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Cimini: «Con le inchieste giudiziarie non si cambia nulla, tocca alla politica intervenire»

marzo 12, 2013 Chiara Rizzo

Il decano dei cronisti di giudiziaria parla dei processi di Berlusconi e della manifestazione del Pdl: «A Milano tra Berlusconi e procura ormai è una guerra a chi ce l’ha più duro»

Ieri il Pdl ha manifestato a Palazzo di giustizia di Milano contro quella che ritiene un’ingerenza della magistratura nella vita politica, dopo due visite fiscali richieste dai pm nei processi d’appello per frode fiscale di Mediaset (sabato) e poi il processo Rubygate, la cui nuova udienza si teneva proprio ieri nelle stesse ore della manifestazione. Capeggiati dal segretario Angelino Alfano, deputati e senatori del Pdl hanno fatto un sit in davanti al Palazzaccio. Abbiamo chiesto un commento a Frank Cimini, considerato il decano dei cronisti di giudiziaria in quel palazzo di Giustizia di cui conosce persino i più segreti angoli.

Cimini, cosa ha pensato vedendo la manifestazione del Pdl?
Ci sono due ordini di problemi. Il primo è per me c’è una verità conclamata da anni, cioè che questo è un paese garantista solo a senso unico. Lo è sempre e solo per i propri amici, clan, familiari. Questo è un fenomeno bipartisan, vale per tutti: in questo caso il Pdl si occupa solo di Silvio Berlusconi. Il secondo ordine di problemi riguarda Berlusconi, perché ritengo che l’80 per cento delle accuse contro lui siano fondate, ma c’è anche un 20 per cento di accanimento giudiziario. Non mi addentro in esempi specifici, ma la vera tragedia, per me, è che da 20 anni anziché parlare dei problemi reali degli italiani, si parli sempre e solo delle inchieste su Berlusconi. Il centrodestra è venuto qui ieri perché si rende conto che non esiste senza il suo leader. Ma anche il centrosinistra parla solo di Berlusconi perché i suoi elettori non sono contro il centrodestra, bensì solo contro Berlusconi: le politiche di sinistra non sono alternative a quelle di centrodestra, non fanno proposte diverse. Parlano di Berlusconi ma in senso contrario. È una vera tragedia perché la politica non c’è più. E questo non è colpa di Berlusconi: lui è la conseguenza di una situazione, ha riempito un vuoto. Berlusconi, la Lega, e ora Grillo e l’M5s per me sono il prodotto dell’assenza di politica e il frutto dell’incapacità della sinistra di riuscire a parlare con chi guadagna 1000 euro al mese o anche meno: la maggior parte di chi è precario o non ha lavoro non vota il centrosinistra, ma centrodestra o Grillo. La sinistra questo però non lo capisce, ha perso il contatto con il suo elettorato storico: i lavoratori.

Cosa pensa dell’atteggiamento della magistratura su Berlusconi? Con questo accanimento non finisce per svalutare la propria credibilità?
Su questo con me si sfonda una porta aperta. E sono anche convinto che a causa dei processi sicuramente Berlusconi non solo non perda voti, ma a volte li guadagni pure. Gli elettori delle inchieste giudiziarie se ne fregano. Il problema è più generale e qui siamo davvero ad un cortocircuito. Faccio un esempio. Oggi è stato arrestato un imprenditore che, intercettato, diceva al telefono: «Se io ritardo il pagamento della tangente è un danno all’immagine, non posso lavorare». Non si preoccupava del suo ruolo o capacità di imprenditore, ma della lesione di immagine di puntuale pagatore di mazzette. Qui è un problema di valori e di cultura, ma allora non è l’inchiesta a risolvere tutto questo, non è il diritto a cambiare la società. Dev’essere la politica a farlo.

Lei è un cronista di giudiziaria di lungo corso. Le è mai accaduto di vedere la richiesta di visita fiscale per un imputato, e con questa cadenza, due in tre giorni?
Non mi è accaduto con questa cadenza. Ma a Milano è ormai una guerra a chi ce l’ha più duro. Berlusconi cerca di non farsi condannare. I magistrati lo vogliono condannare. Io sostengo che contro Berlusconi ci sia accanimento, ma anche che lui sia nella condizione di essere indagato. Con l’attenuante per lui che nessun grande imprenditore è stato mai indagato così. Tutte le grandi aziende hanno fondi neri: ma si è indagato su quelli di Berlusconi. Nessuno ha fatto indagini così approfondite e insistenti su altre grandi aziende come la Fiat degli Agnelli o sul gruppo De Benedetti. Però diciamo che l’accanimento contro i colpevoli è più facile che contro gli innocenti. Nel processo sul falso in bilancio Fininvest 1988-1992, i bilanci erano in effetti falsi: ma è scattata la prescrizione per il reato, anche perché era stato in parte depenalizzato con una legge votata dalla maggioranza su cui poteva contare in quel momento Berlusconi. Detto questo c’è da ribadire sempre questo: con le inchieste e con i processi non si cambia nulla, non si è mai cambiato nulla. È un problema politico, ed è la politica a doversi occupare di cambiare questa cultura.

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