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Chi Europa non piglia pesci

agosto 25, 1999 Casadei Rodolfo

Le autocelebrazioni della sinistra non bastano a cambiare
i numeri di un’impresa tutta in salita. A un anno dalla moneta
unica tutti gli indicatori, economici, politici e demografici, contestano le dichiarazioni dei leader di belle speranze europee. Per non
parlare della pesante eredità del post-comunismo all’est. Che, come
il conflitto in Kosovo ricorda, ha tutta l’intenzione di gravare
sulle (fragili) spalle del vecchio continente

Londra. Unione Europea: colosso del XXI secolo o gigante dai piedi di argilla? L’altalena degli avvenimenti più recenti – gli alti e bassi dell’euro, prima trascinato in una caduta a vite e poi in vorticosa ripresa rispetto al dollaro, e la vicenda del Kosovo, una crisi che si è arrestata a un metro dal baratro di una guerra europea generalizzata- sembrerebbe lasciare aperto l’interrogativo. Se non fosse che i segnali di fragilità di Euroland, al di là dei sussulti della moneta unica, si moltiplicano sia sul breve che sul lungo termine, e fanno propendere per la seconda ipotesi.

Disoccupazione e crollo demografico Sì, d’accordo, l’anno scorso i profitti delle 170 più grandi multinazionali dell’Unione Europea (UE) sono aumentati del 13 per cento, mentre quelli americani e giapponesi sono diminuiti. E il reddito pro capite dell’area dell’Unione monetaria si è attestato sulla rispettabilissima cifra di 23.450 dollari all’anno. Ma se prendiamo in mano tutta una serie di indicatori quali l’andamento demografico, i tassi di occupazione e disoccupazione, il peso dell’imposizione fiscale, la competitività globale, eccetera, l’immagine che questi riflettono è piuttosto quella di un continente sulla difensiva, dove le fragilità prevalgono sulle eccellenze.

Il problema numero uno, quello che secondo George Soros metterà in pericolo l’esistenza stessa della moneta unica, è certamente la disoccupazione. Nel 1980 la percentuale di disoccupati in Europa e negli Usa era pressoché identica, attorno al 7 per cento. Nel 1998 negli Usa era scesa al 5 per cento, mentre in Europa era salita all’11, raggiungendo una media del 20 per cento fra gli uomini e le donne sotto i 25 anni di età: una percentuale da rivolta sociale imminente. Quanto agli occupati, il raffronto proporzionale fra quelli europei e quelli americani è sfavorevole ai primi: nel 1998 meno del 60 per cento degli europei aveva un impiego, contro un tre quarti (74 per cento per l’esattezza) di statunitensi e giapponesi al lavoro. Il settore privato europeo non crea più occupazione dagli anni Settanta. Durante ogni ciclo economico europeo, nella fase espansiva non si creano nuovi posti di lavoro, in quella recessiva se ne perdono. Nella recessione fra il ‘90 e il ‘93 sono andati perduti 4,4 milioni di posti di lavoro, mentre fra il ‘94 e il ‘97, quando il pil europeo è cresciuto a un tasso del 2,4 per cento all’anno, la disoccupazione è rimasta ferma all’11 per cento.

Maglie nere nel fisco, pensioni e competitività
La spiegazione dell’incapacità delle economie europee a produrre posti di lavoro sta essenzialmente nell’alta imposizione fiscale. Anche qui si può notare che negli anni Sessanta i livelli di tassazione europei erano solo lievemente superiori a quelli statunitensi; oggi invece eccedono sia quelli americani che quelli giapponesi di ben 14 punti di prodotto interno lordo. Poichè la tassazione alza il costo reale del lavoro, le imprese risparmiano sostituendo la manodopera col capitale e con innovazioni tecnologiche che eliminano lavoro. Dunque per aumentare l’occupazione bisognerebbe diminuire le tasse, ma nella maggior parte dei paesi europei è più facile che accada il contrario: tenendo conto delle tendenze demografiche negative (vedi il rapporto del Cebr pubblicato sul numero 28 di Tempi), per finanziare gli attuali livelli pensionistici nei prossimo trent’anni i francesi dovranno ulteriormente aumentare le tasse del 6,6 per cento, i tedeschi dell’8,8 e gli italiani del 10,2! Stando così le cose, non è sorprendente che le economie europee stiano perdendo competitività. Se guardiamo la classifica delle 46 principali economie mondiali in base alla competitività stilata dallo svizzero Institute for Management Development, vediamo che fra i primi dieci paesi solo quattro appartengono all’Unione Europea, e si tratta di paesi di secondo piano: Olanda, Finlandia, Danimarca e Lussemburgo. L’Italia è appena trentesima.

L’altra metà del cielo (europeo) A tutto questo va aggiunto che l’altra metà dell’Europa, quella che nel 1989 si è liberata in tutto o in parte dell’egemonia comunista e sovietica, non ha fatto da allora grandi progressi sul piano socio-economico, anzi: secondo le previsioni, alla fine di quest’anno il prodotto interno lordo dei paesi post-comunisti sarà pari ad appena il 77 per cento di quello che era nel 1989, alla vigilia della caduta del Muro. In Russia è appena il 53 per cento di dieci anni fa, in Ucraina addirittura il 35. Timothy Garton Ash, autore di un libro sull’Europa post-89 fresco di stampa (History of the Present, edito da Penguin Press) e apprezzato collaboratore del periodico inglese Prospect, ci rappresenta il vecchio continente come un teschio nel quale le orbite oculari sono state sostituite dal simbolo dell’euro. “L’Europa di oggi corrisponde a una rappresentazione di “teatro simultaneo”: sul palcoscenico si svolgono diverse azioni teatrali apparentemente prive di nesso fra loro. Ma questo Simultantheater, con la sua giustapposizione di modernità e barbarie, di euro e pulizia etnica, propone una sfida morale e politica. Dobbiamo infatti chiederci se c’è una connessione fra queste azioni apparentemente prive di nesso, fra i banchieri a Francoforte e i macellai nel Kosovo. Io penso che ci sia, e credo che si tratti di un rapporto di causa ed effetto”.

Ash spiega la sua pesante asserzione: “La mia critica all’Emu (l’Unione monetaria europea) non è di principio (la perdita di sovranità e controllo democratico) né pratica (la mancanza di convergenza fra le principali economie), ma verte sul fatto che essa costituisce una priorità sbagliata. La mia convinzione centrale è che al termine della Guerra fredda i leader dell’Europa occidentale hanno stabilito priorità sbagliate. Anziché cogliere le opportunità e prepararsi ad affrontare i pericoli che sarebbero sorti dalla fine del comunismo in mezza Europa, si sono dedicati a perfezionare i meccanismi interni di una comunità già ben funzionante, pacifica e prospera di stati dell’Europa occidentale. Per 40 anni ci siamo comportati come se vivessimo in una grande casa pericolante divisa a metà da un muro. Nella parte occidentale abbiamo restaurato a fondo, abbiamo rifatto il tetto e unito diverse stanze, tinteggiato, installato nuove tubature e un nuovo impianto elettrico, mentre la parte orientale restava abbandonata ad una pericolosa decadenza. Poi il muro divisorio è crollato, e cosa abbiamo fatto? Abbiamo deciso che la cosa più urgente di cui avevamo bisogno era un sistema di aria condizionata controllato da un megacomputer nella parte occidentale.

Mentre ci preparavamo ad installarlo, la parte orientale della casa ha cominciato a crollare e ha pure preso fuoco. Ci siamo gingillati con Maastricht mentre Sarajevo cominciava a bruciare”.

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