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Cina. Liu Xiaobo, il profeta mandato al macello «che ha riacceso la speranza»

luglio 21, 2017 Leone Grotti

Il Nobel desiderava morire da uomo libero. Ma Pechino non ha autorizzato l’espatrio. Il cardinale Zen e il dissidente Chen accusano il partito: «Lo hanno eliminato»

Xiabo-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il manifesto che chiede al regime comunista cinese di aprirsi alla democrazia, rispettare i diritti umani e riconoscere le libertà civili e politiche del popolo, Carta ’08, è stato firmato da più di 12 mila intellettuali e attivisti cinesi. Solo uno di loro però è stato punito: il 25 dicembre 2009 Liu Xiaobo è stato condannato a 11 anni di carcere per «incitamento alla sovversione del potere statale». In tanti si sono chiesti perché proprio 11 anni, invece che 10 o 12 o 15, e il motivo potrebbe nascondersi proprio nel documento che ha reso famoso l’intellettuale, costituito da 4.024 caratteri cinesi. Liu è stato condannato a 4.018 giorni di carcere, uno per ogni carattere che ha utilizzato per contestare il potere autoritario e i crimini del regime. Il premio Nobel per la pace 2010, dopo otto anni passati nel carcere di Jinzhou, è stato trasferito a fine giugno nell’ospedale di Shenyang, dove il 13 luglio a 61 anni è stato stroncato da un cancro al fegato allo stadio terminale.

Per trovare un altro premio Nobel morto in detenzione, Carl von Ossietzky, bisogna risalire al 1938 e alla Germania nazista. C’è però una differenza: in questo caso, nessuno ha osato alzare un mignolo in difesa dell’intellettuale cinese. Mentre Liu, guardato a vista dalla polizia, moriva in un letto d’ospedale, l’Occidente accoglieva con tutti gli onori ad Amburgo il presidente Xi Jinping per il G20. La cancelliera tedesca Angela Merkel, in particolare, si è distinta per il suo attivismo nel tentare di strappare ricchi contratti economici al regime e costruire la sua nuova leadership da antagonista di Donald Trump lisciando il pelo al potente segretario del partito comunista. «La morte di Liu grava come una grande vergogna sulle spalle dell’Occidente, che ha permesso la sua uccisione senza protestare per non mettere a rischio gli affari», afferma a Tempi il cardinale Joseph Zen Ze-kiun. Il vescovo emerito di Hong Kong ha organizzato insieme ai protestanti una veglia speciale di preghiera, nella quale «ho paragonato Liu a Geremia. Per me è come un profeta, uno che dice le cose che Dio gli suggerisce. In un paese dove regna la menzogna e nessuno dice la verità, Liu ha avuto il coraggio di darle voce. Sapeva che cosa avrebbe patito, ma era disposto a soffrire. Ha accettato di essere portato al macello come agnello indifeso».

Nato nel 1955 a Changchun e cresciuto in piena Rivoluzione culturale, Liu si è laureato in letteratura e dopo aver ottenuto un dottorato, ha insegnato oltreoceano, prima a Oslo e poi a New York. Risale al 1989 «la più grande svolta» della sua vita. Si trovava ancora negli Stati Uniti mentre i suoi coetanei in Cina si riunivano per chiedere più libertà in quella piazza Tiananmen dove ancora giganteggia il ritratto di Mao. Liu poteva restare alla Columbia University, ma decise di tornare a Pechino perché «se non ci uniamo agli studenti in piazza e affrontiamo il pericolo con loro, che diritto avremo di parlare in futuro?». Liu giocò un ruolo fondamentale, prima prendendo parte al famoso sciopero della fame cominciato il 2 giugno, poi, quando il regime aveva già dato ordine all’esercito di reprimere nel sangue la protesta, convincendo migliaia di studenti ad abbandonare la piazza per non farsi massacrare. Centinaia ne salvò, a migliaia morirono fucilati o stritolati sotto i cingoli dei carri armati il 4 giugno.

Già allora Liu propugnava un’opposizione non violenta ma fu dopo l’esperienza del massacro che decise di dedicarsi anima e corpo alla democratizzazione della Cina. Incarcerato tre volte, per una durata complessiva di otto anni, nel 1996 sposò Liu Xia mentre si trovava ancora rinchiuso in un laogai. L’artista, una delle poche ammesse al capezzale del marito, l’ha sostenuto in tutti questi anni e dal 2010, da quando è stato assegnato il premio Nobel, è costretta dal partito comunista a vivere segregata in casa agli arresti domiciliari. Perseguitato per tutta la vita per le sue idee, Liu ha espresso un ultimo desiderio: quello di morire da uomo libero in un paese libero. Ma Pechino non ha autorizzato l’espatrio. «La crudeltà del governo va oltre ogni immaginazione», commenta a Tempi tra le lacrime Renee Xia, direttrice internazionale di Chinese Human Rights Defenders. «Come hanno potuto negargli anche l’ultimo desiderio? Abbiamo perso un amico, un combattente della libertà, un grande difensore dei diritti umani». La morte di Liu è sospetta: nonostante le sue condizioni siano state inizialmente ritenute stabili dall’ospedale, nel giro di pochi giorni la sua salute è peggiorata in modo repentino. Il partito ha concesso esequie solo per pochi intimi, poi, dopo avergli negato la sepoltura, ha cremato in fretta il corpo e ne ha disperse le ceneri.

In this recent undated handout photo, Chinese dissident and Nobel Prize laureate Liu Xiaobo, left, is attended to by his wife Liu Xia in a hospital in China. Liu Xiaobo has been released from prison on medical parole after being diagnosed earlier June 2017 with late-stage liver cancer and is being treated in a hospital in the northeastern city of Shenyang. He had been more than half-way through an 11-year sentence after being convicted in 2009 on subversion charges. (Photo via AP)

Un errore madornale
«Liu stava diventando un caso troppo complesso da gestire e sono convinto che il partito comunista sia coinvolto attivamente nella sua uccisione». È arrabbiato Chen Guangcheng, l’avvocato cieco che nel 2012 ha innescato una delle più gravi crisi diplomatiche tra Cina e Usa degli ultimi 25 anni. Il grande dissidente, che ha passato quattro anni in carcere e 19 mesi ai domiciliari, subendo ogni tipo di tortura, solo per aver svelato al mondo il dramma degli aborti forzati in Cina, è stato protagonista di una rocambolesca e misteriosa fuga nonostante fosse controllato a vista 24 ore su 24 da decine di persone. «Liu era in ospedale, ma è come se fosse morto in carcere», rivela a Tempi da Washington, dove si è rifugiato. «Non ha avuto un secondo di libertà e del resto per chi difende la giustizia e i diritti umani, tutta la Cina è un’enorme prigione a cielo aperto». Per l’avvocato, il regime non è colpevole solo perché ha ignorato il tumore fino a quando non è stato «troppo tardi, io penso che abbia accelerato il decesso avvelenandolo. Non sarebbe la prima volta. Come si spiega altrimenti un deterioramento così rapido della sua salute?».

Eliminandolo in questo modo il partito comunista è convinto di essersi liberato di un problema, ma per l’attivista cieco la sua scomparsa si rivelerà un boomerang: «Liu ha risvegliato la coscienza di molte persone e per questo il partito lo temeva. Ma tanti altri ora seguiranno il suo esempio. Noi non abbandoneremo mai la nostra battaglia per la democrazia in Cina. Il regime ha i giorni contati». È d’accordo il cardinale Zen: «Il partito è responsabile e ha compiuto un errore madornale. La sua morte ha già riacceso la speranza per una Cina diversa. Il suo sacrificio darà nuova linfa al movimento riformatore e democratico. Io spero solo che i giovani cinesi seguano il suo messaggio di non violenza, condiviso dalla Chiesa. Ma non so fino a quando riusciremo a trattenerli: temo un futuro spargimento di sangue».

Il testamento al processo farsa
Il messaggio che il grande intellettuale lascia in eredità alla Cina è luminoso «e il partito non potrà offuscarlo», continua il cardinale: «Liu non era cristiano ma è come se lo fosse, perché è impossibile, senza essere illuminati da Dio, patire tanto e non portare odio nel cuore. Ci ha insegnato che bisogna dire la verità davanti al male, perché senza questo, come diceva Benedetto XVI, non può esserci la vera carità». Non si può che concludere citando il discorso preparato da Liu per il suo processo farsa nel 2009, testamento spirituale lasciato prima di otto anni di silenzio forzato. In un passaggio scrisse: «Io non ho nemici e non provo odio. Spero che un giorno la Cina sarà una terra dove ci si potrà esprimere liberamente. Spero di essere l’ultima vittima di questa immarcescibile inquisizione e che dopo di me nessun altro venga più incarcerato per le sue parole».

Foto Ansa

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