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Chi ha paura della bad bank?

luglio 16, 2017 Mariarosaria Marchesano

Alla vigilia del decreto che porterà a Milano o Torino la “testa” delle banche venete, luci e ombre della colossale operazione di recupero crediti che verrà avviata dalla Sga del crac Banco di Napoli

A woman bikes pasta Veneto Banca branch in Milan, Italy, Monday, June 26, 2017. Premier Paolo Gentiloni defended the swift action by the government as vital for ensuring Italy's slow economic recovery isn't derailed by a "disorderly" failure of Veneto Banca and Banca Popolare di Vicenza. The two banks are based in the northeast Veneto region, one of Italy's most economically productive. They serve many of the small and medium-sized businesses that are the backbone of the nation's economy.(AP Photo/Luca Bruno)

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Una regione quasi attonita assiste alla disgregazione delle sue banche del territorio e vede dissolversi il sogno di crescita e ricchezza economica toccato con mano fino alla fine degli anni Novanta, inizi Duemila, dopo una storia secolare di povertà. Poi, chi ha una profonda conoscenza del territorio, racconta che in Veneto i primi segnali di disagio e crisi di quel modello hanno cominciato a intravedersi già diversi anni fa. E oggi, che siamo alla resa dei conti con l’approvazione in Parlamento di un decreto che porterà a Milano o a Torino la “testa” di Veneto Banca e Popolare Vicenza, acquisite da Intesa Sanpaolo nella loro parte sana, privando la regione di quei centri di potere finanziario che in qualunque posto del mondo sono indispensabili per presidiare e sostenere lo sviluppo economico, la regione esprime timore per il suo futuro. Dietro le porte c’è la gigantesca operazione di recupero crediti a cui darà il via la Sga, la bad bank che ha recuperato il 92 per cento dei crediti deteriorati del vecchio Banco di Napoli e al cui vertice il Mef ha appena nominato Marina Natale (amministratore delegato) e Alessandro Rivera (presidente), che riguarderà 50 mila posizioni, secondo alcune stime ufficiose.

«Quello impostato con il decreto sulle banche venete è uno schema ben preciso che passa attraverso la messa in liquidazione delle due banche e la cessione degli asset sani a un soggetto terzo», spiega Maurizio Bernardo, presidente della Commissione Finanze della Camera. «In questo contesto lo scorporo dei crediti in sofferenza e il loro successivo recupero è condizione essenziale per la riuscita dell’operazione. Mi auguro che quest’azione avvenga nel modo più soft possibile tenendo conto della delicatezza della situazione e dello stress a cui in Veneto sono sottoposte in questa fase famiglie e imprese». Ma il punto è proprio questo. Una volta terminato l’iter per l’approvazione del decreto, sul quale il governo ha posto la fiducia, il Veneto rischia di sentirsi abbandonato a se stesso e così bussa alla porta della politica, di quei partiti, almeno, che sono più radicati sul territorio o che dispongono di sedi e presìdi in grado da fare da cuscinetto di trasmissione con Roma.

Spiega Filippo Busin, deputato della Lega e imprenditore veneto: «Occorre aprire una riflessione politica perché questa è una sconfitta per il territorio e per la sua classe dirigente. Il corto circuito tra i vertici bancari, la vigilanza e i poteri dello Stato è evidente. Il risultato sarà una grande perdita di valore e una ferita profonda per il tessuto economico. Per questo staremo in guardia e cercheremo di vigilare sul processo di recupero dei crediti delle due banche sul quale chiederemo informazioni costanti e dettagliate per poter intervenire in tempo utile con iniziative a sostegno di famiglie e imprese».
Anche la Sinistra italiana di Stefano Fassina ha chiamato a raccolta associazioni di categoria e studi legali per il 14 luglio con l’obiettivo di avviare un dibattito sulla crisi di sistema che sta attraversando il Veneto. E altre iniziative si moltiplicano sul territorio per comprendere che cosa c’è da aspettarsi una volta che sarà stato approvato il decreto in Parlamento. Potrebbe trattarsi dei primi segnali che in Veneto si sta aprendo un problema politico che la Lega di Matteo Salvini, che nella regione è un partito importante con una rappresentanza istituzionale come quella del governatore Luca Zaia, dovrà avere la forza di affrontare.

Quasi dieci miliardi
Ma chi ha paura della Sga e perché? In effetti, quella che sta per partire è la più grande operazione di recupero crediti che l’Italia abbia mai visto: 9-10 miliardi tra sofferenze e incagli (il cui valore è stato già svalutato del 50 per cento rispetto al nominale di 18 miliardi) che sono in capo a 50 mila soggetti per un totale di almeno 2-300 mila persone che saranno coinvolte da richieste di accordi stragiudiziali, ingiunzioni di pagamento e cause di vario tipo.

Certo, il Mef non ha dato un termine o una scadenza precisa per completare il recupero (questo vuol dire che potrà avvenire anche in un lasso di tempo piuttosto lungo), ma si è dimostrato fiducioso sul successo dell’operazione proprio sulla scorta di quanto realizzato dalla Sga per il cosiddetto “salvataggio” del Banco di Napoli che, giusto vent’anni fa, sprofondava sotto il peso di una valanga di sofferenze (6,4 miliardi). Proprio come accade a Popolare di Vicenza e Veneto Banca oggi. L’unica differenza è che il Banco di Napoli non fu posto in liquidazione, ma grazie allo scorporo dei crediti “cattivi” e alla loro cessione alla Sga furono create le condizioni per una discussa privatizzazione che, tra l’altro, ha privato il Mezzogiorno di un centro decisionale vitale per il suo tessuto economico che, da allora, si è avvitato su se stesso.

Due storie parallele
Sud e Veneto, due storie parallele. C’è da dire che l’azione di recupero da parte della Sga, società con sede a Napoli e vertici nominati dalla Banca d’Italia durante il governo di Romano Prodi con Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro, è andata avanti in un silenzio quasi assoluto in questi venti anni e solo di recente, grazie anche ai risultati positivi conseguiti, sono emersi retroscena sorprendenti di quel percorso. Come, per esempio, il fatto che l’attività di recupero è stata fortemente avvantaggiata dall’andamento del ciclo immobiliare, grazie anche alla conversione da lira a euro, e come il fatto che la Sga ha pagato circa 2 miliardi di interessi passivi sul prestito contratto per acquistare le sofferenze del Banco.

Ma questa è un’altra storia. In ogni caso le previsioni del Mef per le banche venete, dicono che alla fine il totale dei recuperi sarà anche superiore al valore dei crediti. Anche questo è già accaduto con l’esperienza del Banco di Napoli: la Sga ha potuto accumulare un tesoretto di 500 milioni (profitti netti). Se anche succedesse di nuovo – ma esiste più di un dubbio che la performance possa essere replicata – il Veneto si deve preparare già da ora all’eventualità che questo “surplus” un giorno possa essere utilizzato per salvare qualche altra banca in crisi. Com’è accaduto al Mezzogiorno che ha visto volare la liquidità della Sga verso un fondo chiamato Atlante 2, oggi pilastro del salvataggio di Mps.

Foto Ansa/Ap

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