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Clemente Vismara, missionario perché innamorato di Dio

ottobre 30, 2011 Laura Borselli

Pubblichiamo un articolo comparso sul numero 43 di Tempi e dedicato al libro Più in alto del sole, che raccoglie i pensieri e le parole del beato Clemente Vismara

«Qui a Monglin vivo senza casa; m’alzo senza sveglia; mi lavo senza catino; prego senza chiesa; mangio senza tovaglia; vo’ a caccia senza licenza; viaggio senza soldi; imbroglio senza colpa; lavoro senza posa; vo’ a spasso senza scarpe; sono allegro senza teatro; studio lingue senza fine; non passo giorno senza fastidi; campo senza amici; sfamo quaranta ragazzi senza scrupoli; invecchio senza accorgermi e di certo morrò senza rimorsi, ché uomo allegro il Ciel l’aiuta. E voi? Voi, così, non mai, se non verrete, e presto, a tenermi compagnia!». Le parole del beato Clemente Vismara colpiscono 

quanto la sua avventurosa esistenza. Un’esistenza condotta lontano, lontanissimo da quella Brianza che gli aveva dato i natali: in Birmania. La vicenda del missionario del Pime proclamato beato il 26 giugno scorso dall’allora cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi è già stata raccontata su Tempi dal suo “biografo” e confratello, padre Piero Gheddo (cfr. Tempi n. 25 del 29 giugno 2011), e ora quella storia si arricchisce delle parole del religioso, raccolte con intelligenza da Gerolamo Fazzini nel libro Più in alto del sole (Emi, 128 pagine, 11 euro). 

 

Nelle parole di Vismara si rivelano in modo affascinante gli elementi che hanno contribuito alla sua causa di beatificazione: la naturale propensione a spendersi per il prossimo con gioia, senza paura delle difficoltà e senza confondere il proprio operato con quello dell’operatore sociale, macon la coscienza viva e feconda della missione. In altre parole: faceva il bene con la presenza di Dio negli occhi, unica speranza perché il bene non divenga ricatto. Quante volte Vismara aiuta i ragazzini devastati dall’oppio. Sa bene che ruberanno, sa bene che lo tradiranno; eppure al richiamo fermo di abbandonare la via dello stordimento si accompagna sempre la vicinanza. La carità. Sale di una vita che trae senso dall’essere concepita come vocazione, cioè risposta a Dio. «Noi dobbiamo lasciare un’impronta di essere vissuti – scrive alla nipote lontana. Io nella mia possibilità e vocazione di prete, tu nella tua vocazione di donna».

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