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Ciecamente corretti. La censura sulle statue di Colombo in America

settembre 19, 2017 Gianfranco de Turris

L’isteria iconoclasta non riscriverà il passato, aggraverà solo il senso di esclusione dei “vinti”. L’Italia insegna. Ma tace

censura statue ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Parecchi anni fa, dopo aver rivisto in tv Via col vento (1939), scrissi un articolo in cui mi chiedevo se il film e il romanzo di Margaret Mitchell del 1936 non sarebbero stati accusati di “revisionismo” per il modo in cui presentavano, e implicitamente giudicavano, Confederazione e Unione, la società del Sud e quella del Nord. Ma oggi la realtà ha superato l’immaginazione. Apprendiamo infatti che nella città di Memphis è stata sospesa la programmazione dell’opera di Victor Fleming, uno dei più famosi film della storia del cinema vincitore di dieci Oscar, con proibizione per il futuro, perché considerata “razzista” e “suprematista”. Aspettiamoci la messa al bando, a breve, anche del libro, che sarà proibito stampare, distribuire e leggere.

L’episodio è l’ultimo (finora) di una serie di fatti incredibili per quello che si considerava e si autodefiniva il “paese della libertà”. A solo 150 anni dalla fine della Guerra di secessione, che causò nel 1861-1865 seicentomila morti (quanti i nostri caduti nella Prima Guerra mondiale), e dopo una così lunga e onorevole tolleranza, l’isteria del politicamente (e storicamente) corretto sta portando all’abbattimento o rimozione delle statue dei politici e militari confederati, in diverse città americane contemporaneamente. Il che non solo è odioso ma è altamente sospetto perché fa pensare che si tratti di una operazione pianificata a tavolino, dopo il generico avallo dato da Obama prima di lasciare la presidenza, come ha scritto Paolo Guzzanti. La decisione dei singoli consigli comunali di eliminare questi ricordi di un passato che conta un secolo e mezzo e sono giunti intatti sino al 2017, ha tutta l’aria di una provocazione mirata a scatenare le proteste della destra e quindi a ripercuotersi contro Trump, il quale ha maldestramente reagito cacciando dallo staff quello Steve Bannon che, con la sua strategia elettorale, lo aveva fatto vincere, e facendosi così un nuovo nemico.

Come è ovvio, e come hanno scritto in diversi, tra cui Giordano Bruno Guerri e Pierluigi Battista, le opere materiali, monumenti ed edifici, sono simboli di lunga durata di un’epoca o di un regime che al suo tramonto traumatico si tende a eliminare: avvenne in Italia dopo il 25 luglio e il 25 aprile, ma solo in parte nel Dopoguerra, altrimenti si sarebbero dovuti distruggere tutti gli edifici pubblici (tribunali, prefetture, uffici postali, stazioni). Alcide De Gasperi, in visita all’ex foro Mussolini, come si sa, non si indignò per l’obelisco con la scritta Dux (come oggi si indignano gli 85enni partigiani dell’Anpi con la partecipe comprensione della presidenta Boldrini), né per i mosaici della pavimentazione (oggi semidistrutti nell’indifferenza generale e nell’incuria delle amministrazioni, anche se opera di artisti illustri), ma per le pudenda delle statue dello Stadio dei Marmi, che fece ricoprire con delle leggendarie foglie di fico…

È assurdo e antistorico abbattere simboli marmorei dopo 150 anni in America, o dopo 70 anni in Italia, come qualcuno anche qui amerebbe fare. È una “follia”, come ha scritto Aldo Grasso: possono togliere ai nostri sensibili occhi quei simboli materiali, ma non si può cancellare la memoria, come ha scritto Antonio Carioti. Gli Stati Uniti erano un esempio positivo sotto questo aspetto: le statue del generale Lee o del presidente Davis rendevano onore ai “vinti della Storia” che erano stati leali e coraggiosi, e le bandiere confederate potevano essere esposte in varie occasioni senza problemi. Ora invece la scorretta presidenza Trump, che ha il suo serbatoio di voti specie negli stati del Sud, ha sollecitato gli avversari a colpire il suo elettorato proprio in quel che aveva di più caro, rovesciando su di lui le conseguenze.

Protestino i nostri ambasciatori
Così, per un miserabile calcolo politico, è come se “i vinti” fossero stati uccisi due volte, con l’avallo della stampa e degli intellettuali radical chic che gongolano di questa patetica vittoria della “cultura del piagnisteo”. Si pensi all’Italia, dove sono trascorsi la metà degli anni trascorsi negli Stati Uniti, e dove esistono ancora figli, nipoti, eredi dei “vinti” della nostra guerra civile, i quali, come mostrano i libri di Giampaolo Pansa, non si sentono ancora cittadini di una nazione che sempre li respinge, li disprezza e non ha storicizzato il passato, essendo rimasta al 26 aprile 1945, nonostante tutto quello che ormai si sa sulla non totale nobiltà della “guerra di liberazione”.

Ma non è finita qui. Sull’onda di questa demenziale iconoclastia “democratica”, altro corre il rischio di scomparire. E non solo la colonna romana regalata da Mussolini a Chicago nel 1933 come ringraziamento per l’accoglienza riservata a Italo Balbo dopo la storica trasvolata, di cui è stata ipotizzata la rimozione, non si sa se accompagnata dalla cancellazione della Balbo Avenue, rimasta tale anche durante la guerra degli Stati Uniti contro l’Italia. Sono a rischio anche le statue di Cristoforo Colombo che si trovano in varie città americane. Perché? Perché Colombo sarebbe un “incitatore d’odio” si dice. O meglio, perché il navigatore genovese “scoprendo il Nuovo Continente” avrebbe dato il via a una serie di genocidi dei popoli indigeni! Una logica ineccepibile… A parte che Colombo sbarcò per la prima volta su un’isola che chiamarono San Salvador pensando invece di aver raggiunto le Indie, secondo questo ragionamento tutti indistintamente gli esploratori occidentali che dal Quattrocento all’Ottocento misero piede per la prima volta in qualche posto sconosciuto sarebbero moralmente responsabili di quanto avvenne dopo, quando quei luoghi furono colonizzati. Speriamo che nel mirino non cada anche Amerigo Vespucci, altrimenti gli Stati Uniti dovrebbero mettere in discussione perfino il loro nome, America…

Intanto Los Angeles ha annullato il Columbus Day. Lo sostituirà una giornata dedicata ai popoli indigeni (auguri di vivo successo!). Questa decisione, insieme a quella sul monumento a Balbo, è in fondo un attacco a noi, all’Italia, alla nostra cultura e civiltà. Ci si aspetterebbe una protesta vivace non solo delle associazioni italoamericane, ma anche da parte dei nostri ambasciatori e consoli. E perché non una nota di stupore e rammarico del nostro ineffabile e loquace ministro degli Esteri che è pronto a intervenire su ogni sciocchezza?

Come si controlla il futuro
La storia non si può cancellare. Si può giudicare con metri diversi, ma non abbattere. Il problema è che oggi i progressisti infoiati ritengono che il solo metro accettabile sia quello occidentale del XXI secolo da loro imposto, che esso sia la misura di tutte le cose per sempre e da sempre, e in base ad esso distribuiscono patenti di “bene” e “male”, condanne e assoluzioni. I valori politici, etici e sociali di oggi devono valere anche per ieri e l’altroieri, essendo l’attuale “il migliore dei mondi possibili”. Ridicolo.

Siamo piombati in una distopia, grottesca e feroce, che soltanto George Orwell era riuscito a prevedere con la sua “neolingua” e quel “ministero della Verità” che modificava a piacere il passato su libri e giornali al motto “chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente controlla il passato”. Dicevano gli antichi: gli dèi fanno impazzire chi vogliono perdere. Come nel dipinto di Bruegel, sembriamo una fila di ciechi guidati da un orbo, che precipitano in un abisso.

Foto Ansa

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