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Cina, 23 milioni di aborti l’anno. «L’abolizione della politica del figlio unico non ha cambiato nulla»

aprile 26, 2016 Benedetta Frigerio

Intervista a Reggie Littlejohn, presidente di Women’s Rights Without Frontiers: «Molti aborti sono forzati. Il partito comunista continua a commettere violenze disumane»

Sono 23 i milioni di aborti che avvengono ogni anno in Cina. A provarlo è un rapporto del Dipartimento di stato americano, uscito questo mese, che spiega: «La Commissione per la salute della popolazione nazionale e la pianificazione delle famiglie cinese ha calcolato che 13 milioni di donne abortiscono ogni anno. Un’altra notizia diffusa dai mezzi di informazione ufficiali ha riportato almeno altri 10 milioni di aborti chimici praticati all’interno di strutture non governative. Mancano invece le statistiche sulla percentuale degli aborti forzati».
Reggie Littlejohn, presidente di Women’s Rights Without Frontiers, citata nel rapporto, conferma a tempi.it: «Già 13 milioni è un dato inconcepibile. Ma l’aggiunta di altri 10 milioni è davvero sconcertante e incomprensibilmente tragica. Ventitré milioni di aborti all’anno significano 63.013 praticati ogni giorno, 2.625 ogni ora e 43 al minuto. La popolazione americana è di 320 milioni, con un milione di aborti all’anno, quella cinese è di 1,4 miliardi con 23 milioni. Significa che, con una popolazione di quattro volte maggiore rispetto a quella degli Stati Uniti, la Cina conta un numero di aborti 23 volte maggiore».

Signora Littlejohn, non è cambiato nulla dopo l’abolizione della politica del figlio unico da parte del partito comunista?
Qualificare la modifica strategica del governo come “abbandono” della politica del “figlio unico” è fuorviante. La possibilità di avere anche un secondo bambino non ha fermato gli abusi dei diritti umani. Continuano gli aborti forzati, quelli selettivi delle femmine e la sterilizzazione forzata. La coercizione resta il nucleo di questa politica. L’attivista cieco Chen Guangcheng (qui l’intervista esclusiva a Tempi, ndr) lo ha sinteticamente scritto in un tweet: «Non c’è nulla di cui essere contenti. Prima il partito comunista uccideva ogni bambino nato dopo il primogenito. Ora ucciderà tutti quelli concepiti dopo i primi due». La ragione di questo cambiamento è totalmente demografica: bilanciare la popolazione e affrontare la sfida di quella che invecchia. La modifica è dunque una tacita ammissione che la politica del “figlio unico” condurrà a un disastro demografico e finanziario. Impressiona pensare che venne istituita proprio per motivi economici. Il governo quindi non ha improvvisamente sviluppato né una coscienza né un cuore: la Cina non ha posto fine agli aborti, le sterilizzazioni e la contraccezione forzati.

Per questo il partito enfatizza il suo potere sulla pianificazione familiare?
Dopo l’annuncio della fine della politica del “figlio unico”, il viceministro della Salute e della pianificazione familiare ha detto: «La Cina non abbandonerà le restrizioni sulla pianificazione familiare». Il pugno di ferro sul ventre delle donne, insieme all’intrusione dello Stato nelle stanze e fra le lenzuola delle famiglie cinesi, continua. Anche attraverso i procedimenti impossibili per ottenere “il permesso di nascita”, gli informatori pagati dallo Stato per controllare le donne e le ecografie obbligatorie per verificare che la spirale contraccettiva sia al suo posto. Il punto, quindi, non è la politica del “figlio unico”, piuttosto che dei “due figli” per famiglia, ma che si imponga un limite alle nascite e che vigano pratiche disumane.

Come avvengono gli aborti forzati e che conseguenze hanno sulle donne?
Gli aborti forzati sono così violenti che le donne a volte muoiono insieme ai loro figli. Oppure impazziscono e muoiono successivamente. Non a caso la Cina ha il più alto tasso di suicidi femminili al mondo. Ma anche gli uomini sono terrorizzati, alcuni sono anche stati giustiziati per la loro opposizione all’aborto, altri sono impazziti e hanno ucciso gli ufficiali governativi. Anche fra loro c’è chi si è suicidato.

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Accade che le donne si ribellino?
Ci sono donne che hanno cercato di evitare gli aborti forzati in molti modi. Una storia comune è quella di Ai Bao la secondogenita di due figlie. Sua madre provò a nascondere il suo concepimento agli ufficiali, ma dal momento in cui uno di loro se ne accorse fu costretta ad abortire. La donna pensò quindi di pagare 16 mila euro una ragazza incinta e non sposata affinché abortisse al suo posto, usando il suo nome.

Quali sono le conseguenze sociali di questa ecatombe?
Secondo uno studio del 2009 pubblicato dal British Medical Journal in nove province sono nati 160 secondogeniti maschi ogni 100 femmine. In altre due erano 190 su 100. A causa di questo femminicidio si contano 37 milioni di maschi cinesi che non si sposeranno mai, dato che le loro future mogli sono state uccise prima di nascere. Questo squilibrio è una potente forza motrice della tratta delle donne e della schiavitù sessuale. Non solo in Cina, ma anche nella nazioni vicine.

Come sperare che il governo comunista ponga termine alla violenza?
Secondo me il partito comunista cinese non abbandonerà mai questi metodi. La politica del “figlio unico” fu istituita formalmente il 25 settembre del 1980 da Mao in risposta alla crescita della popolazione, quando il tasso di fertilità era di 5,9 figli per donna. Oggi, come allora, sebbene il tasso sia sceso a livelli preoccupanti, il potere sulle famiglie resta comunque nelle mani di un partito che governa attraverso il terrore intrinseco alla logica comunista. Quello cinese è un regime brutale e totalitario che commette abusi umani di ogni tipo, contro la fede, contro la vita e contro la libertà.

Foto Ansa


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