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Ci auguriamo che la rivoluzione liberale di Parisi abbia la meglio sul calcolo di potere

luglio 30, 2016 Pietro Piccinini

Perché ci piace Stefano Parisi? Ragiona da moderato anche sul referendum costituzionale, dicendo no alla Renzi-Boschi, aggiungendo anche un sì a mettere mano alla nostra Carta

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Perché ci piace Stefano Parisi lo abbiamo scritto più volte durante la campagna elettorale milanese. Perché ci piace la sua proposta per «dare una mano» a un centrodestra bisognoso di rigenerazione risulta evidente anche solo mettendone in fila i capisaldi, esposti in due interviste alla Stampa e al Foglio.

Parisi è contro i banalismi come la rottamazione («non aver fatto niente» non è un merito, è ottuso giovanilismo), è contro la «replica in salse diverse della retorica del Cinquestelle» (antipolitica), è contro le élite che «chiamano populismo tutto quello che esce dalla volontà popolare». È un atlantista convinto (viva l’America e viva Israele). Rifiuta l’approccio semplificato della sinistra all’immigrazione perché è «ipocrisia» dire che «l’unico tema è l’accoglienza».

Vuole più Europa, rigorosa sulla finanza pubblica, ma non ridotta a burocrazia e ideologia. Ama la libertà economica e per questo mette fra le priorità la riforma della pubblica amministrazione. Pretende una giustizia rapida, equa e non politicizzata. Immagina un centrodestra con e non post Berlusconi. Ragiona da perfetto moderato anche sul referendum del prossimo autunno. Rigettando la personalizzazione del voto imposta dal premier. Dicendo no alla riforma Renzi-Boschi perché «è falso dire che faciliterà il processo decisionale, sarà il contrario».

Aggiungendo però anche un sì a mettere mano alla nostra Carta «che ovviamente non è la più bella del mondo». Perché infine questa bozza di rivoluzione liberale, gradita a quanto pare a Berlusconi, abbia invece infastidito tanti esponenti dello schieramento, possiamo immaginarlo, ma dobbiamo augurarci che entro la convention di settembre promessa da Parisi la politica abbia la meglio sul calcolo di potere.

Foto Ansa

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4 Commenti

  1. Cisco scrive:

    Se la politica deve avere la meglio sul calcolo di potere occorre che Parisi venga votato dai moderati, o in un congresso o in delle primarie o i altro modo: proprio il fatto di stare ancora con Berlusconi evidenzia che si tratta di un’operazione di potere, e perfino illiberale dato che si basa ancora su una sorta di “predellino”, che è la versione forzista dell’antipolitica. Esattamente come Grillo.

    • andrea udt scrive:

      Concordo.

      C’è anche il rischio che faccia la fine di Monti: percepito (non a torto) come paracadutato dall’alto.

      La leadership fra le qualità richiede anche il carisma a la capacità di farsi largo partendo dal basso. Se sarà visto come imposto da Berlusconi o da qualche ristretto cerchio magico a livello nazionale non porterà voti ma li farà perdere.

      Bisogna poi vedere cosa faranno i vecchi e francamente esauriti (politicamente) colonelli: lo aiuteranno o sotto sotto gli remeranno contro?

  2. Eremita scrive:

    Un altro “unto dal signore” ove “signore” va rigorosamente con la minuscola.

  3. Filippo81 scrive:

    Gran brava persona, Parisi,ma la nuova formazione neoliberale che sta per creare non serve , non riuscirà a compattare la Destra.Tanti elettori di Destra non vogliono la “rivoluzione liberale”,bensi una “rivoluzione”di tipo patriottico che restituisca la legittima sovranità all’Italia (inclusa quella monetaria persa con l’eurozona),che rilanci l’economia, che crei un benessere diffuso, che blocchi l’invasione islamista,tanto per citare alcuni punti.Distinti saluti.

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