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Chiesa ortodossa greca risparmiata dai tagli di Atene: è polemica

settembre 22, 2011 Rodolfo Casadei

La manovra finanziaria greca, e la sua nuova tassa immobiliare, risparmia i beni ecclesiastici. Il dibattito sull’imposizione fiscale alla Chiesa è a tutti gli effetti un dibattito sull’identità nazionale greca in tempo di crisi, essendo il cristianesimo ortodosso una componente di base dell’identità nazionale e delle istituzioni pubbliche

Nuova stretta di austerity in Grecia per riuscire ad ottenere la nuova tranche di aiuti europei, ed ecco che sorge una polemica attorno all’entità più importante risparmiata dalla manovra finanziaria: la Chiesa ortodossa greca. In un primo momento pareva che la nuova tassa immobiliare introdotta dal governo Papandreou avrebbe colpito anche tutti gli immobli ecclesiastici, ora invece è confermato che gli edifici di culto, i monasteri e le sedi degli enti caritativi saranno esentati. Solo le proprietà adibite a esercizi commerciali subiranno l’aggravio di imposizione. La miccia però è stata accesa, e ora la Chiesa deve difendersi dalle accuse di essere una grande potenza finanziaria e immobiliare che non partecipa allo sforzo per salvare il paese dalla bancarotta. La gerarchia ecclesiastica risponde all’attacco in due modi: da una parte con dichiarazioni apertamente politiche circa la natura e le responsabilità della crisi attuale, dall’altra rendendo pubbliche le cifre del suo contributo al fisco.

Padre Theoklitou, responsabile finanziario della chiesa greca, ha dichiarato: «La Chiesa contribuisce allo Stato quando questo funziona. Altrimenti non c’è alcuna ragione per farlo. Non c’è una guerra o una catastrofe naturale alla quale contribuire. Siamo invitati a contribuire a semplici politiche economiche di carattere congiunturale. Ma non tocca a noi pagare le fatture altrui». Nel dicembre scorso il Santo Sinodo dei vescovi greci aveva definito «una forza d’occupazione straniera» la cosiddetta “troika” in visita ad Atene formata da rappresentanti del Fondo monetario internazionale, della Commissione europea e della Banca centrale europea.

Sul versante dei numeri, la Chiesa ortodossa ha reso noto di aver pagato 2,5 milioni di euro di tasse per lo scorso anno, quando il governo ha introdotto una tassa del 20% sui guadagni da attività commerciali ecclesiastiche e fra il 5 e il 10 per cento sulle donazioni non anonime. Della cifra totale, un po’ più di un milione di euro sarebbero stati versati sotto forma di tasse immobiliari. L’arcivescovo di Atene Hiéronymos II protesta che la presunta ricchezza della Chiesa ortodossa sarebbe «un mito», perché essa oggi detiene appena il 4 per cento dei beni che possedeva prima dell’indipendenza greca del 1821 a causa delle successive confische da parte dello Stato, l’ultima delle quali avvenuta nel 1952. Viene messa avanti una stima effettuata dalla Banca di Grecia, che valuta in 702 milioni di euro i beni immobiliari attuali della Chiesa. Questa cifra però non comprenderebbe, secondo i critici, i beni delle parrocchie, alcune delle quali sono molto ricche, né le proprietà degli 80 vescovati di Grecia, né i beni dei 450 monasteri. Inoltre il catasto greco è quasi inesistente, e questo rende aleatoria qualunque valutazione (anche per i beni dei privati e non solo per quelli ecclesiastici). La Chiesa risulta azionaria della Banca nazionale di Grecia con l’1,5% delle quote ed è il secondo proprietario fondiario del paese dopo lo Stato con 130 mila ettari di terreni. La Chiesa replica che si tratta in gran parte di foreste e terreni non edificabili, anche se non mancano alcuni immobili nei quartieri eleganti di Atene.

Il dibattito sull’imposizione fiscale alla Chiesa è a tutti gli effetti un dibattito sull’identità nazionale greca in tempo di crisi, essendo il cristianesimo ortodosso non semplicemente la confessione religiosa maggioritaria, ma una componente di base dell’identità nazionale e delle istituzioni pubbliche. La Costituzione greca è proclamata «nel nome della Trinità santa, consustanziale e indivisibile» e stabilisce che l’unica traduzione ammessa delle Sacre Scritture è quella autorizzata dalla Chiesa ortodossa, e i 10 mila sacerdoti del paese sono retribuiti dallo Stato come funzionari pubblici. La Chiesa ha contribuito in modo determinante alla rivoluzione anti-ottomana del 1821 e dal 1833 è una Chiesa nazionale, essendosi separata dal Patriarcato di Costantinopoli e dichiarata autocefala.

Consapevoli di non poter fare a meno l’uno dell’altra, Stato e Chiesa sono alla ricerca di nuove formule di collaborazione, che per il momento non prevedono la separazione fra le due entità. Il progetto più interessante consiste nella creazione di un Ente speciale per la valorizzazione delle proprietà della Chiesa i cui introiti saranno destinati esclusivamente ad opere di beneficenza. Il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos e l’arcivescovo Ieronymos II stanno discutendo le modalità per far confluire parte del patrimonio immobiliare della Chiesa in un fondo gestito congiuntamente dal governo e dalle autorità religiose. Lo Stato eliminerebbe quindi le restrizioni legali che impediscono di mettere tali asset sul mercato e i ricavi verrebbero versati ai servizi sociali a gestione ecclesiastica.

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