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Chiuso il summit di Durban. «È stato un bluff. Si punti sul nucleare»

dicembre 15, 2011 Chiara Sirianni

Un successo o un disastro? I 193 stati partecipanti si sono detti pronti a stringere un accordo vincolante sul clima entro il 2015, la grande stampa ha enfatizzato i risultati del meeting ma le maggiori sigle ecologiste si sono dichiarate deluse. L’esperto Franco Battaglia: «Un fallimento annunciato»

Si è chiuso l’11 dicembre il summit sul clima di Durban: i 193 paesi membri della Un Framework Convention on Climate Change hanno stabilito di concludere entro il 2015 un accordo legalmente vincolante sul clima, che dovrà entrare in vigore entro il 2020. I negoziatori hanno anche formalizzato l’istituzione del Green Climate Fund da 100 miliardi di dollari annui, per aiutare i paesi più poveri a scegliere la strada dello sviluppo sostenibile e ad affrontare le conseguenze dei mutamenti climatici. Fino al prossimo summit (fissato per il dicembre 2012 in Qatar) l’impegno è mantenere i limiti alle emissioni di Co2 fissati dal protocollo di Kyoto. La road map sulla quale è stata trovata un’intesa si basa su una proposta portata avanti dall’Unione Europea, l’Alleanza delle piccole isole (Aosis) e il blocco dei paesi meno sviluppati (il cosiddetto LDcs). Il principio fondante è che solo un accordo legalmente vincolante sui limiti delle emissioni di Co2 di tutti i paesi partecipanti potrà ridurre l’aumento del riscaldamento globale entro il limite massimo di due gradi.

Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini si è detto soddisfatto, dato che «siamo usciti dal cono d’ombra di Copenaghen» e si è creata una «piattaforma globale per lo sviluppo di tecnologie e sistemi in grado di assicurare riduzione delle emissioni e crescita economica». L’accordo include, infatti, sia gli Stati Uniti che la Cina. Meno entusiasta si è mostrato Edoardo Ronchi che firmò il Protocollo di Kyoto come ministro dell’Ambiente. Per Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, l’accordo da un punto di vista diplomatico rappresenta un successo («è passata la linea europea»), tuttavia non risolve il problema delle debolezze della governance mondiale: «I tempi delle decisioni, rinviate al 2015 e con effetti dal 2020, sono troppo lenti, mentre la crisi climatica avanza velocemente». Inoltre le emissioni hanno superato i 33 miliardi di tonnellate di gas serra nel 2010 e «con i trend attuali e il continuo rinvio delle riduzioni delle emissioni di gas serra, consistenti e realizzate da tutti i principali paesi emettitori, non saremo in grado di contenere l’aumento di temperatura del pianeta sotto i 2° C. Gli effetti di questa crisi sono così destinati ad aggravarsi».

Se Greenpeace mette sotto accusa i governi, colpevoli di aver «ascoltato le grandi imprese inquinatrici» e il Wwf parla di «minimo indispensabile», la maggior parte degli organi di stampa ha descritto il meeting di Durban in termini entusiastici, definendolo una “svolta storica”. La comunità scientifica ha invece espresso qualche perplessità: per impedire al riscaldamento globale di superare i due gradi centigradi bisognerebbe far sì che le emissioni di Co2 crollino entro il 2020, ma potrebbex non esserci nemmeno un accordo effettivo entro quella data. Antonio Gaspari, esperto in scienze ambientali, dice a tempi.it di essere ottimista: «Il mondo non sta certo esplodendo. Spero che si decida di investire fortemente nella ricerca, per ridurre le emissioni. Occorre applicare politiche che, invece di lanciare allarmi, risolvano i problemi». Più scettico Franco Battaglia, professore di Chimica Ambientale a Modena, per cui l’intesa sul clima è un grande bluff. Motivo? «Qualcuno si ricorda – dice a tempi.it – gli impegni del 20-20-20 che i burocrati di Bruxelles hanno imposto all’Ue? Questi consessi sono destinati a fallire sempre. È un fatto tecnico, non politico: se davvero si vuole ridurre l’emissione di Co2 si deve puntare al nucleare». Sulle energie alternative Battaglia è categorico: «Una centrale nucleare costa 3 miliardi, per produrre una pari quantità di energia serve costruire centrali fotovoltaiche per un costo di 60 miliardi. Stiamo impiegando inutilmente risorse ingenti: negli ultimi tre anni, l’Italia ha investito 70 miliardi di risorse nel fotovoltaico, il triplo della manovra finanziaria del governo Monti».

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