza senso: Fantozzi, per esempio, nella sua lotta disperata contro i potenti sul posto di lavoro e non solo divenne nel tempo figura comica ma anche simbolo dell’uomo solo, depresso e sconfitto; così l’amicizia guascona alla base di Amici miei di Monicelli era un modo per esorcizzare la malattia, la morte e la fine di tutto. Erano, quelle, commedie leggere che dicevano e prendevano una posizione seria, per quanto non condivisibile sulla vita. Serietà che non ravvisiamo per nulla nei film di Brizzi che invece gioca con i personaggi, gli affetti e le situazioni senza mostrare alcuna reale partecipazione. Come se, in fondo, non valesse la pena darsi troppi pensieri.
 

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