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Cisterna: «Su di me pubblicate troppe falsità. Il connubio tra pm e giornalisti mina la libertà di stampa»

maggio 21, 2013 Chiara Rizzo

L’ex viceprocuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna: «Certi pm sono portatori di interessi di parte e una velina non può essere l’unica fonte»

Alberto Cisterna, ex numero due della procura nazionale antimafia (Dna), ha raccontato a tempi.it la sua personale odissea giudiziaria: lo scorso 4 dicembre 2012 tutte le accuse a suo carico sono state archiviate. Intanto Cisterna ha subìto gravi danni alla carriera (era in corsa per diventare capo della procura di Reggio, prima di essere indagato e quindi “fatto fuori” poi dalla rosa), ma anche alla reputazione. «In particolare nel caso di un giornalista locale, Michele Inserra de Il quotidiano della Calabria, che su di me ha inventato di sana pianta una storia, solo per gettare fango sulla mia persona» spiega a tempi.it: una vicenda su cui la stessa stampa calabrese, attraverso persone come Piero Sansonetti, si sta interrogando sul confine tra libertà di stampa e persecuzione a mezzo stampa.

Dottor Cisterna, che cosa ha scritto il giornalista sul suo conto?
Il 17 giugno 2011, poche ore prima di essere interrogato in segreto dai pm, il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina la notizia dell’indagine su di me e stralci delle dichiarazioni – secretate e sconosciute anche da me stesso – fatte da un pentito, Antonino Lo Giudice, che mi accusava di essere stato corrotto da suo fratello Luciano, un uomo della ‘ndrangheta. Il 19 giugno, il Quotidiano della Calabria, pubblicò un articolo in prima pagina che parlava dei “viaggi di piacere del dottor Cisterna”. Secondo il giornalista di giudiziaria, Inserra, avrei fatto dei viaggi di piacere, pagati da Luciano Lo Giudice.

È andata così?
Si tratta di una notizia totalmente falsa: eppure la città quel giorno è stata tappezzata di strilloni che pubblicizzavano quell’articolo. In Calabria vivono i miei genitori, i miei amici. Chiamai subito in redazione, e si accorsero della bufala. Eppure non mi hanno mai chiesto scusa. Non solo. Nell’articolo non veniva citata neppure la fonte o una prova a sostegno della notizia, che di per sé è gravissima. Nemmeno la procura di Reggio Calabria, che indagava su di me e sapeva che non era vero, ha mai smentito. L’unico che lo fece, l’ho scoperto anni dopo, è stato l’allora procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Dal 2011 ad oggi, Inserra ha pubblicato altre notizie false e io l’ho querelato. Lui di recente si è lamentato a mezzo stampa, dicendosi “perseguitato” e parlando di 11 querele. In realtà sono state solo otto in due anni e per tre volte il giornalista è stato rinviato a giudizio. Più volte ho detto a Inserra di rivelare la sua fonte, in cambio avrei ritirato la querela. E lui non lo ha fatto. Questo perché in realtà la fonte è chiaramente falsa.

Ma perché allora è stata inventata un’accusa del genere a mezzo stampa?
È un dato di fatto che alla notizia dell’indagine nei miei confronti sia partita una campagna di linciaggio per demolire qualsiasi reazione potessi avere per difendermi. Non bastava colpirmi, perciò, con il procedimento penale che poi è stato archiviato: era necessario anche un linciaggio morale, l’infangarmi con il sospetto che mi accompagnassi a prostitute. Penso che questa notizia sia stata data ad Inserra per violentarmi psicologicamente.

Da chi, secondo lei?
Io ho solo una riflessione da fare. Per un istante mi metto nei panni di un direttore che deve pubblicare una notizia simile, che non riporta la fonte o un pezzo di carta a suo fondamento. Senza alcun appiglio, una notizia del genere può essere stata ritenuta attendibile solo se accompagnata dalle garanzie offerte in redazione dal giornalista. Significa che questi avrà parlato di una fonte istituzionale o quanto meno di una persona interna ad un perimetro istituzionale.

La procura generale di Reggio Calabria intanto sta indagando per la fuga di notizie interna alla procura reggina, che hanno portato all’articolo sul Corriere della sera.
Sulla quella fuga di notizie nessuno ha fatto nulla sinché non ho presentato io ricorso alla Procura generale, che è giunta alla conclusione che nel caso dell’articolo di sicuro la fuga era partita dalla Procura della repubblica di Reggio Calabria. Ancora bisogna individuare esattamente da chi, mi auguro che in queste poche settimane rimanenti si possano acquisire i tabulati telefonici di quei giorni. Però tra il caso del giornalista del Corriere (Giovanni Bianconi, ndr.) e quello di Inserra il discorso è diverso: nell’ultimo caso non c’è stato nemmeno un documento a sostegno dell’invenzione di un’accusa infamante.

Ci dev’essere un limite al diritto di cronaca per evitare che si arrivi alla gogna mediatica?
Premetto che per me tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ma anche davanti alla stampa. Ci sono persone però che occupano posizioni istituzionali e a volte il clamore infondato di una notizia diffamante può diventare una clava, perché comporta che una persona sia valutata più severamente non solo in sede mediatica, ma anche istituzionale. Io credo che il punto su cui avviare una riflessione davvero seria, oggi, sia il controllo delle fonti. Una velina non basta più. Oggi ci sono persino informative di polizia che sono di parte. Ormai il pubblico in questo paese ha assunto una posizione poco obiettiva e il ruolo del pubblico ministero, in alcuni casi, è talmente degenerato che non è più portatore di verità di parte, ma addirittura di interessi di parte. Il connubio tra certi uffici inquirenti e organi di stampa va affrontato, a mio avviso, proprio a tutela della libertà di stampa. La compartecipazione di interessi tra taluni pm e alcuni giornalisti, che sulle rivelazioni dei pm fondano gli sviluppi della propria carriera, è una cosa che va rivista quanto prima in difesa del diritto di informazione e forse anche del diritto tout court, perché a ben vedere il connubio tra le carriere di alcuni pm e giornalisti è bidirezionale.

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