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Cittadinanza per figli di immigrati, Turco: «Ci vuole uno ius soli temperato»

dicembre 25, 2011 Chiara Sirianni

Intervista a Livia Turco, Pd, che ha proposto un tavolo comune per approvare una legge che riconosca “automaticamente” la cittadinanza italiana ai figli di immigrati: «Otterrebbero la cittadinanza i minori arrivati qui da piccoli, che completano un ciclo scolastico, e i figli di genitori che sono qui regolarmente da cinque anni»

Un tavolo comune per approvare una legge che riconosca la cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati in Italia. È questa l’idea di Livia Turco, responsabile della politica sull’immigrazione del Pd, per superare le numerose proposte di legge arenate in Parlamento sul tema rilanciato nei mesi scorsi da Giorgio Napolitano.
La proposta, dal titolo “Figli d’Italia. Italiani che devono chiedere permesso”, è stata lanciata durante il corso di un incontro alla Camera dei deputati e ha incassato il via libera degli esponenti di Fli e Udc presenti all’incontro. 

L’ex ministro della Solidarietà sociale nel primo governo Prodi, e autrice con l’allora ministro dell’Interno Napolitano di una legge sull’immigrazione, ha chiesto alle forze politiche un passo indietro per ripartire da zero e arrivare a una legge condivisa da approvare entro giugno 2012: «Nessuna delle proposte di legge depositate possono costituire un punto di partenza per cambiare le cose. Scriviamo insieme un articolo, ma facciamolo insieme: non c’è altra strada». All’incontro in cui Livia Turco ha presentato la sua proposta era presente anche il presidente della Camera Gianfranco Fini: «I figli di immigrati nati in Italia possono ambire alla cittadinanza solo al compimento del 18esimo anno di età e dopo un iter burocratico lungo e complesso. È un tema che, dopo le parole del capo dello Stato, deve essere affrontato con una nuova legge». Contrario all’ipotesi di passare dallo “ius sanguinis” allo “ius soli” è il presidente del gruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri, che scrive su Twitter: «È una follia giuridica. Il rischio? Incoraggiare l’esodo dei clandestini. Integrazione uguale legge e ordine». La possibilità di arrivare a una legge che cambi le cose in questa legislatura dipende dalla decisione delle singole forze parlamentari: il lavoro è appena iniziato, e la sfida si gioca tutta sul coinvolgimento del Pdl: «Finora non ha espresso pareri, ma siamo fiduciosi» dice Turco a Tempi.it. «Sarebbe molto importate che il governo Monti non ostacolasse la maggioranza potenziale che c’è in Parlamento».

Sono 573 mila i minori di origine straniera nati in Italia e rappresentano la cosiddetta “seconda generazione”. Gli iscritti a scuola nell’anno 2011-2012 sono  673.592 e hanno un ritardo scolastico tre volte più elevato rispetto agli italiani, secondo l’ultimo dossier statistico della Caritas. Secondo i dati Istat, le famiglie composte da stranieri rappresentano il 7% della popolazione italiana e sono più giovani, 30 anni di età contro i 43 delle famiglie italiane. L’attuale legge in materia di cittadinanza dispone che lo straniero nato in Italia può diventare cittadino “su esplicita volontà del richiedente” se vi ha risieduto legalmente e senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età. Non si tratta, quindi, di un’acquisizione automatica.

La proposta di legge del Pd, mai approvata, è invece la cosiddetta Sarubbi-Granata, che prevede che uno straniero diventi automaticamente cittadino italiano se è nato o entrato in Italia entro il quinto anno di età e se vi ha risieduto legalmente fino al raggiungimento della maggiore età, “salvo esplicito rifiuto”. Per avere i numeri in Parlamento occorre smussare qualche spigolo e Livia Turco spiega di volere avviare una discussione a partire da un punto fermo: quello riguardante i minori sollecitato dal presidente della Repubblica. Si tratterebbe di una sorta di “ius soli temperato”, sostiene Turco: «Otterrebbero la cittadinanza i minori arrivati qui da piccoli, che completano un ciclo scolastico, e i figli di genitori che sono qui regolarmente da cinque anni».

Quante possibilità ci sono che si trovi una linea condivisa? «Lasciamo da parte le etichette politiche, si tratta di una passo di semplice buon senso» si augura l’ex ministro Turco. «C’è un gran bisogno, in questo momento, da parte delle istituzioni, di messaggi che vadano in una direzione di saggezza e umanità». Una delle obiezioni più comuni sul tema è di tipo antropologico: c’è il rischio che si possa creare un distacco, culturale e affettivo, tra il minore e i genitori e la famiglia di provenienza, dal momento che la cittadinanza non è solo un pezzo di carta, ma costituisce un passaggio simbolico decisivo. Per Turco si tratta però di un falso problema: «Io sono personalmente contraria alla logica per cui la nascita nel nostro paese porti automaticamente al riconoscimento della cittadinanza italiana. E la mediazione delle famiglie è essenziale. Ma tengo a precisare che a volere questa riforma sono proprio i genitori, in particolare le madri, che non vogliono che i figli facciano gli stessi sacrifici che loro hanno affrontato».

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