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Chipata, lo slum dove Marco ha fondato una delle migliori scuole dello Zambia (storia a basso tasso d’ipocrisia) Foto

dicembre 22, 2013 Alessandro Turci

Zaino in spalla, prende, parte e gira il mondo. Un bel giorno entra in uno “slum” e decide di restarci invece che ripartire e impiegarsi in una Ong. È ancora lì, Marco Sardella, in uno dei posti più diseredati dell’Africa

È inutile girarci attorno: o perché non ne possono fare a meno per sopravvivere, o perché in molti – non tutti per carità – ci marciano. Il fatto è che le Ong in genere assorbono, per il loro stesso funzionamento, circa l’ottanta per cento dei fondi raccolti. Il venti che rimane arriva finalmente ai progetti, in una parola a chi ha bisogno. Ma cosa succede quando non c’è una macchina ad assorbire tutte le energie? Semplice: succede come a Chipata, città dello Zambia al confine col Malawi, dove in uno slum (villaggio di capanne e baracche, ndr) è nata una scuola per gli ultimi, senza che alle spalle ci fosse un’organizzazione umanitaria. E il progetto sta in piedi benissimo, anzi gode di ottima salute proprio perché le risorse non si perdono negli ingranaggi dell’amministrazione, ma finiscono esattamente dove devono. Facile a dirsi, meno a farsi.

Il segreto di questo successo è italiano e si chiama Marco Sardella. Milanese, classe 1977, dopo il liceo scientifico parte come volontario in diverse aree di disagio e di conflitto. Dopo alcune esperienze in Bosnia e Africa, arriva a Chipata e s’imbatte in uno slum chiamato Magazine. Qui la povertà è tanta e l’istruzione pubblica non esiste. Marco decide di fondare una scuola che porti i ragazzi ad avere un titolo di studio. Ma senza l’appoggio di nessuna istituzione, da dove iniziare?
Fa due conti: gli servono circa 13 mila euro ma deve riuscire a trovarli. Decide dunque di rispondere ad un annuncio di lavoro: cercano un infermiere/badante per una persona paralizzata. Per essere all’altezza del compito, Marco segue un corso professionale e poi parte. Lavora per un anno tra Germania e Italia, accudendo il suo paziente. E intanto risparmia.

 Messo da parte il piccolo capitale torna a Chipata. Dove niente è cambiato, se non in peggio. Nel 2006 compra una capanna all’interno dello slum (naturalmente abusiva) e per prima cosa ci installa una cucina. Solo così avrà la certezza di avere i primi studenti: una ciotola di riso, a queste latitudini, è ciò che garantisce la frequenza. Maestri volontari fanno tutto il resto in classi super affollate.
«All’inizio erano 600 – dice Marco –, ma la situazione era davvero ingestibile. Siamo stati costretti a fare delle selezioni. Ora sono la metà e vengono scelti dopo un lungo lavoro che si svolge strada per strada e casa per casa, secondo logiche di merito e per condizioni di disagio familiare».

Molto tempo è passato da allora, la cucina oggi è una mensa e le classi sono ordinate per anno scolastico; gli alunni della Christian Academy portano la divisa in quella che è ormai una clamorosa realtà. Il governo dello Zambia, quando si è accorto che agli esami di Stato gli studenti dello slum di Chipata arrivavano più preparati della media nazionale, ha riconosciuto ufficialmente la scuola.

Dalle elementari alle superiori
Marco si schermisce dei suoi risultati; lui, l’unico bianco di tutto il circondario che va in giro a piedi (un bianco senz’auto in Africa è una rarità assoluta…) è davvero esplicito nella sua umiltà: «Noi facciamo la scuola per la scuola; ogni singola banconota viene spesa qui dentro. È logico che alla fine, pur tra mille difficoltà, i risultati arrivino. Sarebbe strano il contrario, non so se mi spiego…».

Questione d’approccio dunque. Così dalla prima capanna abusiva si è passati alla grande ristrutturazione e poi alla costruzione dei blocchi: le toilette pulitissime, la cisterna dell’acqua, la dispensa alimentare e infine le nuove aule per le classi dalle elementari alle superiori. La storia di Marco Sardella è tremendamente semplice: un criterio di disponibilità assoluta, dove il progetto viene prima di tutto e chi se ne occupa non è una zavorra autoreferenziale che assorbe risorse.

Il sostegno dei comboniani
Marco, con il sostegno dei missionari comboniani che lo hanno sempre incoraggiato, guarda già avanti: «Diplomare i nostri alunni con ottimi voti ci riempie naturalmente di gioia, ma dopo la scuola che futuro possiamo offrirgli? È quello a cui vorremmo iniziare a dare una risposta». Questa scuola, sorta dal niente, deve alla sua totale indipendenza il frutto dei risultati raccolti. La gente dello slum rispetta il suo fondatore e se lo tiene stretto. Lui continua col suo stile sottotraccia e ogni sera, chiusa la scuola, torna verso casa.
Cammina un’ora, col sole o con la pioggia, perché ormai ha metabolizzato uno stile di vita coerente con la realtà che lo circonda. L’esatto contrario di chi ingombra la galassia delle Ong e si comporta da professionista della solidarietà percorrendo gli slum a bordo di potenti Land Cruiser. Per una volta, dall’Africa, ci arriva una storia “bianca” a bassissimo tasso d’ipocrisia: per chi conosce il posto, un vero miracolo in terra.

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1 Commenti

  1. Livio scrive:

    come povero tra i poveri, Dio ti benedica

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