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Il caso dei cinque librai rapiti dalla Cina. «A Hong Kong abbiamo paura»

marzo 5, 2016 Leone Grotti

Il partito comunista non si limita più a far arrestare i dissidenti in patria. Ora sconfina a Hong Kong e Thailandia. Intervista a Tsoi Richard, vicepresidente del Partito democratico di Hong Kong

Lu Bo, Zhang Zhiping e Lin Rongji sono scomparsi in Cina a ottobre. Lo stesso mese Gui Minhai è sparito nel nulla in Thailandia. A dicembre è svanito da Hong Kong Lee Bo. Che cos’hanno in comune queste persone? Tutti e cinque erano legati alla Causeway Bay Books, libreria di Hong Kong specializzata in pubblicazioni scandalistiche sui pezzi grossi del partito comunista cinese. E ognuno di loro è apparso nel giro di due giorni in televisione, sull’emittente di Hong Kong vicina al partito comunista Phoenix TV, per auto-accusarsi di diversi crimini.

Quando si tratta di far sparire attivisti o personaggi scomodi non c’è nessuno più esperto della Cina. Allo stesso modo, la polizia di Pechino è molto brava a convincere gli indagati a confessare in pubblico crimini per i quali nessuno li ha ancora accusati. Questa volta però è diverso perché gli ufficiali cinesi sono addirittura espatriati per rapire dei comuni librai. Ancora peggio, in un caso sono espatriati a Hong Kong, dove il governo della Cina continentale non dovrebbe avere alcun potere fino al 2047 in base alla formula Yīguóliǎngzhì, “un paese due sistemi”. «Abbiamo paura, quello che è successo è davvero preoccupante», dichiara a tempi.it Tsoi Richard, vicepresidente del Partito democratico (il terzo più importante di Hong Kong) e vicepresidente dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti democratici patriottici in Cina, nato per appoggiare il movimento studentesco di Piazza Tiananmen.

Perché siete preoccupati? Tutte le persone “rapite” hanno dichiarato di essersi consegnate alla polizia volontariamente.
E chi ci crede? Lee Bo è scomparso da Hong Kong e dopo qualche giorno ha chiamato la moglie dalla Cina dicendole: «Mi sono recato volontariamente in Cina e sto aiutando la polizia a svolgere delle indagini». Perché avrebbe dovuto farlo? Non è forse strano che tutti confessino? Li obbligano.

Anche Gui Minhai ha fatto lo stesso.
Il suo caso è ancora più assurdo e irragionevole. È scomparso in Thailandia ed è riapparso in Cina, dove in televisione ha confessato di essere tornato per consegnarsi alla polizia per una colpa avuta in un incidente stradale di dieci anni prima. Poi pochi giorni fa cambia versione e si accusa di nuovo, questa volta di «commercio illegale di volumi in Cina». Ma perché dovrebbe andare in Cina per accusarsi e chiedere di essere punito?

Lei come se lo spiega?
È stato minacciato e rapito, come gli altri. Nel suo caso, poi, è stato prelevato in Thailandia, al di fuori del territorio cinese e questa è una violazione del diritto e dei diritti umani. È gravissimo.

E Lee Bo?
Lui addirittura è stato rapito da qualche ufficiale cinese sul territorio di Hong Kong. La situazione è grave, perché in base alla nostra Costituzione (Basic Law) gli ufficiali della Cina continentale non hanno alcun potere qui. Hanno violato la legge. Non conta quello che dice nell’intervista, è stato obbligato a dirlo.

Il governo di Hong Kong avrà pur protestato.
Il governo è debole e impotente. Ormai quelle persone sono in Cina e l’unica cosa da fare è chiedere a Pechino di rispondere ad alcune domande.

Negli ultimi due mesi le confessioni trasmesse in prima serata sulla tv di Stato in Cina sono aumentate.
È un fenomeno crescente e preoccupante. Agiscono come la Corea del Nord e ho detto tutto. Far confessare una persona in televisione prima del processo è una violazione dei diritti umani e del sistema giudiziario.

Perché il partito comunista cinese dovrebbe occuparsi di cinque piccoli librai?
Il partito è scontento perché le pubblicazioni rivelano dettagli scandalistici delle vite private dei leader, parlando dei loro conti in banca e delle loro amanti. La vendita di questi libri può non piacere ma avviene a Hong Kong e in teoria gli ufficiali non potrebbero farci niente. Invece ora vengono a prelevare i librai qui, li arrestano e li fanno confessare. Questo è un segnale che Pechino manda a tutti gli editori: non fate come loro.

La società di Hong Kong come ha reagito?
Siamo spaventati, parliamo di persone che spariscono nel nulla da un giorno all’altro. Così la formula “un paese, due sistemi” non ha più senso.

Sono passati 50 anni dalla Rivoluzione Culturale. Tutte queste persone che si auto-accusano in televisione non assomigliano a una moderna riedizione di quelle che nel 1966 erano costrette a denunciarsi in piazza?
Sì, la situazione è grave. La leadership di Xi Jinping è la più forte degli ultimi 20 anni. Anche gli ufficiali sono spaventati dal suo potere. Ci sono parole d’ordine che tutti sono obbligati a ripetere anche a scuola. La Rivoluzione Culturale ha fatto più danni ma noi non possiamo sapere che cosa succederà nei prossimi anni.

Foto Ansa/Ap


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