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Se è “H.R.C.” l’ultima cosa che ci separa dall’apocalisse, non c’è da star sereni

ottobre 22, 2016 Pier Giacomo Ghirardini

Non è un’impostura da poco annunciare l’avvento di un’era di pace quando si è supportati dai più fanatici poteri antiegualitari di sempre.

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Io sono l’ultima cosa che sta fra voi e l’apocalisse. Questa è la dimessa frase conclusiva di “H.R.C.” in un’intervista rilasciata al New York Times, lo scorso 11 ottobre – segnatevi l’acronimo, perché è così che ci sciropperanno subliminalmente che Hillary è come “J.F.K.”.

Dubito che la Clinton, mentre scolpiva sulla pietra tali parole, volesse proporre una sua esegesi della Seconda lettera ai Tessalonicesi, dove Paolo fa comparire l’enigmatica figura di una potenza, il katechon, qualcuno o qualcosa in grado di trattenere (quid detineat), contenere, frenare l’avanzata e, quindi, l’assalto finale dell’Anticristo, ritardando l’Apocalisse. Che dovrà però togliersi o esser tolto di mezzo (ek mesou genetai, de medio fiat, scrive quasi irritato l’Apostolo delle genti), perché (2,8) «allora l’empio (Anomos, Iniquus) sarà rivelato e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta». Dubito poi che Hillary intendesse cimentarsi con la “teologia politica” sviluppata da Carl Schmitt, sviluppata proprio intorno al concetto di katechon, o chiosare il saggio sorprendentemente lucido di Massimo Cacciari (Il potere che frena), all’argomento dedicato.

Non c’è invece alcun dubbio che la signora voglia affermare che se, il prossimo 8 novembre, Donald Trump vince le elezioni sarà l’apocalisse. Eppure, a ben vedere, è proprio The Donald, così impresentabile, evasore, sessista, sboccato, tutto quel che di peggio volete, che nella sua auto-immolazione parrebbe più congeniale come kathecon, giacché nella sua impotente (goffamente imperdonabile) perorazione sta l’unica verità che ognuno di noi sa: lui, l’analfabeta miliardario, la chiama disaster che, tradotto per i filosofi, è l’anomia di questa globalizzazione, l’esaurimento di qualsiasi nomos ed ethos, che ci porta inevitabilmente alla fine. Certo, è arrivato a dircelo una figura di Trickster tragicamente deturpata di segni vittimari che ne eccitano il linciaggio collettivo. Proprio come il sacro degradato, direbbe Girard, di cui partecipa l’imperium screditato del katechon, destinato ad essere tolto di mezzo, per far largo all’Anticristo.

Ora, ovviamente, non so dirvi se Hillary Clinton è l’Anticristo, ma non è una “impostura” da poco proclamare l’avvento di un’era di pace, sicurezza ed uguaglianza, quando si è supportati dai più fanatici, aggressivi e antiegualitari poteri retroscenici di sempre. E prendere a merluzzi in faccia la seconda potenza nucleare al mondo, sperando di farla franca, non è che ritarda l’apocalisse. Io, comunque, qualche coroncina di rosario, da qui all’8 novembre, la sgranerei – vedete voi.

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