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Il cielo, la natura e l’uomo. Una riflessione sopra l’incendio del Monte Morrone

settembre 16, 2017 Fabio Cosciotti

Così nel Parco della Maiella si sono rincontrati i tre protagonisti che dall’antichità hanno segnato la storia di queste terre fino ai giorni nostri

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Il fuoco, per due settimane, ha divorato il Monte Morrone nel Parco nazionale della Maiella, arginato dalla sola caparbietà degli uomini che lo hanno fronteggiato e dall’intervento provvidenziale della pioggia di settembre. Il cielo, la natura e l’uomo: i tre protagonisti che dall’antichità hanno segnato la storia di queste terre fino ai giorni nostri.

Il cielo, con le sue incursioni sulla terra, ne ha definito i tratti, fin da quando la Maiella porta questo nome, prima dei romani, quando queste regioni erano abitate dai Vitelios, il popolo dei figli del toro, da cui deriva l’etimo del nome Italia e, forse, anche quello di una sua forma confederata.

Il mito romano e italico, infatti, riconduce la nascita dell’altopiano alla tragica morte di Maia, la regina guerriera figlia di Atlante, che raggiunse l’Abruzzo su una nave di fortuna al solo scopo di salvare la vita al suo unico figlio, Ermes/Mercurio, le cui ferite di guerra potevano essere curate solamente dall’erba medicamentosa di questi monti, consacrati a Giove. Tuttavia, essendo giunta in primavera, le nevi di queste vette non avevano ancora permesso all’erba di germogliare, quindi, nonostante le cure materne, il figlio spirò. La regina, dopo aver sepolto il guerriero, consumata dal dolore e dalla disperazione, iniziò a vagare per le montagne circostanti senza pace e, nel volgere di pochi giorni, straziata dal dolore della perdita, morì. Maia venne sepolta dai pastori che abitavano quelle terre e Giove, commosso dal triste destino della regina e di suo figlio, decise di trasformarli rispettivamente nel monte del Gigante dormiente (il Gran Sasso) e nella montagna Madre (Maiella).

Il cielo e queste terre sono centrali non solo nel mito citato, ma anche nel corso del Medioevo cristiano quando ospitarono l’impervio eremo di Piero da Morrone, Celestino V, che, quattro anni fa, venne rispolverato da tutti i teologi improvvisati nell’analogia con l’abdicazione di Benedetto XVI e che Dante ricorda come il Papa del «gran rifiuto». A ben vedere, l’analogia tra i due pontefici risiede non solo nell’abdicazione ma anche nel modo in cui vennero percepiti dal popolo i due pontificati (oggi patologicamente diventata opinione pubblica). Infatti, nelle ragioni del gran rifiuto, oltre a quelle che Dante considera «viltade», Celestino V, poi san Pietro Celestino, include anche «malignitate Plebis», la stessa che colpì Benedetto XVI, la cui popolarità fu assai minore di quella dell’attuale pontefice.

Infine, la capacità umana di circoscrivere le fiamme, non solo quelle manifeste che minacciano la natura ma anche quelle interiori che, se mal orientate, possono consumarci definitivamente e ridurci al niente che costituisce l’intima natura del devastatore di boschi. Questa capacità di controllare il fuoco fa il paio con quella di poterlo veicolare che è propria dell’uomo capace di ispirare non solo con le parole, ma anche con le azioni, un vate.

Dal discorso interventista di Quarto fino a poco prima della sua morte, Gabriele D’Annunzio (in tema di Abruzzo ci sembrava il più adatto) fu l’unico in grado di ispirare tutte le generazioni di italiani che vissero il suo tempo, incendiandole senza bruciarle.

Infatti, da Quarto seppe ispirare gli uomini che avevano vissuto il Risorgimento e coloro che erano cresciuti sotto la retorica risorgimentale. Durante la guerra, i fatti di Buccari e Vienna furono l’unica fonte di ispirazione per un esercito di fanteria guidato da ufficiali cresciuti alla scuola militare di Torino e incapaci di qualsiasi coinvolgimento morale degli uomini. A Fiume riuscì ad esprimere tanto i valori combattentisti, quanto quelli libertari che quelli futuristi, il tutto sintetizzato in una Carta che, ancora oggi, ha dei contenuti visionari come la pari dignità del lavoro quale espressione estetica ed etica («il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia ben eseguito tende alla bellezza e orna il mondo»), la musica e l’arte come istituzioni religiose e sociali, la tutela dell’architettura attraverso l’uso di materiali e di tecniche tali da rendere una costruzione bella e armonica e infine la scuola primaria gratuita e aperta a tutti in «scuole chiare e salubri». Al termine dell’impresa, nonostante vivesse ritirato in una villa sul lago di Garda, divenuta poi il Vittoriale degli italiani, era considerato, come dimostra la visita di Balbo e Grandi, l’unico capace di potersi porre alla testa delle camice nere e marciare su Roma. D’Annunzio donò loro un’anticamera di ventiquattrore che si concluse con un messaggio consegnato da Moroni in cui rinunciava alla proposta perché le stelle non erano fauste. Nel 1925, lo stesso Mussolini, primo ministro in carica, temendo il seguito di D’Annunzio si reca al Vittoriale e viene accolto da un eloquente specchio recante la seguente frase: «Al visitatore/ Teco porti lo specchio di Narciso?/ Questo è piombato vetro O mascheraio,/ Aggiusta le tue maschere Al tuo viso/ ma pensa che sei vetro contro acciaio». Allo stesso modo Marinetti, da principio storico rivale di D’Annunzio in un’Italia del primo Novecento divisa anche tra futuristi ed esteti, omaggiò il poeta con i comandi di un bimotore Caproni, aeroscultura futurista. L’opera, costituita di due piccoli volanti simili a quelli di un’automobile posti parallelamente l’uno all’altro, è un tributo che Marinetti rivolge a sé stesso e a D’Annunzio. I comandi, infatti, rappresentano i due come i motori della nuova Italia.

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Ovviamente, a tutto questo ispirare corrispondeva anche un lasciarsi ispirare, come necessario contraltare volto a evitare che il fuoco divampi e annienti la personalità in se stessa.

A testimonianza di ciò abbiamo non solo la stanza da pranzo dominata dalla grande tartaruga Cheli, la cui inumazione ricorda quella di À rebours di Huysmans ma innumerevoli citazioni presenti nella sua opera, tanto dei classici che dei contemporanei. Nello studio, quasi a temperamento di questa capacità ispiratrice, è possibile rinvenire un’incudine, simbolo di una poesia da fabbro, cioè da artigiano, la cui arte non avrebbe una portata rivelatrice o sciamanica propria ad un vate. Da questo minimo dettaglio si potrebbe considerare che D’Annunzio era Vate quando si occupava di questioni politiche e fabbro quando aveva cura di questioni strettamente letterarie, il che farebbe pensare a una insolita manifestazione di umiltà da parte del poeta. Infatti, la poesia di quei tempi aveva già incoronato (1923) qualcun altro come «il miglior fabbro».

In questa combinazione tra il cielo, la natura e l’uomo che sa controllare e veicolare il fuoco emerge come l’incendio del Monte Morrone ha interessato dei luoghi rappresentativi di una storia nostrana e universale che affonda le sue radici nel cielo, in continuità con una bellezza arcaica che definisce un territorio già sacro prima dei romani in cui il fuoco ha sempre avuto un significato positivo e vitale, distante dall’istinto nichilista di chi lo sparge fuori dal cerchio.

Foto Ansa

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